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Focus Sostenibilità: Sempre più finanza

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Focus Sostenibilità: Sempre più finanza

Ormai è acquisito: da parte della finanza la scelta di selezionare i titoli anche sulla base dei criteri Esg e non solo di parametri finanziari è data quasi per scontata.

Da una parte per convinzione, dall’altra parte per il fatto che dai clienti arriva una spinta sempre più forte in questo senso. Infine, importantissimo anche il fatto che le aziende con una buona valutazione sul piano ambientale, sociale e della governance, hanno dimostrato di fornire migliori performance finanziarie rispetto a quelle che hanno avuto minore interesse per questi temi e una maggiore resilienza nei momenti di difficoltà come la pandemia.

E, proprio sulla base di tali considerazioni, non è stato certo un caso che al focus su Esg di Fondi&Sicav abbiano partecipato ben 17 società tra le più conosciute e importanti del mondo. L’interesse per questo tema è infatti primario, così come la voglia di confrontarsi. Per rendere lo svolgimento del focus più vivace sono state organizzate sei tavole rotonde, che hanno consentito ai rappresentanti degli asset manager di confrontarsi.

A questo primo incontro hanno partecipato Desirée Scarabelli, sales director and Esg specialist di Pictet Asset Management, Furio Pietribiasi, ceo di Mediolanum International Funds, ed Emanuele Negro, executive director di Goldman Sachs Asset Management (Gsam).

Come può aiutare un adeguato framework Esg ad affrontare un 2021 che si preannuncia rischioso, specie se il ritorno alla normalità economica ritardasse?

Scarabelli (Pictet Am): «Tutte le ricerche mostrano in maniera chiara che i gestori che incorporano nel proprio processo di costruzione del portafoglio validi criteri di selezione Esg evidenziano sovraperformance in termini di generazione di alfa, sia in ambito azionario, sia nel reddito fisso. Ciò avviene a causa di un fenomeno di lungo periodo e per altri elementi più immediati a livello temporale. Per quanto riguarda il primo aspetto, questo approccio porta a selezionare imprese di maggiore qualità, caratterizzate da un management lungimirante e spesso impegnate in comparti meno ciclici. Pensiamo, ad esempio, alle opportunità che vi sono nel segmento delle utility in alcune aziende di nicchia. Al tempo stesso, l’incorporazione di criteri Esg mostra una buona capacità di anticipare l’arrivo di fasi di acuta avversione al rischio, permettendo così di subire minori conseguenze nei momenti di forte volatilità di mercato, come è successo durante le settimane di picco della pandemia l’anno scorso. Inoltre, il minore rischio delle aziende Esg è dimostrato dal fatto che in ambito obbligazionario queste società sono in grado di finanziarsi a tassi più bassi, proprio perché percepite come meno rischiose. Peraltro, riteniamo che i prossimi mesi saranno caratterizzati da una volatilità robusta, per cui siamo convinti che nella costruzione di un portafoglio sia fondamentale per un gestore basarsi su un framework valido, che mantenga elevati criteri di rispetto dell’ambiente, di sostenibilità e di governance aziendale». 


Negro (Gsam):
«Per quanto riguarda il nostro gruppo, si tratta di un tema che è stato molto studiato durante i mesi della pandemia. È evidente che una maggiore attenzione da parte degli investitori verso i criteri Esg non costituisce un lusso, bensì un elemento fondamentale del processo decisionale, così come lo è per gli imprenditori che vogliono fare impresa in maniera valida. Detto ciò, sicuramente la pandemia ha fatto emergere, da parte delle aziende, una ponderazione diversa per ciascuno dei fattori che costituisce l’acronimo Esg. Più esattamente l’aspetto sociale ha acquisito nell’immediato un’importanza molto forte.  Ad esempio, a causa dell’impatto tremendo che il Covid ha avuto sulla vita delle persone, le politiche delle imprese a sostegno dei dipendenti o nei confronti dei propri fornitori sono state messe sempre più sotto osservazione. Considerato che il percorso di ritorno a una completa normalità non sarà, né molto facile, né immediato, non ci sarebbe da sorprendersi se questo fenomeno di maggiore attenzione alla S continuasse anche nel medio periodo. Per quanto riguarda le questioni di governance, anch’esse nel medio termine sono destinate ad avere un forte peso. In particolare, è fondamentale oggi analizzare le scelte aziendali in termini di allocazione dei capitali per i propri investimenti e capire quanto esse sono compatibili con il raggiungimento di determinati obiettivi. La questione ambientale è ovviamente di straordinaria importanza, ma in quest’ultimo anno ha avuto forse un’attenzione minore rispetto alle altre: si tratta di un obiettivo non immediato e di minore impatto a brevissimo termine in una condizione di estrema difficoltà come quella indotta dalla pandemia. Sul lungo periodo ci aspettiamo però un riequilibrio di tutti i tre i temi che sempre più rappresenteranno un pilastro non eludibile, sia nei processi di analisi fondamentale, sia di quella quantitativa». 

Pietribiasi (Mediolanum International Funds): «Condivido in pieno quanto detto dai colleghi, a cui aggiungo un paio di considerazioni. Innanzitutto va tenuto presente che i criteri Esg non possono prescindere dai fondamentali di una società. Un’azienda può senz’altro perseguire obiettivi coerenti con le tre lettere, se però si trova in un quadro di non sostenibilità finanziaria, non rappresenta certo un investimento dal futuro brillante. Dall’altra parte, alla base delle sovraperformance di questi titoli durante l’ultimo anno, vi sono anche forti ragioni di ribilanciamento dei portafogli. Quest’ultimo è stato indotto da regolamenti sempre più stringenti nella costruzione di un’allocation e da una crescente sensibilità da parte degli investitori nei confronti di questi temi. È interessante notare che, ad esempio, a livello di analisi dei fattori in ambito quantitativo, l’Esg viene classificato come sotto-fattore del momentum. Il forte interesse nei confronti di questo specifico elemento ha ulteriormente amplificato il fenomeno. Infatti, come menzionato dalla collega, a beneficiarne sono stati soprattutto alcuni titoli specifici con modelli di business innovativi ed elevato contenuto tecnologico; sono state queste imprese ad avere iniziato con maggiore convinzione e forza il percorso di transizione verso un nuovo modello economico. A questo punto, sorge spontanea una considerazione per il futuro, perché allo stato attuale siamo ancora in un periodo di transizione in cui l’adozione di criteri Esg non è un fenomeno generalizzato da parte delle aziende. Man mano che ciò avverrà, si allargherà anche l’universo investibile, per cui si arriverà a una situazione in cui saranno altri titoli in altri settori a beneficiare dei crescenti investimenti di prodotti caratterizzati da questi criteri».

La crescita dell’Esg significa avere più dati da analizzare. C’è il rischio di un’eccessiva specializzazione che distolga dall’obiettivo finale dell’investimento?

Pietribiasi (Mediolanum International Funds): «In generale nell’industria dell’asset management, così come nella vita di tutte le aziende, vi è un uso sempre più massiccio dei dati. In particolare, nel risparmio gestito, sia a livello di analisi fondamentale, sia ovviamente quantitativa, è esploso l’uso di dati tradizionali e di altri cosiddetti alternative, specialmente in ambito macro. In quest’ultima categoria ci sono dataset che tradizionalmente non vengono usati nell’analisi quantitativa e fondamentale e che sono inseriti allo scopo di ottenere un vantaggio competitivo nei confronti di altri investitori, tramite un più approfondito e rapido quadro d’insieme. Sicuramente tutto ciò ha creato un aggravio dei costi, ma non particolari difficoltà di gestione, anche quando il processo si è esteso ai dati di tipo Esg. Le imprese, poi, ormai sono abituate a raccogliere e gestire informazioni di ogni genere, per cui farlo anche allo scopo di transitare verso un profilo di sostenibilità non costituisce un grande problema. Inoltre i dati forniti dai vari provider sono diventati più standardizzati e accessibili. Forse, proprio in questo ambito si riscontrano ancora alcune lacune in vista del momento in cui sarà necessaria una maggiore sofisticatezza per fare la differenza nella gestione dei prodotti Esg e, quindi, diventerà necessario avere a disposizione un più ampio numero di dataset alternativi per meglio comprendere quali aziende presentano davvero vantaggi competitivi rispetto ai loro concorrenti. Da questo punto di vista, non c’è ancora a disposizione una grande quantità di fonti alternative con la necessaria scala nell’Esg. Per le Sgr più specializzate, dunque, sarà necessario investire in misura crescente in capacità di elaborazione interna, perché basarsi solo su fornitori esterni e sui loro rating non sarà più sufficiente per generare alfa»

Negro (Gsam): «Per quanto mi riguarda, riprendo in pieno il discorso fatto dal collega. Goldman Sachs è una delle realtà che di più e più a lungo ha investito sui big data, offrendo strategie basate proprio sugli stessi big data. Riteniamo in generale che la specializzazione delle conoscenze sia una questione strategica per il nostro gruppo e, nello specifico, siamo convinti che sarà sempre più necessario integrare tradizionali metriche dell’analisi finanziaria con dati tradizionali e alternativi di tipo Esg, allo scopo di valutare le aziende, sia nell’investimento azionario, sia in quello obbligazionario. Il problema è che la disponibilità e soprattutto la qualità dei dati riguardo ai parametri di sostenibilità sono sicuramente inferiori rispetto al tradizionale flusso informativo di tipo finanziario. A volte, non vi è neppure accordo, fra i fornitori dei dati, sulla definizione di determinate grandezze. Il discorso, poi, diventa particolarmente pregnante quando si analizzano diverse aree geografiche del mondo. Pensiamo, ad esempio, ai paesi emergenti, realtà dove in alcuni casi non vi è neppure un adeguato livello di trasparenza in materia di contabilità aziendale e dove sicuramente il flusso di dati è più opaco e meno continuo. Ciò comporta per le società di asset management la necessità di sopportare notevoli costi, dovendosi dotare di strumenti adeguati e di specialisti per ottenere e interpretare in maniera efficiente i dataset necessari. Vi è, infatti, anche un problema di significatività di molte informazioni: una delle sfide è capire quali sono utili e quali non lo sono ai fini della valutazione delle aziende e delle analisi Esg. Affinché si possa determinare in maniera statisticamente rilevante che un parametro Esg ha portato valore a un’azienda, permettendo di generare alfa, è necessario avere a disposizione una serie storica sufficientemente lunga nel tempo». 

Scarabelli (Pictet Am): «I colleghi intervenuti prima di me hanno già sottolineato diversi punti a mio avviso estremamente importanti. In particolar modo, l’assenza di uno standard cui i diversi parametri Esg debbano conformarsi rende sicuramente minore l’efficienza dell’uso dei big data in questo ambito: questa mancanza si fa sentire in maniera molto forte quando si devono analizzare realtà come gli emergenti, mentre la nuova regolamentazione posta in essere in Europa rappresenta un grande passo in avanti per arrivare a definire una tassonomia condivisa. Per le aziende di asset management sarà perciò fondamentale investire in tecnologie adeguate per la valutazione dei dati Esg. Ciò non solo allo scopo di avere un adeguato processo di costruzione del portafoglio, per quanto ciò rappresenti senz’altro un obiettivo fondamentale, ma anche per aiutare il processo di engagement con le controparti aziendali. Infatti, come fund manager, riteniamo che un uso avanzato dei dati possa permettere di aiutare le società a portare avanti una più rapida e migliore transizione verso un modello sostenibile. Il nostro scopo è creare una partnership con le realtà che fanno parte del nostro universo investibile, anche per superare il modello di semplice esclusione tuttora spesso richiesto da molti investitori». 

Alla luce del cambiamento economico e della transizione energetica, quali conseguenze vi sono a livello di scelte d’investimento e quali sono le tecnologie più promettenti? 

Scarabelli (Pictet Am): «La transizione energetica sta facendo emergere opportunità d’investimento incredibili, fino a poco tempo fa neppure immaginabili, grazie al fatto che stanno salendo alla ribalta intere filiere completamente nuove. Basti pensare alle auto elettriche, dove diverse utility che offrono servizi di nicchia, quali le infrastrutture di ricarica, si trovano oggi in una posizione molto promettente. Un altro segmento legato all’elettrificazione del trasporto su gomma è dato dai cosiddetti semiconduttori di potenza: si stima che il fatturato complessivo in questo comparto dovrebbe arrivare a 55 miliardi di dollari entro il 2025. Inoltre, anche i semiconduttori al carburo di silicio (SiC) stanno evidenziando una crescita importante: la domanda complessiva del settore automotive per questo nuovo materiale si espanderà con un tasso di crescita annuo composto superiore al 60% tra il 2018 e il 2030. Un aspetto particolarmente interessante è che in questo segmento i produttori sono pochi e con barriere all’ingresso decisamente elevate: di conseguenza i margini sono consistenti. Un’altra area di grande interesse è l’edilizia verde, che dovrebbe vivere un boom grazie ai piani di stimolo varati dall’amministrazione Biden e al Recovery fund europeo. Entrambi, infatti, prevedono notevoli risorse per la riconversione del patrimonio residenziale e commerciale verso un modello di sostenibilità. Infine, vi è ancora un forte margine di crescita nel campo delle energie rinnovabili con il solare che in alcuni casi presenta costi di generazione pari a 0,02 dollari per  Kilowatt/ora, un valore inferiore a qualsiasi altra fonte sulla Terra. Anche nell’eolico si dovrebbe andare incontro a fortissime diminuzioni di prezzo che ne aumenteranno la competitività: basti pensare alle centrali eoliche offshore, oggi la forma più cara di energia rinnovabile, il cui costo però si stima in calo del 70% nei prossimi 20 anni».

Le nuove regole avranno un impatto anche sul costo dei fondi, visto che le nuove policy di remunerazione dovranno essere in linea con i rischi di sostenibilità? È possibile che si possa assistere a un’ulteriore dispersione dei rendimenti fra le aziende?

Pietribiasi (Mediolanum International Funds): «Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire da due considerazioni. Innanzitutto, ormai qualsiasi azienda che voglia definirsi sostenibile deve incorporare criteri Esg, non solo nei prodotti e nei servizi che offre, ma anche nelle pratiche aziendali, incluse le metodologie di remunerazione del management. Per quanto riguarda l’asset management, oggi è anche richiesto dalla normativa, benché siamo ancora in una fase che potrei definire zona grigia. Infatti, le società di gestione che hanno avviato una trasformazione di tutta l’offerta di prodotti verso la sostenibilità sono ancora una percentuale tutto sommato modesta, per cui la scelta di fissare obiettivi di risultato ben definiti in ambito Esg nelle policy di remunerazione rappresenta ancora un elemento di distinzione. Nel giro di un decennio, però, queste pratiche saranno la norma e quindi non si tratterà neppure più di un argomento particolarmente discusso. La seconda considerazione da fare è che, indubbiamente, l’obiettivo dei clienti è la qualità dei risultati di performance e solo nell’ultimo anno abbiamo avuto evidenza che l’adozione di criteri Esg si è rivelata un elemento importante per generare un alfa positivo, mentre in altri casi può accadere l’esatto opposto. Sicuramente diventerà basilare tentare di arrivare a un equilibrio fra i vari obiettivi durante questo periodo di transizione, se non si vogliono compromettere i risultati». 

Quali sono i vantaggi dei bond Esg rispetto a quelli tradizionali?

Negro (Gsam): «In Goldman Sachs è da molto tempo che studiamo questo tipo di strumenti, anche se all’inizio è stato sicuramente più facile integrare questo framework in ambito azionario. Oggi, però, siamo arrivati in una fase in cui l’analisi Esg è entrata a fare parte pienamente della filosofia alla base del nostro processo di investimento, coinvolgendo totalmente anche la corrispondente asset class obbligazionaria. Si tratta di uno sviluppo fondamentale per potere davvero spingere nella direzione di una maggiore sostenibilità, perché il reddito fisso rappresenta la classe di investimento di maggiori dimensioni al mondo. Nello specifico, un solido approccio in questo ambito può fare la differenza: riteniamo che l’analisi Esg sia fondamentale per identificare i rischi del 21° secolo che si stanno andando ad aggiungere a quelli tradizionalmente considerati dal risk management finanziario. In questo contesto, è indispensabile operare con una solida strategia di engagement, andando a coinvolgere i soggetti emittenti, con un ruolo molto attivo da parte dei creditori. Nel nostro approccio, comunque, distinguiamo fra problemi di breve periodo, che ad esempio possono riguardare uno specifico prodotto o servizio di un’azienda, e di medio-lungo termine, ossia quale impatto avrà la strategia di una specifica società in ambito Esg sul proprio business, sulla reputazione e su altri elementi».

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