Mercati: le economie sono meno energivore rispetto al passato ma a un certo punto soffriranno il rischio reale di recessione. Kevin Thozet, membro del Comitato Investimenti di Carmignac

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La crescita economica è oggi meno energivora rispetto al passato, poiché le economie generano più output per unità di energia grazie a guadagni di efficienza e a uno spostamento verso i servizi. Questo riduce la sensibilità agli shock energetici, ma aumenti persistenti dei prezzi dell’energia continuano comunque a pesare sulla crescita comprimendo margini e redditi reali.

Una rapida risoluzione del conflitto resta uno scenario plausibile a questo stadio, anche se la probabilità è difficile da valutare. Non siamo ancora nella fase di distruzione della crescita — ma con il passare dei giorni ci avviciniamo a questo rischio. Negli shock di offerta petroliferi, il tempo è il vero catalizzatore.

L’impennata dei prezzi di petrolio e gas ha innescato una reazione ormai tipica dei mercati di fronte a uno shock improvviso dell’offerta: rendimenti in aumento, azioni in calo. L’entità dello shock è piuttosto chiara. La storia suggerisce che quando i prezzi del petrolio salgono del 60% o più, i mercati azionari tendono a correggere. Il primo canale di trasmissione è che l’aumento dei prezzi dell’energia alimenta le aspettative di inflazione, spinge verso l’alto le attese di politica monetaria più restrittiva e fa salire i rendimenti a breve. Le economie importatrici di energia tendono inoltre a soffrire maggiormente, con cali sia delle azioni sia delle obbligazioni.

Tuttavia, al di là della portata delle fluttuazioni nel settore del petrolio e del gas, la vera questione è la sua durata. I mercati e le economie possono assorbire un picco dei prezzi del petrolio; hanno invece più difficoltà a gestirne la persistenza.

Se il conflitto dovesse rivelarsi di breve durata, lo shock petrolifero potrebbe restare gestibile per economie e imprese. Ma se si protraesse — come nel caso della guerra dello Yom Kippur (1973), della rivoluzione iraniana (1979) o della prima guerra del Golfo (1990) — il quadro diventerebbe più critico. In genere i mercati attraversano diverse fasi. Come mostra il grafico sopra, che traccia l’evoluzione delle azioni (S&P 500) e dei rendimenti obbligazionari (tassi USA a 2 anni) durante shock di offerta di petrolio e gas negli ultimi 70 anni, emerge un pattern ricorrente:

  • Settimane 1–4: i mercati azionari assorbono lo shock: le reazioni sono contrastanti.
  • Settimane 5–8: iniziano a emergere crepe; il rischio al ribasso aumenta in modo significativo.
  • Settimane 9–13: zona di pericolo; i cali diventano più frequenti e più persistenti.

In altre parole, il rialzo del petrolio viene inizialmente interpretato come un segnale di inflazione elevata e crescita nominale, ma con il tempo si trasforma in una tassa sulla crescita, comprimendo i margini e i redditi reali e irrigidendo le condizioni finanziarie.

I tassi seguono uno schema simile ma con un certo ritardo. I rendimenti a breve tendono a salire per primi, riflettendo aspettative di inflazione più elevate e una revisione in senso restrittivo delle attese di politica monetaria. Ma se lo shock persiste, la narrativa cambia. Intorno alla finestra 9–13 settimane, le preoccupazioni per la crescita tendono a prevalere e la parte corta della curva inizia a scendere, anche se il petrolio resta elevato. Quella che nasce come una storia di inflazione si trasforma gradualmente in una storia di crescita.

Oggi siamo ancora nella prima fase. Con il conflitto entrato nella quinta settimana e i prezzi del petrolio vicini ai massimi, i mercati restano nella fase inflazionistica: i rendimenti sono ancora orientati al rialzo ma potrebbero avvicinarsi al picco (iniziano a emergere movimenti di irrigidimento della curva), mentre i mercati azionari appaiono sempre più esposti a rischi (le azioni statunitensi stanno recuperando — o meglio scendendo — in linea con il resto del mondo).

 


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Redazione

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