Chart of the Week a cura dell’Economic Team di Payden & Rygel

 

 

I dati pubblicati la scorsa settimana mostrano che l’inflazione core misurata dal Personal Consumption Expenditures (PCE) si è mantenuta intorno al 3% per 27 mesi consecutivi, fino a febbraio. Ma l’inflazione core è davvero “bloccata” su questi livelli? Un modo per valutarlo è guardare alla PCE trimmed-mean, una misura che esclude le variazioni più estreme dei prezzi mensili, offrendo così una lettura più pulita delle dinamiche inflazionistiche sottostanti. A differenza dell’inflazione core tradizionale, la PCE trimmed-mean è scesa al 2,3% a febbraio, avvicinandosi maggiormente all’obiettivo del 2% della Fed e dimostrandosi storicamente un segnale più affidabile nei momenti in cui le due misure divergono.

Alcuni precedenti storici aiutano a contestualizzare questa dinamica. Nel 2009, ad esempio, l’inflazione PCE core accelerò bruscamente per poi rallentare e convergere verso la trimmed-mean. Allo stesso modo, nel 2015 e nel 2019, un’eccessiva enfasi sull’inflazione core avrebbe potuto alimentare timori deflazionistici, mentre la trimmed-mean mostrava un andamento più stabile.

Anche nella fase successiva al Covid, la PCE trimmed-mean ha registrato un’accelerazione più graduale rispetto all’inflazione core, raggiungendo il picco in ritardo e contribuendo a rassicurare i mercati circa il rischio di un ulteriore inasprimento della politica monetaria nel 2023.

Oggi, la divergenza tra le due misure riflette in larga parte fattori idiosincratici e shock settoriali, in particolare nei comparti dei beni e dei servizi abitativi. In un contesto caratterizzato da un indebolimento del mercato del lavoro e da una crescita salariale moderata, resta quindi aperta la domanda: l’inflazione core rappresenta ancora un segnale affidabile o è sempre più influenzata da rumore temporaneo?

 


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Redazione

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