Il Fomc ha anche adottato una revisione del dot plot che suggerisce una continuità della politica monetaria aggressiva. I commenti di Pimco, Moneyfarm, Gam, Candriam

Allison Boxer, US economist di  Pimco

Le revisioni delle previsioni di crescita e del tasso di disoccupazione contenute nel Summary of Economic Projections (SEP) lasciano intendere che la Fed sta iniziando a riconoscere che un percorso più rapido di inasprimento della politica monetaria andrà a scapito di una crescita più lenta e di un aumento della disoccupazione. La Fed prevede ora una crescita del PIL statunitense pari all’1,7% nel 2022 e nel 2023, in netto calo rispetto al 2,8% e al 2,2% rispettivamente. Anche la disoccupazione dovrebbe salire rispetto ai livelli attuali.

Il dot plot mostra che la Fed è unanime nel ritenere che il tasso sui fondi debba superare le stime di neutralità entro la fine dell’anno. Ma solo pochi membri si aspettano che i tassi raggiungano un picco significativamente superiore a quello già prezzato dai mercati.

Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm, ha commentato:

“La conferenza della Fed ha evidenziato la debolezza della forward guidance degli ultimi mesi e forse parzialmente indebolito la sua stessa credibilità. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento dei tassi da 75 bps, gli ultimi dati sull’inflazione (8.6% annuale a maggio), più alti delle attese, e le aspettative dei mercati hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi ad oggi, pur accompagnata da commenti sull’eccezionalità della misura.

Sembra che i leggendari Bond Vigilantes siano ufficialmente tornati, pronti a vendere bond aggressivamente e forzare le Banche Centrali ad agire con decisione per combattere l’inflazione. In tale contesto, l’aumento dei prezzi inizia a far più paura rispetto ad ulteriori rialzi nei tassi, con l’azionario che ha reagito inizialmente negativamente alla decisione, ma si è mantenuto in positivo (alle 20.00 del 15 giugno).

Infatti, sebbene la decisione certamente indebolisca ancor di più le condizioni finanziarie, e di conseguenza peggiori le attese di crescita, l’ulteriore rialzo dei tassi e l’ancoraggio delle aspettative di inflazione suggeriscono che potremmo essere vicini alla fine della dolorosa transizione della politica monetaria a cui abbiamo assistito da inizio anno. In questo senso gli investitori potranno quantomeno aspettarsi un regime di mercato più normale, nel quale la correlazione tra ritorni di azionario e obbligazionario dovrebbe iniziare a diminuire e il focus si dovrebbe, seppur lentamente, spostare di nuovo su crescita, profittabilità aziendali e valutazioni”.

Charles Hepworth, Investment Director di Gam

Nella sua ultima battaglia contro lo spiritello di un’inflazione per lo più trainata dall’offerta, la Federal Reserve ha ipotizzato che un rialzo dello 0,75% avrebbe riequilibrato la volatilità del mercato, divenuta rapidamente troppo elevata. L’assunto che un tale aggressivo shock di rialzo dei tassi riporti la Fed quantomeno sulla curva, se non addirittura in anticipo, è discutibile: il mercato crede che sia ancora molto indietro rispetto alla curva. 

Ora si potrebbe affermare che la Fed sembri disperata, quando solo un mese fa lasciava intendere che lo 0,5% sarebbe stato sufficiente. Uno 0,25% in più significa così tanto? Sì, perché se il messaggio che la Fed ha cercato di trasmettere ora non può essere preso completamente sul serio, allora l’unico esito possibile è un’ulteriore volatilità: il mercato è ora in grado di prezzare le conclusioni della Fed.

I dot plot hanno mostrato degli aumenti: è atteso almeno un altro rialzo dell’1,75% prima della fine dell’anno con i tassi al 3,4% rispetto all’1,9% previsto per la fine dell’anno soltanto tre mesi fa.

Anche le previsioni di crescita sono state modificate in modo consistente, con una crescita attesa dell’1,7% per quest’anno, rispetto al 2,8% previsto a marzo.

Una Fed che opera aggressivamente rialzi dei tassi cercando di recuperare di fronte a un’economia in rallentamento rappresenta un percorso di politica monetaria piuttosto singolare. La buona notizia è che il mercato, ormai in territorio ribassista, ha prezzato ciò che la Fed non sembra aver fatto. Gli utili devono solo reggere relativamente bene da qui in avanti, ora che una contrazione multipla si è già manifestata: purtroppo, però, rimane proprio questa la grande incognita.

Nicolas Forest, global head of fixed income e Jamie Niven, senior fund manager di Candriam

La Fed ha deciso di alzare i tassi di riferimento di 75 punti base: si tratta dell’aumento più consistente dal 1994. Secondo i nuovi dot plot, il tasso dei Fed Fund potrebbe raggiungere il 3,4% entro la fine dell’anno. Sono state riviste al rialzo le proiezioni sul tasso di disoccupazione dal 3,6 al 4,1 per il prossimo anno, il che dimostra che l’obiettivo primario è la lotta all’inflazione. Paradossalmente, i rendimenti obbligazionari sono scesi nonostante i toni falco, il che mostra che la FED potrebbe arrivare a tenere l’inflazione sotto controllo entro la fine del 2023.

Si tratta quindi di un altro step nel ciclo di irrigidimento della politica monetaria. Con questo grande rialzo dei tassi, la FED ha voluto riprendere il controllo della situazione. La lotta all’inflazione sta diventando la priorità, nonostante il rischio di un hard landing.

La pressione è forte affinché la BCE e la BOE seguano questa normalizzazione.

Un chiaro messaggio da parte del FOMC è la volontà di adottare una politica monetaria restrittiva in tempi brevi per contrastare l’inflazione. L’eliminazione della frase “il mercato del lavoro rimarrà forte” dal comunicato è indicativa, così come lo sono le previsioni di un tasso di disoccupazione al 4,1% (dal 3,6% attuale) entro la fine del 2024. Tradizionalmente un tale aumento del tasso di disoccupazione suggerisce una recessione; quindi, sembra che il Comitato sia disposto a correre questo rischio (anche se sostiene che non è nelle sue intenzioni) nel desiderio di un’inflazione al 2%. Il presidente Powell ha detto chiaramente che sarà flessibile, sulla base dei prossimi dati.


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Redazione

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