Intervista a Nicola Grass, CFA Portfolio manager Multi-Asset Solutions Swisscanto Invest by Zürcher Kantonalbank

Gli ultimi dati confermano la corsa al rialzo dell’inflazione Usa. Secondo le vostre stime dove potrebbero spingersi i rendimenti del Treasury decennale nei prossimi mesi?

La questione è, se l’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti (4,2% in aprile), come non fa che ripetere la FED, sia davvero solo un fatto temporaneo. Una sorta di effetto catch-up dell’0,1% dopo l’esplosione della pandemia a maggio 2020.
Difficoltà di fornitura: la crescita dell’inflazione dipende anche, in gran parte, dalle imperanti difficoltà di fornitura di questo periodo. Ad esempio, i costi di spedizione sono ufficialmente esplosi. E, a causa della carenza di semiconduttori e del conseguente calo della produzione automobilistica, i prezzi dei veicoli d’occasione sono aumentati enormemente ad aprile (+10%).
Questa situazione non è destinata a durare e si normalizzerà nel corso dell’estate.
Salari: sorprendentemente, nonostante la disoccupazione ancora elevata, le aziende del segmento dei bassi salari (McDonalds, FedEx, Dominos) stanno riscontrando problemi di assunzione e sono costrette a riconoscere paghe più alte. Ciò è riconducibile principalmente agli elevati pagamenti compensativi da parte del governo (sussidi di disoccupazione di 300 USD settimanali), i quali termineranno a settembre. Questo probabilmente non basta ancora a innescare una spirale prezzi-salari duratura.
Materie prime: l’aumento dei prezzi di molte materie prime proseguirà nel medio termine alla luce della transizione alle energie rinnovabili. A breve termine i corsi sono già andati troppo oltre, pertanto non ci attendiamo ulteriori pressioni sull’inflazione.
Prevediamo pertanto che i dati di maggio rappresenteranno il culmine dell’inflazione negli Stati Uniti. E che in seguito scenderanno costantemente fino a tornare sotto al 3% nel 2022. Nel resto del mondo, la pressione non è ancora percepibile (ad es. Eurozona: 1,6%, Cina 0,9%). Ma aumenterà comunque, sia pure con un certo ritardo.
La reazione dei mercati finanziari a un’inflazione sorprendentemente elevata negli USA ad aprile conferma la nostra opinione che una parte di essa sia già stata scontata. E che le aspettative sull’inflazione scambiata siano cospicue.
Da allora i tassi di interesse statunitensi e le aspettative sull’inflazione sono rimasti praticamente invariati (il Treasury USA a 10 anni rimane fermo all’1,6%). Prevediamo che i tassi di interesse USA aumenteranno ancora leggermente nei prossimi mesi. Ma che il grosso del movimento dei tassi (con un minimo dello 0,5% ad agosto 2020) sia ormai passato. La pressione al rialzo sui tassi di interesse è diminuita, perché la Federal Reserve non li aumenterà prima del 2023 nonostante l’aumento dei dati sull’inflazione, e il culmine della ripresa congiunturale è già stato raggiunto.
Per un investitore europeo che voglia incrementare gradualmente la propria esposizione ai titoli di stato Usa, quali indicazioni ritenete opportune in termini di duration, tipologia di titoli (tasso fisso o legati all’inflazione) ed esposizione al rischio di cambio?
Negli ultimi due mesi abbiamo perciò ridotto costantemente il nostro sottopeso sulla duration e acquistato più titoli di Stato USA a lungo termine.
Attualmente, nella quota obbligazionaria manteniamo ancora una duration più corta di circa 0,5 anni rispetto al benchmark. Dopo aver puntato decisamente sulle obbligazioni indicizzate all’inflazione a partire da aprile 2020, a fine marzo 2021 le abbiamo cedute interamente.
Alla luce delle cospicue aspettative sull’inflazione (quasi tutte le scadenze da due a 20 anni implicano tassi d’inflazione superiori al 2,5%), questi titoli sono ora troppo costosi. Perciò puntiamo di nuovo sulle obbligazioni nominali. L’ingente duplice deficit degli Stati Uniti (disavanzo di bilancio e delle partite correnti), la ripresa economica globale e i bassi tassi di interesse reali depongono a sfavore dell’USD.
Nel contesto attuale privilegiamo pertanto l’euro, motivo per cui gli investitori europei dovrebbero perlomeno coprire una parte dei rischi valutari.
Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.

