Tim Graf, responsabile macro strategy Emea, State Street Global Markets, interviene all’inchiesta di Fondi&Sicav sulla fine del quantitative easing


Nell’ipotesi in cui la netta divergenza di impostazione tra le politiche monetarie di Fed e Bce dovesse mantenersi ampia o tendere ad un ulteriore ampliamento, quali opportunità ritenete possano essere colte nei mercati?
Il nostro scenario di base stima che quest’anno né la Fed né la Bce dovrebbero stravolgere la propria politica monetaria, a meno che le minacce del Coronavirus non subiscano un’escalation fino a avere un sostanziale impatto negativo su entrambe le economie. Qualora questo dovesse accadere, l’economia dell’Eurozona risulterebbe probabilmente la più vulnerabile tra le due, per via della sua natura aperta e della dipendenza dalle esportazioni, soprattutto dalla domanda proveniente dai mercati emergenti asiatici. Al contrario la composizione della crescita statunitense dipende soprattutto dai consumi domestici ed è supportata da un mercato del lavoro solido. Quindi, a nostro avviso, la Bce dovrebbe adottare un atteggiamento più accomodante rispetto alla Fed, fattore che si tradurrebbe in maggiori pressioni sull’euro nei prossimi mesi.
Cosa vi aspettate dalla Fed nel corso del 2020? Sulle scelte di politica monetaria (tassi, acquisto titoli) peseranno più i dati macro o l’approssimarsi delle elezioni presidenziali? I Treasury continueranno a offrire un porto sicuro agli investitori?
Riteniamo che la Fed avrà poco da fare quest’anno, se non fronteggiare l’impatto del Coronavirus sulla crescita globale maggiore delle attese. Nel caso in cui la crescita rallentasse e soprattutto se il dollaro dovesse continuare a rafforzarsi e l’inflazione a scendere, potremmo probabilmente stimare un solo incremento dei tassi da qui a fine anno. Adesso che è iniziata una crescita più organica del bilancio, è probabile che qualsiasi passo successivo riguarderà una modesta modifica al ribasso dei tassi di interesse.
Gli attuali dati macroeconomici giustificano l’atteggiamento attendista della Fed, anche se stiamo assistendo a una robusta performance del dollaro che, come conseguenza, può portare a una riduzione dell’inflazione e al proseguimento della politica monetaria accomodante. Finora ci sono pochi motivi per ritenere che sia necessaria un’inversione di rotta in ambito monetario, anche se non sono ancora chiare le conseguenze del Coronavirus sulla crescita globale. Una delle ragioni per cui sospettiamo che la Fed non voglia intervenire per modificare la propria politica monetaria è specificamente legata alle elezioni presidenziali e al desiderio della Banca Centrale di mostrare la propria indipendenza prima di quella che probabilmente sarà un confronto molto acceso.
Ci sono poche regioni per dubitare della qualità dei titoli di stato statunitensi come bene rifugio. Visto che l’incertezza sulla diffusione del Coronavirus e sui suoi effetti sulla crescita gioca un ruolo fondamentale, non vediamo alcun rischio nel breve termine per la performance. Se questi timori dovessero diminuire e i dati statunitensi rimanessero ai livelli attuali, allora ci aspetteremmo una certa debolezza dei Treasury, visto il calo della loro domanda come bene rifugio.
Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.

