L’ultima rilevazione evidenzia perdite di posti di lavoro in tutti i settori dell’economia Usa. Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel

 

MGG

Il dato sulle buste paga del settore non agricolo di febbraio ha sorpreso negativamente: i non-farm payrolls sono diminuiti di 92.000 unità, con perdite di posti di lavoro diffuse in quasi tutti i settori dell’economia statunitense. Le revisioni dei mesi precedenti rendono il quadro ancora più debole, mostrando che la crescita media degli occupati negli ultimi tre mesi è scesa a circa 6.000 unità al mese, mentre nel settore privato la media trimestrale è di appena 18.000 posti di lavoro.

 

Un andamento che contrasta con il clima di maggiore ottimismo emerso nelle ultime settimane sulla base dei cosiddetti “soft data”, come gli indicatori ISM e PMI, che avevano suggerito un possibile miglioramento dell’attività economica. Gli “hard data”, in particolare quelli sull’occupazione, raccontano però una storia diversa e indicano un mercato del lavoro decisamente più fragile. 

 

Alla luce di questi sviluppi, continuiamo a ritenere che il principale rischio per l’economia Usa sia legato alla crescita, piuttosto che all’inflazione. A nostro avviso, sia i responsabili politici sia gli investitori – che spesso tendono a seguire le indicazioni delle banche centrali – restano eccessivamente concentrati sull’inflazione e rischiano di sottovalutare la debolezza del mercato del lavoro.

 

Solo il mese scorso, ad esempio, Jerome Powell ha parlato di segnali di “stabilizzazione” nel mercato del lavoro: alla luce dei dati più recenti, questa lettura appare poco convincente. Si può certamente discutere su quale sia il ritmo di crescita dell’occupazione necessario per mantenere stabile il tasso di disoccupazione, ma è difficile immaginare che tale livello possa essere nullo o negativo.

 

Per questo motivo, riteniamo probabile che la Federal Reserve torni presto a ridurre i tassi, con almeno tre tagli nel corso dell’anno. Anche il recente aumento dei prezzi dell’energia non modifica questa valutazione: finora osserviamo poche evidenze di un trasferimento del rialzo del petrolio all’inflazione core statunitense, mentre un aumento persistente dei prezzi energetici rappresenterebbe soprattutto un rischio aggiuntivo per la crescita economica.

 


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Redazione

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