Il dollaro si trova su livelli molto elevati rispetto alle altre principali valute, non distante dai massimi degli anni ’80 e dall’inizio di questo secolo. Matteo Ramenghi, chief investment officer di UBS WM in Italia
Nelle ultime settimane pochissime divise (il franco svizzero, il dollaro australiano e il rand sudafricano) hanno mantenuto il loro valore rispetto al dollaro. La forza dell’economia americana, le attese di tassi elevati più a lungo e gli sviluppi politici nel resto del mondo hanno spinto il dollaro dall’inizio dell’anno. Prima di tutto, ci sono conflitti militari in corso e il dollaro riveste tradizionalmente il ruolo di bene rifugio. Inoltre, le elezioni francesi della scorsa domenica hanno contribuito a indebolire l’euro.
Anche nei Paesi emergenti si registrano incertezze politiche che hanno portato, ad esempio, a forti perdite per il peso messicano e il real brasiliano. Il differenziale di rendimento tra il dollaro e le altre valute principali non diminuirà nei prossimi mesi e anche l’incertezza geopolitica potrebbe rimanere elevata. Tuttavia, non ci aspettiamo significativi rialzi del dollaro in considerazione delle attuali valutazioni.
Nonostante l’economia statunitense si mantenga in salute, diversi segnali indicano una decelerazione: a maggio le nuove offerte di lavoro sono risultate nettamente inferiori rispetto a un anno fa, l’indice delle spese per consumi personali (PCE) ha registrato una crescita di solo il 2,6% rispetto a un anno prima e i consumi in termini reali sono aumentati solo dell’1,5%. Per questo prevediamo due tagli dei tassi d’interesse da un quarto di punto a partire da settembre, riallineando così la traiettoria della politica monetaria a quella delle altre economie avanzate nei prossimi mesi.
Il panorama politico continua a rappresentare un rischio anche per i mercati valutari, ma per il momento è improbabile che ci siano veri e propri shock. Perché ciò accada ci dovrebbe essere un cambiamento nel percorso politico della Banca centrale europea (BCE) o un importante downgrade delle prospettive economiche dell’Eurozona a causa dei cambiamenti politici. A nostro avviso, il rischio maggiore riguarda le elezioni americane e le potenziali politiche commerciali del Presidente Trump.
Un dazio del 60% su tutte le importazioni cinesi e un dazio universale del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti, come proposto da Trump all’inizio della campagna, potrebbe far aumentare l’inflazione statunitense, costringendo la Federal Reserve a rimanere in attesa più a lungo o addirittura ad aumentare di nuovo i tassi. Un tale contesto potrebbe indurre i mercati a scontare una divergenza politica più pronunciata e sarebbe terreno fertile per una maggiore forza del dollaro.
In che misura i dazi all’importazione negli Stati Uniti innescheranno un aumento dell’inflazione statunitense non è però di facile determinazione. Inoltre, se da una parte la maggior inflazione potrebbe spingere la Fed ad attuare politiche più restrittive, che favorirebbero il dollaro, le altre politiche di Trump potrebbero pesare sul biglietto verde. Infatti, il deficit degli Stati Uniti è elevato e un eventuale incremento potrebbe alimentare preoccupazione riguardo alla sostenibilità del debito, che ha già superato il 120% del prodotto interno lordo.
In tale scenario, la Federal Reserve potrebbe ridurre i tassi per rendere più agevole la gestione del debito, ma questo porterebbe a una fase di debolezza del dollaro. Seppur meno rilevante a breve termine, il tentativo dei BRICS di rendere le proprie economie meno dipendenti dal dollaro, favorendo gli scambi nelle proprie divise, potrebbe portare a una diminuzione della domanda di dollari a lungo andare. A questo si è aggiunto un fenomeno più recente che vede le banche centrali di importanti Paesi emergenti, e in particolare della Cina, diversificare parte delle loro riserve valutarie (tipicamente sbilanciate sul dollaro) a favore dell’oro. In termini reali, il dollaro è scambiato a un livello del 10-20% più alto rispetto al 2016-18, durante la prima parte della presidenza Trump. Ci aspettiamo che nei prossimi mesi il dollaro resti forte a confronto dell’euro, ma che nel corso del 2025 il cambio si indebolisca progressivamente.
Redazione
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