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Focus sostenibilità: si fa presto a dire Esg

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Focus sostenibilità: si fa presto a dire Esg

Avere acquisito una sensibilità ambientale, sociale e di governance è solo l’inizio. In realtà, i veri problemi cominciano in quel momento.

Da una parte si tratta di orientarsi tra una moltitudine di dati tutt’altro che univoci, dall’altra le tre componenti dell’Esg possono avere un valore diverso a seconda delle società, dei settori e delle situazioni. Dare il bollino blu generico di investimento sostenibile certamente non è più possibile, e, soprattutto, non è più credibile, se si vuole condurre un’analisi seria. 

Di questi temi hanno parlato Gabriella Berglund, branch manager di Comgest Italy, Donato Giannico, country head Italy di Raiffeisen Capital Management, e Lorenzo Randazzo, institutional sales manager di Axa Investment Managers

Come può aiutare un adeguato framework Esg ad affrontare un 2021 che si preannuncia rischioso, specialmente se il ritorno alla normalità economica dovesse ritardare? 

Berglund (Comgest): «Innanzitutto c’è una grossa differenza rispetto all’anno scorso: noi siamo già psicologicamente preparati a una situazione di Covid, anche se, con la lentezza nella distribuzione dei vaccini, si rischia di prolungare l’attuale situazione. Nel 2020 è stato dato il via da parte delle banche centrali e dei governi a un enorme supporto finanziario per la transizione energetica e climatica e questa politica continuerà. Si tratta di aiuti che sono diretti a migliorare la situazione climatica, quindi questa tendenza non può che essere incrementata. È una frangente che ovviamente è negativo per le persone che hanno avuto enormi danni sanitari e sociali, ma è positivo nel sostenere l’economia verso la transizione. L’Esg sicuramente abbassa il profilo di rischio degli investimenti e ciò non lo pensiamo certo dal 2020 o dal 2021: noi siamo molto focalizzati sull’azionario e con uno stile molto preciso, che punta su una crescita trainata dall’alto livello qualitativo delle società in cui investiamo. E in questo concetto di qualità è del tutto normale includere anche gli aspetti Esg. Per noi non ha più nemmeno senso fare tante riflessioni su Esg o non Esg, perché fa parte da tempo  delle nostre regole, esattamente  come cercare performance superiori al benchmark. Perciò continuiamo a fare investimenti su team di analisti: abbiamo iniziato con due persone e ora siamo a sei; si tratta di un gruppo che è totalmente integrato con i gestori. Ovviamente i criteri non finanziari hanno impatti importanti sulle performance ed è impossibile non considerarli». 

Randazzo (Axa Investment Managers): «Questa crisi pandemica, drammatica, che sta stravolgendo le nostre vite e quelle dei nostri figli, quanto meno ha avuto il merito di costringerci a una maggiore consapevolezza dell’importanza di investire in maniera responsabile e sostenibile. Da un lato per creare valore per l’investitore, ma dall’altro è essenziale avere cura degli impatti sociali e ambientali e ciò è una parte fondamentale del dovere fiduciario che abbiamo nei confronti dei nostri clienti. L’integrazione dei criteri Esg nei processi di investimento e l’utilizzo dei Kpi per valutarne l’impatto stanno diventando standard di mercato. Lo sono certamente per il fattore ambientale (emissione di CO2 e consumo di acqua), ma adesso anche sul fronte sociale si sta convergendo su metriche chiare, come la percentuale di donne nel consiglio di amministrazione oppure le ore di training o il turn over dei dipendenti in azienda. Vediamo già segnali che sono impellenti in questo momento: aspetti fondamentali come la salute, il lavoro, l’educazione, l’inclusione stanno emergendo come priorità durante questa crisi pandemica. L’approccio che abbiamo adottato in Axa Investment Managers è stato di lavorare e investire molto nell’analisi e nella ricerca dei dati. Il nostro team di investimenti responsabili, che è composto da 36 professionisti, è completamente integrato nell’expertise di investimento e nell’analisi e abbiamo sviluppato un modello di ricerca responsabile proprietario che raccoglie un universo di 8.700 emittenti, che coinvolge 100 paesi e copre oltre il 90% dell’Msci World e la quasi totalità di un indice governativo globale. Ogni società ha quindi un punteggio suddiviso in ognuno dei tre fattori. Il gestore, quindi, integra queste informazioni, cui si possono sommare anche valutazioni Esg qualitative su società magari più controverse o con un peso maggiore nel portafoglio. Queste informazioni si aggiungono alle metriche finanziarie per avere una visione più chiara della qualità di un titolo e del business model di un’azienda. Quindi, a fronte di un punteggio che assegniamo a tutte le imprese da 0 a 10, escludiamo di default dai nostri portafogli le società che hanno ottenuto uno score variabile da 0 a 2».

Giannico (Raiffeisen Capital Management): «Intanto io sono dell’idea che questo virus non finirà presto. Non dimentichiamo che il vaccino è una delle componenti in campo, perché copre solo temporaneamente, ma non è un antidoto. L’antidoto non esiste. Dobbiamo affrontare questa crisi con più armi, che vanno dal distanziamento ad altri strumenti che possono essere i monoclonali, oltre ovviamente al vaccino. E qui mi riallaccio alla domanda. Noi non crediamo che il 2021 possa essere più rischioso dell’anno precedente a meno che non ci siano fattori scatenanti che provochino un problema maggiore rispetto a ciò che è avvenuto nel 2020. Quest’anno siamo sicuri che sui mercati finanziari non ci saranno impatti così differenti, anche se non possiamo non considerare che in questo momento le banche centrali stanno continuando a pompare denaro nel sistema per sostenerlo. E ciò, come è successo in passato con il quantitative easing, provoca una distorsione: gli istituti di emissione mettono soldi per mandare avanti l’economia, ma sappiamo che non va a finire tutto nello stesso momento nell’economia: molto si ferma nella finanza e ciò dà vita a quelle situazioni strane, paradossali, comunque decorrelate che abbiamo visto  l’anno scorso. Se esaminiamo le performance azionarie del 2020, se prendiamo il punto iniziale dell’anno e il punto finale, al di là del drawdown importante che c’è stato a marzo e aprile, si è verificato un recupero, anche inaspettato. Ciò perché c’è stato un flusso di denaro importante, che non finirà, anzi crescerà. È di questi giorni la notizia di Biden che compra 1,9 trilioni di titoli sul mercato americano. Siamo portati a pensare che questi soldi, che passano prima per la finanza, ma sono destinati ad arrivare nell’economia reale, sicuramente non provocheranno grossi problemi ai mercati finanziari. Anzi, siamo assolutamente consapevoli che le occasioni di acquisto si troveranno sicuramente dove ci saranno i drawdown, come è già successo. E noi che crediamo nell’Esg framework da molti anni, pensiamo che sia una tendenza di lungo termine e, come per tutti i trend di lungo periodo, abbiamo ormai evidenze empiriche eclatanti che dimostrano che l’Esg migliora il profilo di rischio degli investimenti nei momenti di crisi, ma anche nei momenti buoni».

La crescita del settore Esg significa avere più dati da analizzare. Vede il rischio di un’eccessiva specializzazione che distolga dall’obiettivo finale dell’investimento? 

Giannico (Raiffeisen Capital Management): «Personalmente ritengo, in linea di principio, che più dati ci sono meglio è. Noi, come branch italiana, da due anni, oltre alla tradizionale attività di una Sgr estera, cioè sales e marketing, facciamo anche consulenza strategica su Esg con alcuni gruppi bancari e li stiamo portando a migliorare la loro visione Esg o a integrarla nei loro processi di investimento, piuttosto che nella loro comunicazione e nella loro formazione. Quindi questa logica dei dati la vediamo come un grande valore aggiunto. I problemi, a mio parere, sono uno a monte e uno a valle. A monte c’è il fatto che, indipendentemente dalla quantità dei dati, ci sono decorrelazioni tra le agenzie di rating anche in maniera importante. Faccio un esempio: un titolo Xy Msci Esg lo valuta AA, mentre un altro provider, che può essere Iss, Refinitiv o Vigeo, lo può trattare con due notch di differenza in su o in giù. Questa difficoltà a monte mi riporta alla risposta a valle: il problema non è la quantità dei dati, ma capirli, perché io li devo normalizzare, devo dare un significato alla A di Msci o alla B o alla BB di Iss, di Refinitiv o di Vigeo. Perciò, per uniformare devo avere una precisa competenza e la figura che si andrà ad affermare nel sistema sarà l’analista, non il portfolio manager. Quello che analizza e combina i dati Esg, li normalizza, magari, da più data provider, cerca di capire a 360° che cosa succede, eventualmente si aiuta anche con l’engagement o fa anche altre azioni per completare lo scoring riunendolo in un punteggio unico. Per fare ciò, ci vogliono anni di competenza, non ci si può svegliare la mattina e dire: adesso divento un analista e comincio a mettere insieme diverse metriche per arrivare a un punteggio unico. Di conseguenza, siamo ancora agli albori. Faccio una provocazione: se non ci fosse stata la normativa, quante persone oggi parlerebbero di Esg? La normativa sta aiutando, ma ha posto solo le basi per un trend futuro e adesso tutti si stanno allineando al minimo standard, però chiaramente c’è un percorso da fare. Perché, quando avremo analisti ben preparati, non solo si darà un punteggio adeguato, ma sarà possibile anche fare un engagement più consapevole, poiché si riuscirà a capire, per esempio, se qualche controversia è più rischiosa di un’altra. L’integrazione Esg non è solo prendere un rating e metterlo in un dashbord e farlo diventare un numero, ma è anche valutare da un punto di vista qualitativo quali sono le problematiche di rischio. Una società su un rating da 1 a 100 magari ha 71, ma ha in ballo tre controversie che fanno abbassare quel punteggio e se ne viene fuori una c’è un grande problema. Nel 2018, quando scoppiò il caso del ponte Morandi, abbiamo fatto uno studio sulla metrica Esg e c’erano due agenzie che avevano due notch di differenza su Atlantia. La seconda, quella che aveva un rating più alto, è andata a ritoccarlo dopo il crollo del ponte. L’altra aveva già un rating molto robusto e non ha avuto la necessità di abbassarlo, perché le controversie erano già in itinere e il fatto che il ponte sia crollato è stato solo la conclamazione di un drawdown finanziario. Vuol dire che l’agenzia che non ha dovuto ritoccare il rating aveva già un’analisi robusta? Si ovviamente, ma un analista interno avrebbe dovuto captare ciò, capire la dinamica della controversia o della problematica della non manutenzione che poteva portare a medio-lungo termine a un rischio. Quindi siamo ancora agli albori, ma ben venga, perché abbiamo iniziato un percorso».

Randazzo (Axa Investment Managers): «Non vedo il rischio di un’eccessiva focalizzazione sul tema Esg. Non si può prescindere dall’elemento finanziario in un investimento, ma non si può più fare a meno di prendere in considerazione i fattori ambientali, sociali e di governance. Penso a 15 anni fa, quando nacquero i primi fondi sostenibili, i fondi etici, che avevano lo spirito di prendere posizione e di sensibilizzare su determinati temi, costi quel che costi, con il rischio di mettere in secondo piano il rendimento finanziario per preservare la sola integrità morale. L’analisi Esg è diventata mainstream per tutte le strategie d’investimento ed è un fattore cardine, una colonna portante del nostro processo. Ovviamente anche sugli aspetti fondamentali della sostenibilità si gioca la credibilità di un gestore attivo. Noi siamo convinti che integrare i criteri Esg migliori i rapporti di rendimento di medio-lungo periodo, soprattutto per una migliore comprensione dei rischi, ma anche per effetto di un rendimento più interessante. Ovviamente un peso errato dei singoli fattori o la considerazione di variabili dei Kpi che non siano attinenti al modello di business può portare ad analisi errate, quindi a risultati distorti. Quando analizziamo un’azienda, a seconda del settore che prendiamo in considerazione, il peso da attribuire ai singoli fattori Esg può cambiare. Per una banca, per esempio, la G di governance è il criterio principale ed è quindi importante pesarlo più degli altri. In un’utility l’elemento ambientale ha quanto meno lo stesso peso degli altri due, mentre in un business service è dominante la parte sociale, perché gli aspetti legati al capitale umano sono centrali. In questo nuovo mondo in cui ci troviamo, globalizzato, in cui l’It riveste un ruolo fondamentale, la capacità di esaminare un grande numero di dati consente un vantaggio competitivo non indifferente. Ma non si può escludere e prescindere dai fattori Esg, in quanto sono elementi costituenti della realtà al pari dei fondamentali delle società e delle metriche finanziarie. Quindi l’importante è sapere usare e dosare queste informazioni che arrivano da una molteplicità di information provider, perché proprio qui si gioca la credibilità di un asset manager e in definitiva dell’intero risparmio gestito».

Berglund (Comgest): «Per ricollegarmi a ciò che ha detto Giannico, è vero che c’è chi non ha mai considerato l’Esg e adesso sente l’obbligo di farlo, ma non è il nostro caso, perché la normativa non ha cambiato molto per noi. Comunque, andare verso una normalizzazione non è negativo per l’investitore finale ed è un’opportunità per chi fa Esg da tempo: si creerà uno spartiacque e si vedrà chi può fare realmente investimenti di questo tipo e chi non ha il livello sufficiente. Quindi un po’ di pulizia sui prodotti sarà benefica. Poi è indubbio che ci sono molti dati da analizzare, molti elementi da considerare, e c’è una correlazione relativamente bassa tra le diverse case che forniscono score Esg. Di conseguenza, la conclusione cui noi siamo arrivati da tempo è di avere criteri di analisi proprietari, esattamente come facciamo per la parte finanziaria. Da lì abbiamo la base per un approccio attivo, che è poi anche il più adatto, visto che vogliamo capire l’evoluzione dinamica di una società. Avendo posizioni importanti, con portafogli concentrati e con un contatto di lungo periodo con il management, possiamo intervenire con forza. Si tratta di un elemento importantissimo per migliorare le cose in avvenire. Dall’altra parte, pensiamo che focalizzarsi sui best one possa essere deleterio a livello di rendimento per gli investitori, in quanto si rischia di essere concentrati su pochi titoli estremamente cari. E non si dà un aiuto a quelli che stanno migliorando. Inoltre, ci sono società che hanno i mezzi per fare reporting Esg magnifici e ottengono magari rating superiori rispetto all’impresa familiare che ha un’ottima gestione ed è allineata agli interessi dell’investitore e ai propri. Attualmente, la prima ondata reportistica si concentra soprattutto sugli aspetti ambientali; aspettiamo la seconda ondata che sarà un po’ più sulla S. Il nostro team di sei persone sarà destinato ad aumentare sempre di più, proprio perché sarà necessario un livello di specializzazione superiore. Noi riteniamo anche che i responsabili dell’Esg debbano essere sensibilizzati alla ricerca finanziaria, come ugualmente il team di analisti finanziari deve sempre più fare analisi Esg: il problema dell’eccessiva specializzazione è che i due mondi si separano totalmente e ciò non deve accadere. Quindi non soltanto gestione attiva, ma anche gestione di lungo termine, perché è soltanto sul lungo periodo che queste due competenze possono convergere».

Alla luce del cambiamento economico e della transizione energetica, quali conseguenze vi sono a livello di scelte di investimento e quali sono le tecnologie più promettenti?

Giannico (Raiffeisen Capital Management): «Pensiamo che si debba intervenire su più fronti per velocizzare questa transizione energetica. In primis bisogna avere un piano per abbandonare progressivamente tutte le energie inquinanti, in secondo luogo bisogna dare velocità a questo piano: esistono oggi possibilità compensative dal punto di vista dell’impronta energetica attraverso l’acquisto dei crediti e questa è un’ottima opportunità che provoca una velocizzazione del processo di transizione. E poi, bisogna sviluppare sempre più nuove tecnologie. Si tratta di un piano molto integrato. Infine, una volta stabilite le macrolinee, occorre mettere in campo i temi. Quindi tutte le rinnovabili: il solare, l’eolico, l’idroelettrico, i biocarburanti. Ma bisogna pensare anche a tutto il resto, vale a dire alla rete di distribuzione, alla fornitura di apparecchiature e di reti elettriche. Per esempio, in Austria hanno fatto uno smart grid tanti anni fa, praticamente un piano integrato: il governo ha coinvolto tutte le compagnie energetiche per creare un’integrazione per affrontare la transizione vedendola da tutte le angolature, quindi da tutti gli impatti. Poi dobbiamo pensare anche all’aspetto demografico, che non è di secondo piano, perché è previsto che la popolazione mondiale aumenti entro il 2050 di un paio di miliardi di persone: perciò bisogna rivedere le logiche legate agli edifici, alle smart city, al trasporto. Ma dobbiamo immaginare tutta la filiera: non solo l’estrazione di energia innovativa, ma anche lo stoccaggio di tutto ciò che è che deve essere accumulato. E anche la gestione, perché alla fine ha una parte importante. Non dimentichiamo in tutto questo processo gli studi sulle nuove energie, tra cui l’idrogeno, che potrebbe costituire veramente una nuova era. Sappiamo che l’idrogeno migliore è quello verde (lo classifichiamo in tre livelli: nero, blu e verde). Sicuramente oggi ne produciamo ancora poco di verde, comunque il grande problema di questa fonte è ancora lo stoccaggio. Se interveniamo in maniera strutturale sull’idrogeno, potrebbe essere la nuova energia pulita del futuro, perché la sua performance è veramente eccezionale. Al momento stiamo cercando di ripulire un po’ il gas che ci dà Putin, ma esistono grandi progetti in Italia su questo punto, perché abbiamo tutte le condutture di gas che tecnicamente potrebbero essere riconvertite per l’idrogeno, sia per le case, sia per le auto. Siamo quindi un paese che ha già forse l’infrastruttura migliore a livello di gas, ma se abbiamo la prospettiva di riconvertirla per l’idrogeno in maniera anche progressiva, potrebbe essere che questa transizione ci veda favoriti, tra i front runner. Tutto ciò abbiamo cercato di metterlo in una proposta di investimento.  Abbiamo lanciato circa un anno il fondo Smart Energy, che dal 10 marzo è stato classificato come fondo azionario a impatto (articolo 9) e che nei primi nove mesi ha già reso il 95%. Questo strumento racchiude tutto quanto ho detto, la transizione, la gestione e la produzione di energie rinnovabili, la distribuzione, l’efficienza, il trasporto e lo stoccaggio, che portano a una completezza di progetto». 

Le nuove regole avranno un impatto anche sul costo dei fondi visto che le policy di remunerazione dovranno essere in linea con i rischi di sostenibilità? Ritenete possibile che si possa assistere a un’ulteriore dispersione dei rendimenti fra le aziende?

Berglund(Comgest): «Sicuramente avrà impatti importanti, perché chi ha dimensioni troppo piccole subirà costi elevati. Abbiamo passato un altro momento difficile con la Mifid, che rendeva necessario fare investimenti di compliance, e anche questa volta dobbiamo investire in compliance. Sarà indispensabile aggiungere ancora persone impegnate sull’Esg e sul reporting: queste avranno chiaramente sempre più ruoli chiave all’interno delle società. Già oggi la parte reportistica sull’Esg è quasi equivalente a quella della gestione finanziaria. Per quanto riguarda la remunerazione all’interno delle società di gestione, noi abbiamo messo in piedi da tempo la sinergia fra gestori e analisti Esg (per noi analisti e gestori sono la stessa cosa) e la loro remunerazione è basata non solo sulla capacità di produrre rendimenti finanziari. Abbiamo messo in piedi una struttura capace di analizzare anche gli impatti Esg e ciò fa parte della nostra strategia, in quanto l’Esg non ha solo un’importanza etica, ma anche sui rendimenti ela mancanza provoca grossi rischi. Perché, se non viene analizzata per esempio la governance, si possono avere incidenti. Comunque sì, ci sono aspetti di remunerazione. Sì, i nostri costi aumenteranno per seguire le analisi Esg».

Quali sono i vantaggi dei bond Esg verso quelli tradizionali?

Randazzo (Axa Investment Managers): «Un approccio agli investimenti responsabile e sostenibile è valido ed è possibile sempre. Ovviamente con sfaccettature diverse, modalità di analisi differenti, ma è comunque applicabile a tutte le classi di attivo. Le componenti ambientali sociali e di governance da coprire sono differenziate a seconda che l’emittente sia sovrano o corporate, così come non è certo uguale la rilevanza delle singole voci in base al settore. Una società da analizzare è articolata e profonda nelle sue variabili Esg: per esempio, per quanto riguarda l’ambiente si differenzia tra climate change, risorse ed ecosistemi, nella parte social andiamo a dividere in capitale umano e relazioni sociali, per la governance si guarda l’eticità del business e la corporate governance. Questi riferimenti ci consentono di rispondere a domande del tipo: in quale maniera i fattori Esg impattano concretamente un profilo di credito di un emittente? Come si posiziona l’emittente, sia in termini relativi, sia assoluti, rispetto ai propri peer di riferimento? Inoltre, non si può prescindere dall’esistenza di eventuali controversie che possono infrangere i 10 principi del global compact delle Nazioni Unite, che riguardano aspetti fondamentali come i diritti umani, il lavoro, l’ambiente o la corruzione. Se, invece, c’è da valutare la bontà di un governo, è evidente che le variabili sono differenti. Per l’ambiente e il cambiamento climatico si devono considerare elementi come l’energy mix, sul sociale vanno considerati aspetti demografici, il welfare, le condizioni di mercato, l’educazione. Infine per la governance sappiamo che è fondamentale verificare lo stato della democrazia e l’efficienza della pubblica amministrazione. Un altro comparto in forte crescita che in Axa stiamo guardando con grande interesse da diversi anni è quello delle obbligazioni d’impatto, che non sono soltanto i green bond, ma anche i sustainable bond e i social bond. I green bond sono ormai diventati uno standard di mercato: ci attendiamo il superamento di un trilione di dollari di masse sul mercato entro quest’anno e c’è una grande quantità di emittenti significativi, come stati, sovrannazionali e aziende. Poi è arrivato da poco il Btp green inaugurale, con scadenza 30 aprile 2045, che tra l’altro è stata anticipata dalla pubblicazione di un framework da parte del Mef che illustra chiaramente la strategia ambientale della Repubblica Italiana e si propone di tenere conto dei green bond standard che sono ancora in discussione all’interno dell’Unione Europea. La risposta è stata ottima e su un collocamento di 8,5 miliardi la richiesta è stata 10 volte superiore. I social bond, che sono l’altra gamba delle obbligazioni a impatto, sono certamente un fenomeno più recente, ma nel solo 2020 abbiamo visto che il numero degli emittenti è addirittura aumentato del 50% e ci aspettiamo un’ulteriore crescita, dovuta in parte alla pandemia, visto che si tratta di debito che va a coprire le spese per la salute, l’inclusione e l’emancipazione». 

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