Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments

In relazione alla situazione in Iran, la scorsa settimana si sono tenute diverse importanti riunioni sulle politiche monetarie delle principali banche centrali, e il clima di fiducia riguardo al futuro andamento dei tassi di interesse è cambiato radicalmente.
Per quanto riguarda il conflitto in sé, non vi è alcun segno di una conclusione, anzi, ci sono più rischi di un’ulteriore escalation vista la scadenza fissata dal presidente Trump per la riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre l’Iran ha legato la riapertura dello Stretto alla revoca delle sanzioni economiche più ampie. Con minacce da entrambe le parti di ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche, non sembra che tali questioni possano essere risolte nel breve termine.

Le banche centrali, nel frattempo, si trovano in una situazione piuttosto difficile. Le quattro principali banche si sono riunite la scorsa settimana e, sebbene nessuna di esse abbia effettivamente modificato la propria politica monetaria, il loro tono è cambiato. Guardando al futuro, sono ben consapevoli del rischio al rialzo per l’inflazione derivante dai prezzi dell’energia.
Per contestualizzare, ieri mattina il greggio Brent veniva scambiato a circa 114 dollari al barile e per tutta la scorsa settimana è rimasto sopra i 100 dollari al barile. Il prezzo è ora in aumento da cinque settimane consecutive e registra un rialzo del 56% su base annua.
Le banche centrali non si trovano più nella “buona posizione” di cui Christine Lagarde parla da molti mesi, con aumenti dei tassi di interesse nuovamente all’orizzonte e ulteriori rischi al rialzo per l’inflazione. Se si osserva la curva a termine del prezzo del petrolio, si supera i 100 dollari al barile fino a luglio e si attesta ancora tra gli 85 e i 90 dollari per i contratti di dicembre. Va ricordato che all’inizio dell’anno la previsione di consenso per il prezzo del petrolio nel 2026 era di circa 60 dollari, vista l’abbondante offerta – cosa che, ovviamente, adesso non è più valida.
Dal punto di vista delle banche centrali, gli aumenti dei tassi potrebbero avere un impatto limitato sullo shock dei prezzi dell’energia, ma i ricordi del 2022 sono ancora piuttosto vividi. Allora le banche reagirono con lentezza alla crisi energetica, sebbene nel sistema fossero già presenti pressioni inflazionistiche e il contesto fosse diverso. Tuttavia, al momento, il linguaggio delle banche centrali suggerisce la necessità di un rialzo dei tassi nel breve per contrastare gli effetti di secondo ordine della pressione inflazionistica che si manifesterà dopo lo shock iniziale dei prezzi dell’energia. Inoltre, le banche centrali vogliono influire sulle aspettative di inflazione e, in assenza di un allentamento delle tensioni nelle prossime settimane, sembrerebbe che le banche centrali aumenteranno i tassi fintanto che il conflitto persisterà.
Le aspettative del mercato sono che sia la Banca d’Inghilterra che la BCE aumentino i tassi tre volte quest’anno, con un cambiamento radicale rispetto a poche settimane fa. Negli Stati Uniti, le previsioni per la Federal Reserve (Fed) indicano che non ci saranno tagli dei tassi quest’anno, ma forse l’anno prossimo. Tuttavia, in questa fase, è tutto da vedere. Come ha affermato la scorsa settimana il presidente della Fed, Jay Powell, “nessuno lo sa”. Ed è proprio questo il problema al momento: banche centrali, politici, operatori petroliferi – chiunque essi siano, nessuno ha una certezza chiara su ciò che accadrà in futuro.
La storia dimostra che l’unico rimedio ai prezzi elevati del petrolio sono proprio i prezzi elevati del petrolio. Nel corso del tempo, questi rallentano l’economia e riducono la domanda, consentendo infine alle banche centrali – dopo aver eventualmente aumentato i tassi – di abbassarli. Nel breve termine, il ricorso alle scorte sta contribuendo in misura marginale a contenere il prezzo del petrolio, ma questa situazione non può durare all’infinito. C’è ancora qualche speranza che questo non sia un conflitto di lunga durata. Ma gli esiti, allo stato attuale, sono piuttosto binari: potremmo ancora andare verso una de-escalation, ma potremmo anche assistere a una significativa escalation, a quel punto 150 dollari al barile di petrolio torneranno a fare notizia.
Già ora si intravedono alcuni rischi significativi: ieri i mercati hanno registrando un nuovo calo e, sebbene i movimenti non siano particolarmente drammatici, si osserva che la propensione al rischio inizia a essere messa alla prova da un conflitto potenzialmente più lungo che comporterebbe un aumento dei prezzi del petrolio e un innalzamento dei tassi di interesse.
Redazione
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