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Focus sostenibilità: tanto nuovo alfa

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Focus sostenibilità: tanto nuovo alfa

È ormai assodato da diversi studi: l’adozione di criteri Esg in un prodotto gestito o in un’azienda rappresenta ormai da diversi anni una fonte di alfa, talora a livello tutt’altro che trascurabile.

E, man mano che si va avanti negli anni, l’incremento dell’alfa, rispetto a strumenti che non si occupano della sostenibilità, è sempre più marcato. L’arrivo della pandemia ha dato un’ulteriore spinta alla tendenza in atto.

Questo tema è stato al centro dell’interesse della tavola rotonda organizzata da Fondi&Sicav, cui hanno partecipato Barbara Calvi, vice president sustainable investing global fixed income team di Morgan Stanley Investment Management (Msim), Coline Pavot, head of responsible investment research di La Financière de l’Echiquier (Lfde) e Antonino Cipriano, senior sales wholesale & Institutional Europe di Bnp Paribas Am.

Come può aiutare un adeguato framework Esg ad affrontare un 2021 che si preannuncia rischioso, specialmente se il ritorno alla normalità economica dovesse ritardare?

Cipriano (Bnp Paribas Am): «Abbiamo assistito a un 2020 straordinario e complesso da analizzare: da un lato la crisi sanitaria che ci ha travolti, dall’altro la performance dei mercati, con una repentina ripresa dopo un’altrettanto profonda correzione, grazie all’intervento delle banche centrali. Rispetto all’anno passato, il 2021 è nato in un contesto diverso. In termini di asset allocation, emerge ancora una preferenza per gli attivi di rischio, anche se non si è ancora usciti in modo netto dalla recessione. Si intravede una luce in fondo al tunnel primariamente dovuta alla presenza dei vaccini, ma la strada è ancora lunga prima della ripresa reale dell’economia. Per questo motivo, ci attendiamo maggiore volatilità sui mercati. In questa situazione, l’investitore ha sempre più bisogno di diversificazione e di una tipologia di attivi, come quella degli Esg, con caratteristiche qualitative superiori rispetto agli standard di mercato. Ciò significa scegliere imprese che abbiano una struttura in grado di assicurare standard ambientali, sociali e di governance elevati. Queste società, come mostrano studi recenti, sembrano meno rischiose. Anche la politica e le istituzioni si muovono nella stessa direzione con pieno sostegno verso la sostenibilità. Basta infatti pensare al Green deal europeo, alla Cina che dichiara di volere raggiungere la carbon neutrality entro il 2060 o al piano del presidente americano Biden di investire in modo massiccio in tecnologie legate all’ambiente per la mitigazione del cambiamento climatico. Aggiungiamo che gli attivi Esg beneficiano di un vento favorevole da un punto di vista dei flussi di mercato. In particolare, se gli investimenti azionari lo scorso anno hanno registrato a tratti forti riscatti da parte della clientela istituzionale e retail, questa debolezza non vi è mai stata tra gli attivi Esg, che hanno costantemente registrato conferimenti e interesse da parte degli investitori, sia in Usa, sia in Europa».

Pavot (Lfde): «L’analisi Esg delle aziende ci consente di selezionare quelle che hanno una corretta gestione dei rischi ambientali, sociali e di governance e che sono in grado di cogliere le opportunità economiche offerte dallo sviluppo sostenibile. Osserviamo che i migliori profili Esg sono prevalentemente società di qualità con bilanci sani. Questa solidità finanziaria è ancora più ricercata dagli investitori in tempi di crisi, onde limitare il rischio di liquidità. Le imprese più responsabili dimostrano una migliore capacità di individuazione e gestione dei rischi extra-finanziari. Sono spesso più attente alla tutela dei loro dipendenti e al loro livello di engagement. Qualcuna aveva già implementato lo smartworking prima della crisi, fornendo in questo modo ai dipendenti un buon ambiente di lavoro e un migliore equilibrio tra vita lavorativa e privata. Queste best practice messe in atto a monte, in risposta ai rischi identificati nella gestione dei talenti, ma anche nelle relazioni con i clienti o fornitori, hanno consentito loro di essere più agili e di adattarsi al contesto di crisi. Inoltre, i titoli con i profili Esg migliori attirano sempre più sottoscrizioni, mentre cresce la portata dell’investimento responsabile: i dati dimostrano il sempre maggiore interesse dei clienti istituzionali e finali, i cui capitali vanno a sostenere le quotazioni delle aziende responsabili. Poi, gli investitori che danno importanza ai criteri Esg sono più propensi a un investimento di lungo termine, essenziale per sostenere le aziende nella realizzazione dei loro progetti nel lungo periodo. I risultati di uno studio fatto da Lfde, che analizza la relazione tra criteri Sri e la performance dei mercati, rivela che negli ultimi 11 anni c’è una netta divergenza tra i titoli con migliore punteggio Esg (Top40) rispetto a quelli con punteggio peggiore (Flop 40), con i primi che fanno registrare un rendimento 3,2 volte superiore rispetto ai secondi. Questa tendenza è continuata nel 2020: il portafoglio composto dai migliori punteggi Esg (Top 40) ha registrato una performance del 15% rispetto allo 0,2% del portafoglio con i peggiori punteggi (Flop 40), maggiore quindi di ben 68 volte. Queste aziende hanno anche contribuito, ciascuna con il proprio ruolo, a un ritorno della normalità economica attraverso iniziative di solidarietà. Molte hanno sostenuto clienti e fornitori in difficoltà con le scadenze di pagamento, hanno messo a disposizione le loro linee di produzione per realizzare dispositivi e prodotti per contrastare la diffusione del Covid-19: da l’Oréal a Labomar per arrivare a Prada». 

Calvi (Msim): «Dovremmo considerare la questione, sia dal punto di vista societario, sia da quello degli investitori. Nel primo caso, la creazione di un solido framework Esg nello sviluppo della strategia aziendale crea un’infrastruttura e un modello operativo resilienti. Un esempio potrebbe essere la spinta alla decarbonizzazione, che consentirebbe a un’impresa di resistere agli shock del prezzo del carbonio. Un altro esempio è investire nella formazione e nello sviluppo dei dipendenti per creare una forza lavoro di talento, flessibile e motivata a resistere alle crisi e a promuovere l’innovazione. Dal lato degli investitori, un’ampia ricerca, anche da parte del Morgan Stanley Institute for Sustainable Investing, mostra che gli investimenti che integrano le caratteristiche di sostenibilità tendono a manifestare un rischio al ribasso inferiore e momenti di sovraperformance. Ciò si è verificato durante tutta la pandemia nel 2020, che ha visto un aumento dell’interesse per le strategie sostenibili. La logica della mitigazione del rischio è abbastanza semplice: investire in società con modelli di business sostenibili e solide pratiche di governance riduce il rischio di esposizione ad attività incagliate e a contenziosi che possono influire negativamente sul prezzo e sulla liquidità delle obbligazioni. Più un quadro Esg è strutturato e completo, più precisamente consentirà di identificare, analizzare e stabilire un prezzo per questi rischi nella sua valutazione. Dal lato delle opportunità, un forte framework Esg consentirà anche di identificare quali emittenti sono meglio posizionati rispetto alla concorrenza sui principali temi di sostenibilità, contribuendo a generare alfa». 

La crescita del settore Esg significa avere più dati da analizzare. Vedete il rischio di una eccessiva specializzazione che distolga dall’obiettivo finale dell’investimento?

Cipriano (Bnp Paribas Am): «L’abbondanza di dati e l’adeguamento dei processi di investimento non sono una condizione sufficiente per assicurare elevati standard qualitativi Esg. Riteniamo piuttosto che la variabile discriminante sia la presenza di una struttura, un “sustainability center”, costituita da analisti di grande esperienza e in grado di relazionarsi internamente con i team di gestione che recepiscono e trasformano le analisi in idee di investimento. Più che l’abbondanza di dati, il vero discrimine è la storia, l’approccio e l’allineamento di visione all’interno dello stesso asset manager. Noi possiamo vantare una struttura di sustainability center molto affiatata, che fa perno su 25 analisti che si occupano esclusivamente di analisi Esg su base settoriale, che utilizzano sia dati interni, sia quelli di fornitori esterni. Tutto ciò è declinato all’interno della gamma prodotti Bnpp Am, che ha varato nel 2019 e completato l’anno scorso l’estensione dell’integrazione Esg a tutti i processi gestionali. Possiamo inoltre contare su una gamma di prodotti “enhanced Sri” declinati in strategie “Best in class” e tematiche. Le nostre politiche in materia di responsabilità presentano caratteri distintivi molto netti: ad esempio, vengono esclusi settori controversi o emittenti con oltre il 10% del fatturato che proviene da industrie come il tabacco, l’alcool o il gioco d’azzardo. Va infine ricordato che investire con criteri di sostenibilità non significa rinunciare alla performance: ci sono studi che dimostrano che i criteri Esg hanno generato extra-performance in anni particolarmente complessi. Secondo uno studio di Morgan Stanley, nel 2019 un paniere di titoli Esg sul mercato azionario americano avrebbe generato 2,8 punti di alfa rispetto a un analogo non Esg, e questa tendenza è ulteriormente accelerata nel primo trimestre del 2020: è una conferma della forza e della resilienza degli investimenti sostenibili».

Pavot (Lfde): «La nostra definizione di Sri è cercare la performance investendo in aziende con una buona governance e un valido management, incoraggiando le iniziative sociali e ambientali che aumentano il valore per tutti gli stakeholder. Noi siamo convinti che l’utilizzo dei criteri di sostenibilità sia integrante nell’analisi di un’azienda, ma non possa sostituire quella finanziaria. Nei nostri fondi Sri i titoli in portafoglio devono soddisfare contemporaneamente sia i fattori finanziari, sia quelli Esg. La ponderazione che facciamo a La Financière de l’Échiquier assegna il 60% circa del rating Esg alla governance, mentre il 40% residuale è suddiviso tra l’ambiente e il sociale. La governance permette di capire se la struttura di un’impresa è sana e solida, quindi capace di sostenere un progetto aziendale responsabile ed economicamente sostenibile. Tutto ciò, però, non può prescindere dalla redditività e dalla stabilità finanziaria. Prestiamo inoltre molta attenzione alla valorizzazione delle aziende in cui investiamo, cercando di evitare o di subire bolle speculative che si possono creare intorno a titoli legati alla sostenibilità: nei confronti di questi si concentra molto interesse e talora si perde di vista l’aspetto operativo delle imprese. Gli strumenti per condurre l’analisi Esg sono sempre più numerosi e anche in Francia si sono viste proliferare le start-up che se ne fanno promotrici. Tutto questo consenso non deve però distogliere dall’obiettivo finale dell’investimento, che è la ricerca di rendimento».

Calvi (Msim): «La sostenibilità coinvolge molti fattori Esg diversi e interconnessi. Per comprendere la natura dei rischi e delle opportunità di cui ci stiamo occupando, è necessario considerare una moltitudine di informazioni. Invece di distoglierci dall’obiettivo finale di investimento, ciò ci permette di realizzarlo al meglio. Prendiamo l’esempio del cambiamento climatico. La metrica basilare, che viene spesso utilizzata, è esaminare le emissioni di CO2. Tuttavia,  non fornisce un quadro completo del posizionamento di un’azienda rispetto ai concorrenti. Dobbiamo prendere in considerazione le emissioni dirette e indirette, la volontà delle società di ridurle, l’esposizione al rischio fisico e di transizione. Con la crescita della disponibilità dei dati, occorre prestare attenzione alla qualità, che è direttamente collegata alla divulgazione degli emittenti, alla sua comparabilità e pertinenza. Ciò richiede agli investitori di evolvere le loro capacità: ruoli come gli Esgdata scientist diventeranno sempre più importanti per aiutare i team di investimento a selezionare tra numerose serie di dati e integrarle all’interno delle piattaforme di gestione degli investimenti. I team di sostenibilità continueranno inoltre a supportare i gestori di portafoglio nell’interpretazione dei dati e a sfruttare questi ultimi per la costruzione del portafoglio e il monitoraggio continuo. Una maggiore quantità di dati di qualità implica decisioni più informate e report più granulari che possono essere adattati, sia ai nuovi requisiti normativi, sia alle esigenze dei clienti». 

Alla luce del cambiamento economico e della transizione energetica, quali conseguenze vi sono a livello di scelte di investimento e quali sono le tecnologie più promettenti?

Cipriano (Bnp Paribas Am): «La transizione energetica è un tema d’investimento che rientra all’interno di quello più ampio legato all’ambiente. Le imprese oggetto d’investimento hanno caratteristiche cicliche e possono appartenere al segmento delle piccole e medie capitalizzazioni. Si tratta di un universo di aziende nuovo, che si sta sviluppando negli ultimi anni, molto promettente e che ha in sé molte potenzialità, ma anche rischi, e per questo motivo deve essere analizzato con molta attenzione ed elevate competenze. Tuttora il mondo della produzione energetica fa prevalente affidamento sui combustibili fossili, ma si registra ormai una crescita costante delle rinnovabili che non può che aumentare per raggiungere l’obiettivo europeo di arrivare, nel 2050, alla carbon neutrality. Dagli anni ’70 le emissioni di CO2 sono in forte aumento, con un’accelerazione negli ultimi anni. Il settore energetico attualmente produce il 70% delle emissioni di biossido di carbonio ed è proprio da qui che deve partire una grande rivoluzione. Secondo il Global renewable outlook, pubblicato nello scorso anno dall’Agenzia internazionale per l’energia rinnovabile, saranno necessari circa 35.000 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi 30 anni per ristrutturare completamente l’attuale settore energetico. La posta in gioco è altissima e le imprese che avranno una visione in tal senso produrranno risultati positivi anche per i propri azionisti. Ci sono poi alcuni driver che spingono a favore della transizione energetica: il prezzo delle rinnovabili in discesa, l’impegno di paesi come la Cina e l’India a diventare produttori netti di energia rinnovabile e la normativa che, con le istituzioni, incentiva verso questa direzione. Bnp Paribas Am, nell’ambito delle energie di transizione, identifica alcuni business particolarmente promettenti sull’utilizzo dell’idrogeno verde, sull’efficienza energetica e sullo stoccaggio dell’energia prodotta, includendo tutto l’indotto che va dalla produzione di batterie, alle auto elettriche, ai sistemi di guida automatici. Inoltre, abbiamo due soluzioni che guardano a questo tema come opportunità: Bnpp Energy Transition, che nel 2020 ha registrato una performance netta del 164%, e Bnpp Environmental Absolute Return Thematic (Earth), un fondo long-short equity market neutral. È una delle novità più interessanti della nostra gamma prodotti: lanciato lo scorso anno, dall’inizio di questo ha già fatto registrare un incremento netto superiore al 10% (dato all’11 di marzo)».

La governance è la parte degli Esg su cui sono state spese più energie. Ritenete soddisfacenti i risultati raggiunti dalle aziende?

Pavot (Lfde): «Sin  dalla fondazione di Lfde avvenuta 30 anni fa, la governance è l’argomento più importante nella nostra analisi: si basa su una stretta vicinanza con il management delle aziende in cui investiamo. Un nostro studio sulla performance dei titoli Sri, se scomposto per le tre componenti dell’acronimo Esg, rivela che, nell’arco di 11 anni, i ritorni del portafoglio con i punteggi più elevati in ambito sociale (+362%), di governance (+262%) e ambientale (+233%) sono migliori di quelli di un portafoglio con gli score peggiori per tutti e tre i criteri. Inoltre, tra tutte le allocation simulate, quella con i più bassi punteggi di governance genera la peggiore performance nel periodo in oggetto (+120%). Negli ultimi anni ci sono stati progressi in materia di governance: le aziende sono più trasparenti e danno maggiori dettagli sulle strutture interne. Oggi, però, ci sono anche altre sfide che devono essere affrontate e una di queste è il cambiamento climatico che non può essere gestito prescindendo dalla governance: occorre elaborare una strategia dedicata e identificare all’interno dell’impresa le persone competenti preposte a seguire l’implementazione di politiche indirizzate ad affrontare le questioni di carattere ambientale. L’enfasi che poniamo sulla governance ci ha permesso di evitare grandi controversie che hanno avuto un forte impatto finanziario come nei casi di Wirecard, Volkswagen o Renault Nissan. Queste tre vicende hanno tra loro un punto in comune: la mancanza di governance e, in particolare, di contropoteri all’interno della società. Un caso recente, da questo punto di vista, è Danone, che si dichiara concentrata nel garantire valore sostenibile nel lungo periodo, ma che non ha prestato sufficiente attenzione negli ultimi anni, sia ai risultati finanziari, sia agli azionisti. Oggi, un gruppo di investitori attivisti chiede non solo un cambio di passo, ma che siano separati i ruoli di amministratore delegato e di presidente, attualmente ricoperti dalla stessa persona».

Calvi (Msim): «La governance ha probabilmente una storia più lunga d’integrazione nell’analisi del credito rispetto alle questioni ambientali e sociali e questa è una considerazione presente in tutti i settori e asset class del reddito fisso. Ciò che si è evoluto, tuttavia, è l’ambito di analisi della governance, con un maggiore controllo sulle strutture e sui processi di un’azienda volti a garantire attendibilità e trasparenza sull’attuazione della strategia di sostenibilità e sul ruolo del senior management nel guidare una cultura aziendale responsabile. Negli ultimi due anni, c’è stato un aumento del numero di imprese che collegano il loro compenso esecutivo alle metriche Esg, una crescita limitata della presenza di donne nei consigli di amministrazione, nonché un’accelerazione nella nomina di gruppi di supervisione e coordinamento focalizzati sulla sostenibilità all’interno delle aziende, dai comitati del consiglio di amministrazione alle task force multi-divisionali. Ciò è in parte il risultato degli sforzi di gestione e impegno da parte degli investitori e, in parte, un requisito per le società che emettono obbligazioni green/sostenibili. La strada è quella giusta, ma c’è ancora molto da fare. Gli investitori potrebbero vederla come un’opportunità, soprattutto perché sempre più aziende sono in grado di dimostrare che queste strutture interne migliorate contribuiscono a realizzare gli obiettivi E e S delle aziende».

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