Dal 2005 in poi, la Germania è tornata a essere l’economia dominante del Vecchio continente e ha vissuto per un decennio, dalla fine della Grande crisi finanziaria, in un contesto di surplus fiscali, disoccupazione quasi azzerata e un attivo commerciale gigantesco.
Tuttavia, nel post-pandemia, la macchina teutonica si è inceppata e le sue prospettive economiche non sembrano brillanti. Il paese, la cui economia è orientata alle esportazioni, sta perdendo quote di mercato all’estero e pesa anche l’accelerazione del costo unitario del lavoro.
Diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetiche e i mercati di sbocco dovrebbe portare la Germania ad adattarsi maggiormente alle varie forme di disruption in corso
Nel 1998, l’economista tedesco Holger Schmieding coniò, a proposito dello stato di salute del proprio paese, l’espressione “sickman of Europe”, il malato d’Europa.
Questa sprezzante descrizione fu ripresa successivamente in una famosa e sfortunata copertina dell’Economist nel 2002. Infatti, da quel momento, a poco a poco, la Germania cominciò a porre fine alla propria quasi “lost decade”: dal 1998 al 2005 il Pil crebbe in media dell’1,2% all’anno e la Repubblica Federale tornò a essere l’economia dominante del Vecchio continente.
Fu raggiunto un livello di competitività che si è riflesso in dati macroeconomici che, soprattutto a partire dall’uscita dalla Grande recessione nel 2010, hanno assunto contorni unici nel mondo industrializzato.
La nazione, per un decennio, ha vissuto in uno scenario caratterizzato da surplus fiscali, che hanno permesso anche un minimo di stimolo pubblico alla domanda domestica, disoccupazione quasi azzerata e, soprattutto, un attivo commerciale gigantesco. Infatti, nonostante il buon andamento dei consumi e la ripresa di comparti come l’immobiliare, sono state soprattutto le esportazioni del proprio vastissimo settore manifatturiero a trascinare l’economia teutonica.
Le imprese tedesche si sono distinte per la capacità di offrire prodotti di altissima qualità a costi e margini elevati in quasi tutti i principali mercati del pianeta, con un’importanza via via sempre maggiore della Cina, soprattutto in ambito b2b.
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Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

