Intervista a Andrew Harvie, specialista equity globale di Columbia Threadneedle Investments
Secondo l’Imf, la crescita globale è prevista al 3,2% nel 2024 e al 3,3% nel 2025, con un’evoluzione della disinflazione che non sembra uniforme. Qual è il suo punto di vista? Stiamo entrando in un ciclo di riduzione dei tassi?
«Non ci piace fare grandi previsioni economiche, ma è ormai chiaro che i tassi sono in discesa. Questo trend dovrebbe essere di supporto ai mercati azionari, ma non è un prerequisito per fare funzionare i tipi di società in cui investiamo: non siamo soliti usare tassi d’interesse bassi per giustificare il prezzo che paghiamo per le società in portafoglio, ma selezioniamo aziende che tendono ad avere forti vantaggi competitivi e, in molti casi, sono sostenute da trend strutturali di lungo periodo. Ciò si traduce in forti flussi di cassa, ricavi costanti e ricorrenti e rendimenti elevati. Inoltre, è importante notare che a oggi molte imprese con simili caratteristiche vengono scambiate a sconto rispetto al loro valore intrinseco».
Cosa significa tutto ciò in termini di investimenti?
«Come anticipato, il taglio dei tassi dovrebbe essere positivo per l’azionario in generale: i mercati equity globali hanno registrato un’impennata dopo che la Fed ha annunciato un primo taglio di 50 punti base a settembre. Tuttavia, il nostro essere investitori bottom-up ci porta a non concentrarci eccessivamente su fattori macroeconomici quando costruiamo un portafoglio: diamo, invece, priorità alla ricerca e all’analisi delle singole società e delle relative opportunità che queste ultime hanno da offrire. Ciò detto, siamo anche consapevoli che attualmente sia presente nel mercato una serie di cosiddetti “megatrend” in grado di generare interessanti occasioni a livello aziendale; si tratta di temi strutturali quali la decarbonizzazione, le innovazioni nel settore sanitario, l’automazione, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e altri. Investendo in ciascuna di queste aree, stiamo assistendo a nuove opportunità di crescita che non riguardano semplicemente un angolo del mercato, ma abbracciano in modo più ampio, sia molteplici settori, sia differenti regioni geografiche».
Le aziende saranno in grado di mantenere i loro margini?
«Alcune saranno in grado, ma molte probabilmente no. Se guardiamo ai processi produttivi, negli ultimi decenni la tendenza è stata l’esternalizzazione della produzione dove i costi erano più bassi, in genere nei mercati emergenti. In questo modo, si è permesso a molte società di mantenere bassi i propri costi, ma ha allungato le catene di approvvigionamento, generando problematici colli di bottiglia cui abbiamo assistito durante e dopo la pandemia. Oggi stiamo assistendo, a questo proposito, a un’inversione di tendenza che sta favorendo processi di deglobalizzazione, con i quali le aziende stanno riportando la produzione all’interno o in prossimità del proprio territorio. Questo cambiamento richiederà ingenti investimenti e probabilmente aumenterà i costi per molti dei soggetti coinvolti, con un conseguente impatto sui margini. Dall’altra parte, però, ciò non significa che gli utili di tutte le aziende saranno colpiti. Riteniamo, infatti, che le società con un solido e forte potere di determinazione dei prezzi saranno in grado di sostenere i loro margini. In particolare, consideriamo attrattive molte delle imprese che forniscono soluzioni agli investimenti domestici nel settore industriale».
Ritiene che l’elevata concentrazione del mercato stia scomparendo e, in tal caso, quali sviluppi prevede?
«Negli ultimi 18 mesi i mercati sono stati guidati in modo limitato, in quanto il sentiment degli investitori è stato dominato dall’ottimismo nei confronti dell’Ai e, soprattutto, dei cosiddetti Magnifici 7. Come Columbia Threadneedle, ricerchiamo opportunità anche al di fuori della tecnologia e dei “soliti noti” che hanno dominato le performance nell’ultimo periodo. Nella nostra strategia dedicata all’azionario globale, il fondo Ct (Lux) Global Focus, non escludiamo nulla a priori in termini settoriali e di geografie, ma attraverso la nostra ricerca proprietaria e un’approfondita analisi di due diligence delle aziende presenti nell’universo investibile, puntiamo a selezionare aziende ad alto rendimento, con team di gestione che stanno allocando correttamente il proprio capitale a sostegno della crescita futura del business. Questo nostro approccio ci permette di incorporare la diversificazione in portafoglio e di capitalizzare su un mercato più ampio, senza compromettere l’alfa. La nostra filosofia di investimento la applichiamo, sia che si parli di large cap, sia di small cap; in effetti, molte delle opportunità presenti nell’ambito delle grandi capitalizzazioni possono essere ritrovate anche nel mondo delle piccole».
L’equity statunitense ha registrato un’impennata e ha raggiunto un peso molto elevato nei benchmark di tutti i paesi. Ritiene che questo mercato sia ancora interessante? Come diversificherebbe il suo portafoglio dagli Usa e dove?
«In generale, preferiamo ragionare più in termini di attrattività delle aziende piuttosto che del singolo paese, ma è innegabile che vi siano molte opportunità interessanti negli Stati Uniti. Infatti, molte delle società capaci di trarre vantaggio dalle tendenze strutturali di cui sopra hanno sede nel Nord America. Prendiamo, ad esempio, il trend dell’elettrificazione: lo scorso anno sono stati stanziati 1.800 miliardi di dollari per affrontare la decarbonizzazione a livello globale, sia per quanto riguarda il lato dell’offerta, sia quello della domanda di consumo energetico. E in questo scenario l’elettrificazione svolge oggi un ruolo indubbiamente cruciale. In tal senso, abbiamo deciso di includere nel nostro portafoglio la statunitense Eaton, in prima linea nel cavalcare questa tendenza industriale globale. Al tempo stesso, però, è importante notare che la maggior parte delle società che deteniamo tende a guadagnare all’estero tramite i prodotti e/o i servizi offerti; pertanto, la nostra esposizione all’economia statunitense può non essere così elevata come potrebbe fare pensare il mero peso percentuale degli Stati Uniti all’interno del nostro portafoglio. Nel contesto odierno, trovare i vincitori è oltremodo fondamentale, così come lo è anche la capacità di pensare in modo più possibile ampio. Il nostro approccio bottom-up, in qualità di gestori attivi, e la cultura collaborativa tra i nostri team di ricerca e investimento, sia a livello globale, sia locale, ci permettono di fare proprio ciò: individuare società di qualità e in crescita in una serie di settori e aree geografiche. Il nostro obiettivo è realizzare una strategia in grado di catturare una crescita maggiore quando i mercati sono in rialzo e che, tendenzialmente, sia un po’ più resiliente in presenza di incrementi di volatilità».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

