Apre domani, il 13 maggio 2026, alla Fondazione Luigi Rovati, la mostra Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso, a cura di Salvatore Settis.
Fulcro dell’esposizione è la prima presentazione al pubblico della fronte di un sarcofago romano databile tra il 170 e il 180 d.C., raffigurante la morte di Meleagro e altri episodi del mito. Proveniente da Firenze, dove appartenne per secoli alle collezioni di Palazzo Montalvo, il rilievo entrò successivamente nella collezione Brenta-Torno a Milano ed è oggi noto quasi esclusivamente agli specialisti.
L’opera appartiene a una ristretta serie di sarcofagi dedicati al mito di Meleagro, articolati in sequenze narrative che comprendono la caccia al cinghiale di Calidone, il conflitto con gli zii e la tragica morte dell’eroe, causata dalla madre Altea. Tra gli esemplari conosciuti, il sarcofago Brenta-Torno si distingue per qualità formale e per la precoce testimonianza del suo reimpiego medievale.
La mostra presenta inoltre i due rilievi laterali originali, oggi conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, esposti per la prima volta insieme alla fronte principale. Questa ricomposizione consente di verificare l’unità originaria del monumento e di comprenderne pienamente la costruzione narrativa. Un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dallo studio dell’iscrizione del XIII secolo, che documenta il riutilizzo medievale del sarcofago e ne permette una più precisa contestualizzazione storica.
Il “gesto della disperazione”
Accanto alla dimensione archeologica, la mostra sviluppa una riflessione sulla “biografia” di un gesto: una figura, generalmente femminile, che irrompe nella scena con le braccia protese all’indietro, espressione codificata della disperazione.
Nato in età romana e attestato in un vaso d’argento proveniente da Pompei — esposto in mostra grazie al prestito del Museo Archeologico Nazionale di Napoli — questo gesto scompare per oltre un millennio, per poi riemergere improvvisamente nel XIII secolo.
La sua ricomparsa è documentata in opere fondamentali della storia dell’arte: dalla Strage degli Innocenti di Nicola Pisano alla Lamentazione sul Cristo morto di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, fino alle reinterpretazioni moderne, tra cui Guernica di Pablo Picasso. In mostra sono presenti una selezione di disegni preparatori e il manifesto della storica esposizione milanese del 1953 a Palazzo Reale.
Aby Warburg e la Pathosformel
Il percorso espositivo approfondisce anche il pensiero di Aby Warburg, che individuò in questo gesto un caso emblematico di trasmissione delle forme espressive dell’antico, sintetizzato nel concetto di Pathosformel.
Pur concentrandosi su un riuso più tardo, in un monumento funebre attribuito a Giuliano da Sangallo per la Cappella Sassetti nella chiesa di Santa Trinita, Warburg fu tra i primi a riconoscere nella figura dolente dei sarcofagi di Meleagro una fonte decisiva per la riattivazione di questo gesto dopo secoli di oblio.
Questo passaggio è rappresentato in mostra attraverso le tre tavole del Bilderatlas Mnemosyne, nella ricostruzione più recente curata da Axel Heil e Roberto Ohrt.
Una mostra tra archeologia, arte e memoria
Storia di un gesto propone un’indagine che intreccia archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine, offrendo al pubblico una prospettiva inedita sulla continuità e trasformazione dei linguaggi figurativi dall’antichità al contemporaneo.
Commenta Giovanna Forlanelli:
“La mostra si inserisce nel percorso della Fondazione Luigi Rovati, che fin dalla sua apertura intreccia ricerca, innovazione e storia in progetti espositivi dove la continua reinterpretazione dei linguaggi e delle forme artistiche apre nuove prospettive sul presente e sul futuro.”
Aggiunge il curatore Salvatore Settis:
“Questa è una mostra a tre temporalità: quella del mito, quella delle immagini e quella della memoria. Un percorso che parte dal presente per riconquistare frammenti del passato e sottrarli all’oblio.”
I restauri
Il restauro conservativo dei tre rilievi con il mito di Meleagro, originariamente appartenenti a un unico sarcofago romano e oggi divisi tra la collezione Brenta-Torno e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ha restituito leggibilità e unità visiva al monumento dopo secoli di vicende conservative differenti.
L’intervento, a cura dello studio Anna Lucchini e di Francesca Siena, ha previsto indagini storico-scientifiche e una pulitura selettiva delle superfici, consentendo il recupero di dettagli iconografici e tecnici compromessi dal degrado e da restauri precedenti.
La mostra è stata inoltre occasione per il restauro della Coppa con Semele morente, concessa in prestito dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’intervento, curato da Artes, ha restituito piena leggibilità al manufatto, stabilizzandone le fratture e assicurandone la conservazione tramite materiali reversibili.
Redazione Lifestyle
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