I commenti in vista della riunione di domani di NS Partners, MFS Investment Management, Payden & Rygel
Giacomo Calef, country head Italia di NS Partners
Settimana scorsa i mercati globali hanno mostrato una tendenza al ribasso, sintomo dell’incertezza degli operatori, che stanno digerendo una serie di temi cruciali, tra cui le elezioni statunitensi, le aspettative di riduzione dei tassi di interesse e risultati non proprio entusiasmanti di alcune società.
In merito all’economia statunitense, il Pil reale del secondo trimestre si è attestato al 2,8%, praticamente raddoppiato rispetto allo scorso trimestre, contro delle aspettative del 2%. Questo dato sottolinea la resilienza dei consumatori, che hanno aumentato la spesa a un tasso del 2,3%, soprattutto nei servizi come sanità, alloggi e utilities, oltre a beni come automobili e attrezzature per la casa.
Il tasso di risparmio è risultato ben al di sotto della media pre-pandemica e preoccupano anche le entrate dei governi statali e locali, che stanno rallentando. Questa situazione potrebbe costringere gli Stati Uniti a emettere più debito, con il rischio di raggiungere una condizione insostenibile, che un taglio dei tassi potrebbe certamente alleviare, in termini di costo del debito.
L’indice dei prezzi al consumo (PCE), esclusi componenti volatili come cibo ed energia, è aumentato a un tasso del 2,9% nel secondo trimestre rispetto al 3,7% del primo trimestre, un segnale positivo per i funzionari della Fed in vista della prossima riunione. Nonostante la solida performance del secondo trimestre, i dati indicano un indebolimento del mercato del lavoro, rafforzando l’ipotesi di un imminente taglio dei tassi, infatti il tasso di disoccupazione è al 4,1%, che comunque è un livello storicamente basso.
Per quanto riguarda la Borsa, le azioni statunitensi hanno risposto leggermente in positivo ai dati economici, interrompendo temporaneamente la vendita dei titoli IT, che aveva portato il Nasdaq Composite e l’S&P 500 al loro peggior giorno di negoziazione dal 2022. Il bilancio della scorsa settimana per i due indici è stato di una perdita rispettivamente del 2,38% e del 1,20%. Il motivo di questo crollo, tuttavia, va soprattutto ricercato nei recenti risultati delle trimestrali di alcune Big Companies, che hanno lasciato gli investitori molto a desiderare.
Dopo i dati economici, i futures sul mercato hanno ridotto le aspettative su quanti tagli dei tassi di interesse potrebbero essere effettuati quest’anno. Ma continuano a prevedere da due a tre tagli entro dicembre. In conclusione, con l’aspettativa di un allentamento della politica monetaria entro la fine dell’anno, riteniamo possano crearsi opportunità di investimento interessanti, a seguito di una rotazione che sembra ormai in atto, nei segmenti value, nelle small caps e nei titoli che offrono dividendi.
Erik Weisman, Chief Economist, MFS Investment Management
Pertanto, la Fed probabilmente riterrà che sia prudente osservare i dati delle sei settimane successive per convalidare chiaramente l’opinione che l’allentamento della politica sia giustificato.
Il famoso atterraggio morbido del 1995 fu ottenuto con un taglio dei tassi di appena 75 punti base e alcuni sostengono che nei prossimi sei mesi si ripeterà quell’episodio.
Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel
Considerando che l’inflazione core è risultata in linea con il target del 2% per sole due letture mensili (maggio e giugno) e che l’economia Usa ha chiuso il secondo trimestre con una crescita del +2,8% su base annua, l’ipotesi secondo cui, per scongiurare l’ingresso degli Stati Uniti in recessione, la Federal Reserve debba necessariamente procedere a un taglio dei tassi di riferimento nel corso della riunione di domani ci sembra alquanto improbabile.
Nel mese di giugno, l’Indice dei Prezzi delle Spese per Consumi Personali core ha messo a segno un aumento del +0,2% e il suo tasso di variazione medio sui tre mesi è ora del +0,19%, in linea con l’obiettivo del 2% della Fed. Se questo trend dovesse continuare, entro dicembre l’inflazione core dovrebbe essere allineata alle previsioni della Fed al 2,8% e dovrebbe scendere al 2,3% entro la metà del 2025.
Come recentemente evidenziato dal governatore Waller, se l’inflazione continuasse a calare di questo passo, la Fed dovrebbe essere in grado di allentare la stretta monetaria in settembre e nel corso della riunione di domani ci aspettiamo qualche indicazione in tal senso. Non si può averne la certezza, però: se il percorso dell’inflazione si rivelasse meno lineare, le previsioni di un taglio dei tassi nel prossimo futuro sarebbero più incerte.
Il recente aumento del tasso di disoccupazione dovrebbe essere interpretato dai policymaker come sintomo di un miglioramento dell’equilibrio del mercato del lavoro Usa e non come il segnale di un’imminente recessione, come invece sostenuto da alcuni investitori.
Il mercato del lavoro dovrebbe ora trovarsi in uno “sweet spot”, con l’offerta in recupero e il contenimento della domanda rispetto ai massimi del ciclo. A meno di un'(improbabile) impennata del tasso di disoccupazione, la Fed si dovrebbe concentrare sull’inflazione come obiettivo primario.
In prospettiva, se l’economia continuerà a crescere e la disoccupazione resterà sotto controllo, è improbabile che la Fed intraprenda una decisa svolta accomodante, mentre dovrebbe limitarsi ad “aggiustare” il tasso sui Fed Funds. Per questo riteniamo che i sette tagli dei tassi prezzati dal mercato da qui a fine 2025 siano troppi.
In conclusione, se l’inflazione sarà in grado di tendere in modo sostenibile verso il target del 2%, sarà probabile che la Fed proceda a un taglio dei tassi in settembre, anche se, considerata la rigidità del mercato del lavoro e la crescita economica superiore al trend, l’ipotesi più verosimile ci sembra quella di un “fine-tuning” del tasso sui Fed Funds, in stile anni ’90.
Redazione
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