Prosegue l’inchiesta di Fondi&Sicav sull’azionario emergente con l’intervento di Giovanni Da Ros, Head of Asia & Emerging Markets Equities di Fideuram Asset Management Ireland

Giovanni Da Ros, Fideuram Am Ireland

Nel decennio appena conclusosi, gli indici azionari composti dall’universo dei paesi emergenti non sono stati in grado di seguire il trend rialzista delle principali Borse delle aree sviluppate. Quali sono, a vostro giudizio,  le ragioni alla base della sottoperformance?

Sebbene le performance dell’area emergente siano state in media inferiori a quelle dei principali listini sviluppati, l’indice MSCI Emerging Market ha guadagnato in Euro circa l’80% negli ultimi dieci anni, ovvero un guadagno annuale composto del 6% circa.
L’underperfomance dell’area emergente si è concentrata nel periodo 2011-2015, quando il dollaro Usa si è apprezzato contro le divise dei partner commerciali. La forza del dollaro, unita alla politica monetaria Fed più restrittiva, ha portato a un restringimento delle condizioni finanziarie globali, con ripercussioni significative nelle economie emergenti. Il meccanismo di trasmissione attraverso cui la forza del dollaro si ripercuote sulle economie globali è stato analizzato approfonditamente dall’attuale capo economista dell’IMF Gita Gopinath e dal capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) Hyun Song Shin. Entrambe le spiegazioni ruotano attorno al ruolo dominante svolto dal dollaro quale principale valuta di riserva e di regolamento delle transazioni commerciali internazionali, nonché quale principale valuta di denominazione del debito estero delle economie emergenti e delle società qui operanti. In parole semplici, possiamo dire che la forza del dollaro ha reso più difficile ed oneroso l’indebitamento per le economie emergenti.

Il rafforzamento del dollaro americano ha quindi messo a nudo le debolezze di alcuni paesi e quelli con deficit di partite correnti più pronunciati non sono più stati in grado di attirare i capitali esteri necessari a finanziarli. Il conseguente indebolimento delle divise locali ha poi portato a un forzato restringimento delle politiche monetarie domestiche e a un pronunciato rallentamento della domanda interna. Gli esempi più eclatanti di paesi che hanno sofferto di queste dinamiche nel decennio appena concluso sono stati Brasile, Turchia, Argentina Pakistan, Egitto e in misura minore India, Indonesia e Sud Africa. Però, dopo un periodo di forzata disciplina, i bilanci con l’estero di gran parte delle principali economie emergenti sono oggi in uno stato di maggiore salute, e i deficit di partite correnti sono chiusi o ridotti significativamente. Le divise emergenti si sono già deprezzate in misura significativa e in alcuni casi sono, in termini reali, a livelli che storicamente si sono rivelati interessanti.

Un’altra spiegazione della sottoperformance è legata alla composizione settoriale degli indici emergenti. In questi indici, fino a qualche anno fa, erano infatti meno rappresentate società operanti nei settori delle nuove tecnologie e avevano invece maggior peso settori quali quello energetico e delle materie prime. Questo “squilibrio” settoriale è stato in parte corretto di recente, grazie anche alla crescita e quotazione di diversi colossi della tecnologia, principalmente cinesi, quali Alibaba e Tencent.

Attualmente sta crescendo il numero di esperti che inserisce l’equity emergente tra le asset class favorite per il 2020. Concordate o no con questa view? Per quali ragioni?

Riteniamo che il rendimento atteso offerto dall’asset class azionaria emergente per i prossimi 5-7 anni sia significativo, e probabilmente superiore a quello di altre aree geografiche, soprattutto se il ciclo di rafforzamento del dollaro Usa dovesse volgere al termine come crediamo. Riteniamo quindi che un portafoglio ben diversificato non possa prescindere da un’esposizione a quest’area, ma la scelta di quanto e quando investire dovrebbe essere fatta in maniera consapevole e con un orizzonte superiore all’anno. Bisogna sempre ricordare che le economie emergenti, proprio perché sensibili ai flussi di capitale provenienti dall’estero, possono sempre mostrare volatilità, anche non trascurabile, quando l’avversione al rischio aumenta. Inoltre molte società emergenti sono fortemente esposte alla forza dell’economia statunitense e un eventuale rallentamento di quest’ultima avrebbe sicuramente delle ripercussioni nel breve periodo sui listini di questi paesi. Arrivare preparati a queste possibili fasi di debolezza è fondamentale per non avere brutte sorprese e addirittura per poterne magari beneficiare.


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Stefania Basso

Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.