L’epidemia rende improbabile il ritiro degli stimoli monetari e fiscali da parte delle autorità di Pechino. Elliot Hentov, head of policy and research, State Street Global Advisors
L’epidemia di coronavirus causerà probabilmente un calo significativo della crescita economica della Cina di circa il 6% nel primo trimestre del 2020, richiedendo alle autorità cinesi di rivedere i loro piani per porre fine alle loro azioni di stimolo fiscale. Nel 2019 l’allentamento fiscale è stato pari a circa il 2% del PIL, con un altro 0,5% previsto per il 2020. Insieme alle azioni di politica monetaria della banca centrale cinese – riduzione dei tassi di prestito e dei requisiti sulle riserve bancarie (-2%) – questo mix di stimoli fiscali e monetari ha contribuito a stabilizzare la crescita di Pechino e la ripresa globale.
L’accordo di fase 1 firmato tra USA-Cina sarebbe stato il fattore scatenante per la riduzione gli stimoli, ma adesso l’epidemia rende improbabile questa prospettiva. Possiamo invece aspettarci che il sostegno politico continui nella seconda metà del 2020 e possibilmente anche oltre. Insieme alla ripresa ciclica post epidemia, questo significa che la Cina potrebbe essere un driver di crescita per l’intero anno, compensando il suo ruolo di fonte di rallentamento nel primo trimestre del 2020 (supponendo che l’effetto del virus si inverta in un periodo di due/tre mesi). Nel lungo periodo questo episodio riafferma il “policy put” che ha trainato l’azionario cinese nell’ultimo decennio.
Le implicazioni per gli investimenti
È probabile che le fluttuazioni dei prezzi degli asset indotti dal virus subiscano una correzione in concomitanza con il rallentamento del tasso di diffusione del contagio. In seguito, il supporto della politica cinese dovrebbe offrire un supporto sia all’azionario globale sia al renminbi, con effetti positivi a catena per le altre valute dei mercati emergenti.
Redazione
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