Fondata nel 2007 da Morten Bugge e Soren Rump, Global Evolution gestisce strategie sui mercati emergenti e di frontiera per un’ampia gamma di investitori istituzionali a livello globale ed è da poco entrata nell’orbita di Generali Investments. Ad Alia Yusuf, head of Em corporate debt strategy di Global Evolution, è stato chiesto un parere sul debito corporate dei mercati emergenti.

Come si è comportato il corporate debt dei mercati emergenti?

«Dopo una serie di declassamenti nelle emissioni governative negli ultimi anni,  il segmento corporate debt dei mercati emergenti (Em) ha iniziato a scollegarsi dal credito sovrano. Uno dei motivi principali di questo cambiamento è che, storicamente, il corporate debt dei mercati emergenti ha offerto alcune caratteristiche difensive. Ad esempio, i ribassi nel settore del debito societario sono stati relativamente moderati rispetto agli altri segmenti dell’obbligazionario Em durante i principali episodi di avversione al rischio, come il taper tantrum, la pandemia o l’invasione russa dell’Ucraina. I corporate bond dei mercati emergenti sono un’asset class nettamente più recente rispetto alle altre, ma continuano a evolversi grazie a fondamentali molto solidi e a fattori tecnici che giocano un ruolo positivo per le performance. Hanno una volatilità molto più bassa e offrono un rendimento aggiustato per il rischio complessivamente migliore per un investitore globale nel reddito fisso».

Dove sono, a suo parere, le opportunità da cogliere?

«Il Brasile, ad esempio, nonostante l’incertezza politica, può attrarre investimenti promettenti grazie a un’economia molto diversificata. In particolare, i settori dell’energia, delle materie prime, dell’agricoltura e delle infrastrutture potrebbero avere dei benefici nel breve e medio periodo grazie alle iniziative di riforma del governo. Anche il Messico offre buone opportunità di investimento, se lo si considera come un attore chiave nella catena di approvvigionamento nordamericana. Questo Paese dovrebbe continuare a beneficiare del near shoring e della vicinanza agli Stati Uniti. Ci sono molte occasioni, soprattutto nei settori manifatturiero, automobilistico e delle telecomunicazioni».

Ci sono settori particolarmente interessanti?

«Dal punto di vista settoriale, preferiamo le materie prime. Poiché la domanda globale di risorse chiave, come rame, ferro o litio, aumenta a causa della transizione energetica, pensiamo che anche le aziende, soprattutto nel comparto minerario, possano beneficiarne molto. Quindi, nazioni come Cile, Perù e l’America latina in generale, così come alcuni paesi africani quali il Sudafrica o lo Zambia, dovrebbero essere avvantaggiate nel medio-lungo periodo. Inoltre, c’è una grande attenzione verso l’energia rinnovabile e i mercati emergenti sono ben posizionati in quest’ambito: in America latina e in Asia, sono stati avviati diversi progetti in questo comparto che stanno guadagnando slancio. Molto capitale sta confluendo nell’energia rinnovabile e gli emittenti aziendali nel solare, nell’eolico o nell’idroelettrico offrono grandi prospettive di crescita con rendimenti, al momento, interessanti. Dobbiamo anche considerare che è difficile attuare una transizione energetica in modo sostenibile senza investire proprio nelle aziende dei mercati emergenti: alcune sono le migliori del settore, i veri innovatori». 

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Redazione

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