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Focus sostenibilità: un grande sforzo di analisi

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Focus sostenibilità: un grande sforzo di analisi

Avere una politica attenta alla sostenibilità all’interno di una società di gestione non è uno scherzo.

Pensare di cavarsela basandosi sui rating Esg forniti dalle società specializzate significa, infatti, doversi districare tra metodologie molto diverse, valutazioni talora opposte e forti difficoltà di interpretazione. Di conseguenza, per le Sgr più importanti avere metodologie di analisi proprietarie è sempre più indispensabile. 

È quest’ultimo uno degli elementi che esce con maggiore chiarezza dalla tavola rotonda sulla sostenibilità organizzata da Fondi&Sicav e cui hanno partecipato Adriano Nelli, responsabile global wealth management Italy di Pimco, Simona Merzagora, managing director di Nn Investment Partners, e Filippo Battistini, head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors

Come può aiutare un adeguato framework Esg ad affrontare un 2021 che si preannuncia rischioso, specialmente se il ritorno alla normalità economica dovesse ritardare?

Nelli (Pimco): «A mio avviso il problema esposto nel quesito non si limita al 2021: allungherei infatti l’orizzonte ben oltre l’attuale ciclo economico per avere una prospettiva di natura pluriennale o, come diciamo noi in Pimco, “secolare”. Infatti, l’emergenza rimane ben lontana dall’essere risolta e di conseguenza ci vorrà parecchio tempo per tornare a una normalità economica. I mercati finanziari ormai da oltre un decennio sono stati inondati da una quantità di liquidità enorme che, a causa di tassi d’interesse bassissimi, si è progressivamente spostata alla ricerca di rendimento su attività sempre più rischiose, con gli investitori che in molti casi sono migrati al di fuori della loro zona di comfort. In altri casi hanno semplicemente rimandato le decisioni di investimento, creando le condizioni per la classica trappola della liquidità. In questo quadro di stagnazione secolare, il problema principale è stato la grande quantità di liquidità parcheggiata al di fuori dell’economia reale. Il processo di trasformazione dell’intero assetto economico e produttivo verso la sostenibilità, favorito peraltro dai vari piani di stimolo messi in essere da diversi governi, apre in compenso la possibilità di avviare un ciclo di crescita degli investimenti come non si vedeva da tempo immemorabile e andrà a incidere proprio sull’economia reale. Un simile sviluppo apre prospettive enormi per moltissime aziende. In particolare, in Pimco utilizziamo un approccio che definiamo piramidale. In cima possiamo trovare quei gruppi classificabili come best in class in termini di criteri  Esg. Si tratta spesso di aziende le cui valutazioni già scontano pienamente l’adozione di tali criteri e pertanto hanno limitati spazi di crescita. In fondo alla piramide stanno quelle imprese che sono incompatibili in termini di rispetto dei principi di sostenibilità. Nel mezzo, invece, troviamo moltissimi gruppi che, tramite un’adeguata azione di engagement, possono avviare un intenso percorso di miglioramento andando a cogliere quelle occasioni generate dalla ripresa futura degli investimenti in chiave di transizione verso la sostenibilità di cui parlavo. Siamo convinti che proprio questa fascia costituisca il terreno migliore per generare extra-rendimenti». 

Merzagora (Nn Investment Partners): «Il contesto attuale è ancora decisamente difficile, ma prevediamo nella seconda metà dell’anno un intensificarsi della ripresa economica. In uno scenario come questo, l’adozione di un robusto approccio Esg presenta due vantaggi. Innanzitutto incorporare questi criteri, come facciamo noi nel nostro processo di costruzione del portafoglio, consente di posizionarsi su aziende di migliore qualità, con un management più moderno e dalla maggiore capacità innovativa. Spesso si tratta di gruppi che operano in settori ad alta crescita e con elevati margini. Di conseguenza, imprese con queste caratteristiche sono senz’altro più resilienti nei momenti di crisi e capaci di superarle più rapidamente. Lo stesso discorso vale anche a livello di titoli governativi: noi di Nn Investment Partners siamo i maggiori investitori in green bond sul pianeta e vediamo che, a livello sovrano, le nazioni che mostrano una maggiore attenzione alla transizione verso la sostenibilità sono anche quelle dotate di un’economia più competitiva e una maggiore capacità innovativa. Il secondo aspetto da considerare è la crescita degli investimenti/flussi dei prodotti del risparmio gestito con criteri Esg. Una ricerca di PricewaterhouseCoopers prevede che nei prossimi cinque anni le masse gestite con un approccio di questo genere passeranno da circa un trilione di dollari a 7,6. Dunque, questi flussi di liquidità stanno diventando una forza di mercato sempre più importante. Tra l’altro, con la direzione che ha preso la politica delle maggiori economie del mondo (basti pensare al piano di stimolo voluto dal presidente Biden e al Next generation Ue dell’Europa), i fondi Esg costituiranno una fonte di capitale sempre più importante per quelle imprese che vogliono partecipare a questi processi di trasformazione». 

Battistini (Allianz Global Investors): «Siamo anche noi dello stesso avviso rispetto a quanto detto dalla collega.  Aggiungo, inoltre, che incorporare nel proprio processo di selezione e costruzione di portafoglio un valido set di criteri Esg aiuta non solo a scegliere titoli dalla probabile superiore performance, ma anche ad abbattere la volatilità. Questa tipologia di fondi, infatti, presenta un Information ratio mediamente superiore rispetto alle strategie tradizionali. Basti pensare a come un’attenta cernita basata su criteri di buona governance consenta di evitare società dall’alto rischio di controversie legali o di eventi che ne rovinino la reputazione. Al riguardo, un caso molto concreto è Wirecard, da cui noi siamo usciti già nel 2018, perché i nostri analisti avevano evidenziato alcuni segnali preoccupanti. Parliamo di un amministratore delegato che appariva molto più interessato all’autopromozione che alla gestione dell’azienda, di dirigenti del board il cui pacchetto compensativo era basato sull’aumento del fatturato e del valore del titolo in borsa, di un forte livello di opacità nella contabilità e di un elevato turnover dei dipendenti nei reparti amministrativi e legali del gruppo. Il nostro approccio consente di generare performance più stabili e di evitare di imbatterci in crisi di reputazione serie fra gli investimenti nei nostri portafogli». 

La crescita del settore Esg significa avere più dati da analizzare. Vede il rischio di un’eccessiva specializzazione che distolga dall’obiettivo finale dell’investimento? 

Nelli (Pimco): «Il tema è sicuramente di grande attualità e avere carenze legislative notevoli è tipico di quando ci sono grandi cambiamenti in atto. Indubbiamente non possiamo fare a meno di notare che esistono lacune nella maniera in cui i dati Esg sono raccolti, distribuiti e interpretati. Si tratta di una questione di grande importanza, che noi di Pimco riteniamo di potere ben comprendere, grazie alla nostra expertise pluridecennale di grandi investitori in obbligazioni. Infatti, a livello di classica analisi finanziaria, conosciamo bene l’importanza che hanno i rating delle varie agenzie specializzate per un titolo obbligazionario. Infatti, quando il livello scende sotto determinate soglie, diversi istituzionali sono obbligati a disinvestire. Ciò nonostante, per costruire adeguatamente un portafoglio fixed income, non ci si può basare solo sui rating forniti esternamente, ma è necessario sviluppare un proprio approccio interno. Un discorso simile vale anche per quanto riguarda l’analisi Esg. Per noi, infatti, sviluppare una metodologia proprietaria è un vero e proprio obbligo, perché non riteniamo auspicabile lasciare il monopolio in questo ambito ad agenzie di rating specializzate. Peraltro, siamo convinti di avere un forte vantaggio competitivo su questo punto. Infatti è interesse da parte degli emittenti collaborare e aiutare un gruppo come il nostro a raccogliere e gestire i dati che riguardano i progressi verso la sostenibilità della propria azienda, poiché ciò si traduce in un minore costo del capitale». 

Merzagora (Nn Investment Partners): «Mi ricollego a quanto sottolineato dalle persone che mi hanno preceduto, aggiungendo un ulteriore elemento: per noi di Nn Investment Partners investire in una metodologia proprietaria è semplicemente fondamentale, perché i dati provenienti da vari fornitori esterni inevitabilmente tendono a rappresentare una fotografia del passato. Perciò, il nostro obiettivo è collaborare con le aziende e ricavare dalla nostra attività di engagement data set freschi che ci offrano uno sguardo sulle trasformazioni in divenire. Riteniamo che ciò costituisca uno spartiacque fra le Sgr in grado di competere in futuro e quelle, invece, che non avranno la possibilità di farlo. Dal momento che ormai noi abbiamo integrato tecniche di analisi Esg nel 74% degli asset che gestiamo, riteniamo che sia fondamentale detenere strumenti effettivi per determinare le potenzialità di aziende e nazioni nel processo di trasformazione verso un modello sostenibile. Va ricordato anche un ulteriore aspetto: disporre di una metodologia di engagement e di raccolta e interpretazione dei dati efficiente rafforza anche la possibilità di spingere il mondo societario a investire con maggiore decisione in direzione Esg». 

Battistini (Allianz Global Investors): «Per quanto riguarda la proliferazione dei dati, vediamo due rischi principali. Innanzitutto oggi siamo in un quadro di mercato ancora scarsamente regolamentato e fortemente frammentato, in cui i grandi fornitori di dati Esg (pensiamo, ad esempio, a Msci, Sustainalytics, Vigeo o Refinitiv) operano con metodologie decisamente differenti. Tutti questi soggetti, ovviamente, vorrebbero imporre il proprio standard sul mercato. Della scarsa trasparenza di questo settore si è accorta comunque l’Unione Europea: già le parti della direttiva Sfdr che sono entrate in vigore lo scorso 10 marzo prevedono cambiamenti verso una maggiore trasparenza, mentre nel 2022 dovrebbe diventare operativa la tassonomia. Sicuramente, dunque, tutto ciò che va nella direzione di una maggiore chiarezza da parte del legislatore è benvenuto. Un altro problema fondamentale è quello dei costi da sostenere, con le conseguenze che ciò avrà in termini di offerta sul mercato. Oggi, infatti, a causa anche dei problemi appena descritti, una moderna società di asset management che voglia gestire con una metodologia Esg non può limitarsi a comprare i dati dai tanti fornitori disponibili sul mercato, ma deve sviluppare una propria metodologia endogena. Tutto ciò comporta investimenti notevoli in termini di tecnologie e capitale umano: inevitabilmente questa situazione creerà uno spartiacque sul mercato fra chi se li può permettere e chi invece non può». 

Quali sono i vantaggi dei bond Esg verso quelli tradizionali?

Nelli (Pimco): «I vantaggi di questo tipo di strumenti sono diversi, sia per gli emittenti, sia per gli investitori. Innanzitutto, vi è un enorme cambiamento generazionale, con i gruppi più giovani che vogliono investire sempre più in maniera sostenibile. Dall’altra parte, lo strumento obbligazionario rappresenta un’ottima occasione per sfruttare ed estrarre valore da quel processo di miglioramento della fascia intermedia di aziende nella nostra piramide.  Al riguardo, questo fenomeno sta portando anche a notevoli innovazioni finanziarie che vanno al di là dei classici green bond, la cui struttura prevede che il capitale raccolto sia speso per uno specifico scopo di sostenibilità. Il mercato, allo stesso tempo, si sta ampliando al di fuori di questo in verità piuttosto limitato modello: ad esempio, di recente abbiamo seguito un’utility italiana che ha offerto al pubblico un’obbligazione molto diversa dai tradizionali green bond. Infatti, essa prevede che i soldi raccolti possano essere impiegati dall’azienda come preferisce, con però l’impegno di raggiungere un determinato obiettivo di sostenibilità entro la data di rimborso. Il mancato raggiungimento prevede una penale sotto forma di extra rendimento da pagare agli investitori». 

Vi è il rischio che di fronte a una prolungata crisi economica e con un sostegno fiscale non più sufficiente che le aziende in parte rinuncino a politiche di responsabilità sociale?

Merzagora (Nn Investment Partners): «Riteniamo improbabile che, a causa della crisi economica, le aziende smettano di investire in sostenibilità: proprio il periodo attuale sta creando un’intensa fase di transizione, uno spartiacque destinato a dividere in due campi netti le imprese che sono in grado di competere in un mondo in cui la sostenibilità è un principio irrinunciabile e quelle che non possono farlo. Gli interventi legislativi stanno diventando, infatti, sempre più stringenti, soprattutto sul lato ambientale: basti pensare al fatto che adesso in Europa le emissioni di un prodotto o di un servizio vanno misurate lungo tutta la filiera coinvolta e non solo sulla produzione in senso stretto. Dall’altra parte anche il tema della responsabilità sociale si sta allargando e va a coinvolgere settori fino a poco tempo fa non considerati. Un esempio è la questione delle aziende che attribuiscono gran parte dei loro profitti a branch nei paradisi fiscali, ma sono costrette a fare ricorso ad aiuti di stato durante la pandemia. Poiché dal 2006 ricerche accademiche sponsorizzate da Nn Ip hanno evidenziato la correlazione tra un approccio best in class e un’alta capitalizzazione di mercato, preferiamo da allora selezionare società che sono in fase di transizione Esg, un’analisi chiamata momentum, poiché siamo alla ricerca di imprese il cui valore non è stato ancora riconosciuto dal mercato. Lo stesso facciamo anche nell’ambito dei bond emergenti, dove andiamo a investire soprattutto in quei paesi che stanno mostrando di essere su un preciso percorso di miglioramento in chiave Esg».

La governance è la parte degli Esg su cui sono state spese più energie. Ritenete soddisfacenti i risultati raggiunti dalle aziende?

Battistini (Allianz Global Investors): «Se il giudizio si limita a quei gruppi che si trovano in posizione di leadership in termini di scorecard Esg, la risposta è senz’altro positiva, perché si tratta di realtà che molto hanno investito sul piano della governance con risultati più che soddisfacenti. Non sorprendentemente, però, sono aziende le cui azioni e il cui debito presenta quotazioni molto elevate. Noi, come Allianz Global Investors, investiamo nel 75% di best performer, però pensiamo che le occasioni migliori si possano trovare nel 25% intorno alla mediana, poiché si tratta di società che hanno ampi margini di miglioramento, spesso non ancora adeguatamente riconosciuti dai mercati. Con esse ci rapportiamo con un’attività di engagement che prevede, sia un forte e intenso uso del proxy voting in assemblea, sia un dialogo continuo con il management e con tutti gli stakeholder coinvolti. Nel 2020 abbiamo partecipato a più di 10 mila assemblee, esprimendo  nel 72% dei casi un voto contrario, opponendoci o astenendoci. Per quanto riguarda le decisioni sul pacchetto compensativo del management, nel 49% dei casi abbiamo espresso un voto contrario. Non bisogna comunque pensare che sia sempre necessario avere un atteggiamento di opposizione rispetto a quanto proposto dai manager delle aziende con cui si fa engagement: ad esempio, spesso votiamo in maniera favorevole rispetto a quanto proposto sul tema della transizione energetica». 

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