L’eventuale stabilizzazione dei tassi Usa e il calo accusato negli ultimi mesi rendono l’indice appetibile. Intervista a David Older, responsabile team azionario e membro del comitato strategico di investimento di Carmignac

Dopo le perdite accumulate negli ultimi mesi, credete che i titoli tecnologici Usa abbiano scontato l’effetto negativo derivante dalla nuova politica monetaria della Fed?
Se da un lato gli investitori si aspettavano che la Federal Reserve invertisse la rotta della propria politica monetaria estremamente accomodante avviata durante la pandemia, dall’altro non erano preparati a un ciclo di rialzo dei tassi così intenso. E nemmeno la FED stessa lo era, come emerso dalle dichiarazioni del Governatore Powell a inizio anno, quando ha affermato che l’inflazione avesse una natura transitoria. In realtà, il continuo aumento dell’inflazione ha costretto la FED a rivedere costantemente il ritmo della stretta monetaria, fino a quando non ha finalmente preso atto del fatto che l’inflazione fosse diventata un problema da affrontare e che avrebbe fatto tutto il necessario per risolverlo inasprendo i tassi senza badare a quali sarebbero stati i rischi per la crescita degli Stati Uniti e, ancor meno, per i mercati azionari. Tassi sempre più alti hanno generato valutazioni azionarie sempre più basse, influenzando negativamente soprattutto i segmenti di mercato con le valutazioni più elevate, in particolare quello tecnologico.
I mercati del reddito fisso stanno iniziando a suggerire un potenziale picco della politica monetaria da falco negli Stati Uniti. Questo potrebbe portare a una qualche forma di stabilizzazione dei tassi statunitensi che si tradurrebbe in una riduzione della pressione sul comparto tecnologico. Inoltre, le valutazioni iniziano a essere molto più interessanti: il PE forward dell’indice Nasdaq (proxy dei titoli tecnologici statunitensi) ha raggiunto i livelli registrati l’ultima volta ad aprile 2020 e una società come Meta (Facebook), per la quale si stima un miglioramento dei ricavi nel corso dell’anno, viene scambiata a 13-14 volte il valore degli utili, fattore che la rende una posizione molto interessante sul lungo termine.

Molte società tecnologiche hanno approfittato dei tassi bassi per aumentare i livelli di indebitamento. Credete che tali livelli siano sostenibili nel medio termine o rappresentino un fattore di rischio importante per l’asset class?
Negli ultimi dieci anni abbiamo osservato aziende di tutto il mondo trarre beneficio dal contesto caratterizzato da bassi tassi d’interesse e spread del credito. Questo fenomeno è particolarmente rilevante se si considera il calo del rating medio nel settore IG (ecco un dato statistico significativo: all’inizio degli anni 90 c’erano più di 60 società con rating AAA, mentre oggi ce ne sono solo due, Microsoft e Johnson & Johnson).
Il comparto tecnologico non è stato immune da questo trend, con diverse aziende rinomate che hanno effettuato operazioni di releveraging o di LBO (Dell ne è l’esempio più calzante) e persino i giganti del mondo software e hardware, che generano Free Cash Flow, hanno emesso debiti a margine per migliorare l’efficienza del loro bilancio o per facilitare il ritorno del capitale. Per quanto riguarda i nostri fondi azionari, ci concentriamo su operatori con bilanci solidi. Microsoft, Salesforce e Mastercard, che rappresentano le maggiori posizioni tecnologiche del nostro fondo azionario globale, hanno rating elevati (AAA e A+) e un rapporto debito netto/EBITDA molto basso, pari allo 0,5 in media per negli ultimi 12 mesi.
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

