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Tech stocks, la paura per nuove imposte è esagerata

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Tech stocks, la paura per nuove imposte è esagerata

I timori di regolamentazione e aumento delle tasse nel settore tecnologico appaiono eccessivi. Mark Haefele, global chief investment officer di Ubs

Il settore tecnologico globale è stato favorito in modo particolare dalla pandemia, grazie ai confinamenti e al calo dei tassi d’interesse.

Quest’anno i titoli hi-tech registrano andamenti volatili a causa dell’incremento dei tassi e della speranza che i vaccini accelerino la riapertura dell’economia. Il comparto deve ora fare i conti anche con la prospettiva di un inasprimento normativo e di un aumento delle tasse.

Questa settimana le autorità cinesi hanno imposto una multa record di 2,75 miliardi di dollari ad Alibaba per comportamenti anticoncorrenziali. Secondo notizie di stampa, inoltre, più di 100 piccole start-up tecnologiche cinesi hanno rimandato la quotazione per timore di attirare indagini regolamentari, come nel caso dell’IPO ora sospesa di una società del gruppo Alibaba.

Inoltre, Apple ha accettato di testimoniare al Senato americano su questioni antitrust relative all’App Store e a presunte pratiche anticoncorrenziali pochi giorni dopo essere stata criticata per aver rifiutato di partecipare a un’audizione del Comitato giudiziario del Senato.

Google aveva invece già accettato in via preliminare di presentarsi alle udienze. Inoltre, il Presidente Joe Biden ha proposto di aumentare dal 21% al 28% l’aliquota d’imposta sulle società statunitensi e dal 10,5% al 21% quella sui redditi globali da beni immateriali a bassa tassazione (GILTI).

Su un altro fronte, il governo americano, tramite il Segretario al Tesoro Janet Yellen, spinge per introdurre un’aliquota minima globale sui profitti esteri delle multinazionali. Le pressioni per un inasprimento regolamentare e fiscale nei confronti delle big tech ci sembrano destinate a proseguire, ma non bisogna sopravvalutare l’impatto di queste iniziative sul settore.

Il bipolarismo Usa-Cina

Le autorità nazionali non vogliono impedire al rispettivo Paese di vincere la corsa tecnologica globale né intendono ostacolare il progresso, l’innovazione e lo sviluppo. La corsa tecnologica globale è sempre più caratterizzata dal bipolarismo tra Stati Uniti e Cina, che si contendono il primato del mondo digitale.

Il piano quinquennale cinese conferma la volontà di Pechino di raggiungere l’autosufficienza tecnologica sullo sfondo delle tensioni con Washington.

Il piano infrastrutturale del Presidente americano Biden da 2250 miliardi di dollari punta anche a rafforzare la competitività degli Stati Uniti rispetto alla Cina, stanziando 50 miliardi per la produzione nazionale di semiconduttori, nuovi fondi per attività di ricerca e sviluppo e svariati miliardi di dollari per l’aggiornamento dell’infrastruttura della banda larga ad alta velocità.

Gli interventi normativi hanno i propri limiti

Nel 2017 la Cina ha istituito una piattaforma centralizzata di compensazione dei pagamenti online per agevolare le aziende di minori dimensioni.

A quattro anni di distanza il mercato è ancora dominato dalle stesse due aziende e continuiamo a dubitare che gli interventi delle autorità possano bastare ad allontanare gli utenti o gli istituti dalle piattaforme dominanti.

Negli Stati Uniti l’indagine antitrust della Camera nei confronti delle quattro società tecnologiche principali, le cosiddette Big Four, si è conclusa dopo 16 mesi lo scorso ottobre senza che venissero raccomandate soluzioni radicali, come lo scioglimento di imprese.

Un accordo globale su un’imposta minima sembra ancora un’ipotesi remota

A seconda della sua concezione, un tributo di questo genere potrebbe danneggiare le mega cap hi-tech. Ad esempio, sia Google che Apple si avvalgono del regime fiscale a bassa tassazione offerto dall’Irlanda. Ma i negoziati, che dovrebbero svolgersi sotto l’egida dell’OCSE, non sono ancora cominciati. Si tratterebbe comunque di un processo molto lungo che non avrebbe necessariamente una conclusione positiva.

Le proposte di Biden avrebbero un impatto limitato sugli utili aziendali

Negli Stati Uniti, le società orientate al mercato interno sarebbero penalizzate dall’aumento dell’aliquota dell’imposta sulle imprese, mentre un numero maggiore di multinazionali risentirebbe dell’aumento della GILTI.

L’impatto sui profitti

Tuttavia, l’impatto complessivo sui profitti societari non sarebbe elevato, dato che si sta già discutendo di un possibile compromesso in area 25% per l’imposta sulle imprese.

Nel nostro scenario di riferimento ipotizziamo un’aliquota del 25%, che ridurrebbe gli utili del 4% del 2022. Queste cifre sono già scontate dalla nostra previsione di una crescita degli utili per azione del 13% l’anno prossimo.

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