Treasury Usa: meglio preferire le scadenze medio-brevi

Intervista a Yuri Basile, Responsabile Obbligazioni Governative di Anima Sgr

Gli ultimi dati confermano la corsa al rialzo dell’inflazione Usa. Secondo le vostre stime dove potrebbero spingersi i rendimenti del Treasury decennale nei prossimi mesi?

Yuri Basile

Gli ultimi dati, in verità, più che confermare la corsa al rialzo dell’inflazione confermano ciò che era ampiamente previsto e prevedibile, ovvero che un insieme di fattori temporanei avrebbe portato a dati sui prezzi particolarmente forti e volatili.

Va, del resto, considerato che la riduzione dei vincoli alla mobilità ha liberato una forte domanda inespressa e alimentata dai risparmi accumulati nell’ultimo anno, sia per l’impossibilità di muoversi sia per le varie forme di sussidio.

Il conseguente squilibrio tra l’alta e inusuale (e insostenibile) domanda e una capacità produttiva dimensionata per periodi normali ha così creato il mix perfetto per una correzione al rialzo dei prezzi.

La curva dei rendimenti americana incorpora già attese d’inflazione superiori al 2,5% per i prossimi 5 anni. Un livello tollerabile in base alla nuova impostazione della Federal Reserve, che non dovrebbe intervenire sui tassi prima del 2023 e comunque con molta gradualità.

A nostro avviso, dal momento che l’attuale rialzo dell’inflazione è dovuto soprattutto alle componenti legate al Covid, caratterizzate da bassa persistenza, non abbiamo motivi per ritenere che vi siano le condizioni per vedere un rialzo dei rendimenti violento e apparentemente senza controllo come nel primo trimestre.

Piuttosto crediamo che una graduale normalizzazione della politica monetaria porterà a una risalita dei rendimenti di lieve intensità, grazie a una compensazione tra le due componenti principali, attese di inflazione e tasso reale.

Per un investitore europeo che voglia incrementare gradualmente la propria esposizione ai titoli di stato Usa, quali indicazioni ritenete opportune in termini di duration, tipologia di titoli (tasso fisso o legati all’inflazione) ed esposizione al rischio di cambio?

In un contesto in cui il debito americano è cresciuto fortemente e nei prossimi mesi la Fed dovrebbe avviare un percorso, se pur graduale, di normalizzazione che porterà al primo rialzo dei tassi, (preceduto dalla riduzione degli acquisti di titoli di Stato), le motivazioni che possono spingere l’investitore europeo a incrementare la propria esposizione ai governativi statunitensi possono essere soltanto legate a una necessità di diversificazione del portafoglio. Di fronte a un mercato obbligazionario che dal punto di vista della direzione ha espresso le sue performance migliori negli anni passati.

Di qui la scelta dovrebbe ricadere sui titoli che hanno un rendimento positivo, introducendo però anche il rischio cambio con l’idea di esporsi alla divisa che fornisce maggior protezione verso avvenimenti imprevedibili, giustificabile quindi in un’ottica difensiva.

In questo scenario sarebbe opportuno preferire le scadenze medio brevi che potranno almeno beneficiare della cautela con cui la FED approccerà la normalizzazione.

Mentre sarebbero da evitare i titoli legati all’inflazione perché le valutazioni incorporate nei prezzi rischiano di rimanere deluse, nel caso i dati sull’inflazione dovessero tornare al livello registrato prima dello scoppio della pandemia, senza confermare l’attuale sentiero di crescita ben più alto ma a nostro avviso temporaneo.

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