Il 2023 non è stato un anno facile per la Cina, anche se il Pil dovrebbe essere cresciuto del 5%. A deludere è stata la ripresa inferiore alle aspettative di mercato, dopo la fine della politica di tolleranza zero nei confronti del Covid. La crisi del settore immobiliare ha continuato a pesare, diventando una delle probabili ragioni del calo di fiducia del consumatore cinese. Anche la politica fiscale non è stata di particolare stimolo e le misure intraprese dalle autorità sono state relativamente contenute. Il 2024 si apre con una serie di importanti questioni strutturali da affrontare, ma non è la prima volta che il Paese si trova di fronte a una simile sfida. Non è escluso che sul Pil cinese abbia influito un rallentamento del ciclo globale e che, nei prossimi mesi, si assista a una fase di normalizzazione dell’attività economica ancora disomogenea. Se così fosse, potrebbero aprirsi alcune opportunità sul mercato azionario, dopo tre anni di performance più che insoddisfacente, viste le valutazioni interessanti rispetto a quelle delle altre regioni

Il 2023 della Cina non verrà ricordato come l’anno migliore della sua storia post-maoista, anche se la crescita complessiva dovrebbe essersi assestata intorno a un rispettabile +5%. Questo risultato non appare però entusiasmante soprattutto per una ragione, ben esplicitata da Mali Chivakul, emerging markets economist di J. Safra Sarasin: «È passato circa un anno da quando la Cina ha riaperto la sua economia. Il caos iniziale provocato dalla diffusione del Covid ha lasciato il posto a un ottimismo esuberante su una forte ripresa. Nel primo trimestre è stato così, ma nel secondo c’è stato un crollo, poiché la crisi del settore immobiliare ha continuato a pesare e il governo non ha offerto molto sostegno o rassicurazioni al settore privato». 

Ma, nella sua corsa verso la modernità e la leadership mondiale, non è certo la prima volta che la Repubblica Popolare deve affrontare momenti difficili. Dopo due anni di chiusura, in seguito all’approccio più duro del mondo nel contrasto alla pandemia, ci si aspettava però un salto ben più robusto sulla linea di quanto accaduto in passato, come, ad esempio, dopo la prima rapida fase di lockdown nel 2020 o in seguito alla crisi finanziaria del 2008-2009.

Austerità alla pechinese

Ciò non è avvenuto per una serie di ragioni. In primis, è sempre più chiaro che il settore immobiliare, probabilmente in uno scenario di bolla da almeno un decennio, è arrivato al redde rationem. Di fronte al fenomeno, le autorità hanno reagito con qualche timida misura di sostegno, tentando al contempo di avviare un processo di rientro dagli eccessi degli anni passati. Dall’altra parte, i consumatori cinesi hanno mantenuto un atteggiamento piuttosto prudenziale, visto il quadro generale non particolarmente incoraggiante. Ciò che è interessante notare e che rappresenta una peculiarità asiatica è la reazione del governo centrale, ben descritta da Wenli Zheng, gestore del fondo T. Rowe Price Funds Sicav-China Evolution Equity di T. Rowe Price: «Durante la pandemia, i bilanci di molti paesi si sono ampliati in modo sostanziale. Di contro, il governo cinese non ha fornito stimoli significativi ai consumi e sta invece attraversando un’importante fase di riduzione della leva finanziaria».

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.