Il contributo di Filippo Battistini, head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors

Perché le previsioni di inizio anno su una probabile recessione negli Usa si sono rivelate infondate?

«Riteniamo che siano stati applicati criteri di analisi che, solitamente, sono utilizzati all’interno di un ciclo economico tradizionale, molto diverso da quello attuale. La pandemia ha generato un impatto tale da modificare i meccanismi che regolano il funzionamento dell’economia: la chiusura dei mercati per causa di forza maggiore ha represso fortemente la domanda, in particolare quella rivolta ai servizi, e, successivamente, la riapertura ha provocato l’effetto opposto, senza però che l’offerta fosse adeguata, a causa dell’interruzione delle catene di approvvigionamento. Da qui sono nate le dinamiche che hanno portato l’inflazione fuori controllo e innescato risposte da parte delle banche centrali mai viste in precedenza. Ciò nonostante, l’inasprimento delle politiche monetarie non ha provocato un pesante rallentamento dell’economia e neppure generato squilibri nel mercato del lavoro; gradualmente, si sono create le condizioni per riportare l’andamento dei prezzi al consumo a livelli più contenuti, in scia per raggiungere l’obiettivo delle istituzioni centrali. In questo contesto, soprattutto l’economia americana si è dimostrata insospettabilmente resiliente».

Siete stati colti di sorpresa da questo comportamento del mercato?

«Non pensavamo che gli Usa andassero in recessione all’inizio dell’anno ed eravamo moderatamente positivi sulle azioni. Tuttavia, ci ha colti di sorpresa il mercato obbligazionario: tutti si attendevano che il 2024 sarebbe stato l’anno dei bond, ma, a oggi, ciò non è avvenuto: l’inflazione statunitense è stata più elevata delle attese e non ci sono stati i tagli dei tassi d’interesse che il mercato si attendeva. Anzi, si è assistito a un rialzo dei rendimenti che ha provocato perdite in conto capitale, soprattutto per chi era lungo di duration». 

Ma, a questo punto, quali sono le vostre previsioni per l’economia, in particolare quella americana?

«Crediamo che ci si debba attendere un cosiddetto soft landing, sebbene lo scenario generale sia complessivamente abbastanza incerto. Prevediamo una crescita americana sotto il potenziale e, al tempo stesso, un’inflazione più elevata: non significa che ci saranno ulteriori aumenti dei tassi, bensì che non si ritornerà ai bassi livelli precedentemente conosciuti». 

Quindi l’inflazione non scenderà al 2%?

«Le banche centrali hanno questo livello come obiettivo, ma noi pensiamo che non sia così semplice raggiungerlo ed è possibile che, considerando il nuovo contesto, siano chiamate a rivederlo. Ciò vale soprattutto per la Fed, vista la forza dell’economia americana, tanto è vero che abbiamo appena assistito alla situazione del tutto inedita di un primo taglio di 25 punti base da parte della Bce. Tuttavia, non è da escludere che la ridefinizione del target possa valere anche per l’istituzione europea, poiché è possibile che fenomeni quali la deglobalizzazione, la riorganizzazione delle catene di fornitura e le tensioni geopolitiche continuino a creare pressione sui prezzi». 

Come si declinano le decisioni d’investimento nello scenario da lei descritto?

«Prendendo come riferimento un fondo multi asset, quella che storicamente è stata la correlazione inversa tra bond ed equity non è più presente nel mercato e, di conseguenza, diventa necessario trovare altre modalità per diversificare il portafoglio. La nostra idea di fondo non è sacrificare le obbligazioni, che svolgono sempre un ruolo importante, ma di investire in titoli con rendimenti cedolari elevati da portare a scadenza, senza puntare a guadagni in conto capitale, vista l’incertezza che permane sul mercato. Inoltre, suggeriamo di considerare le materie prime industriali, come il petrolio, di investire in aziende che operano nel settore estrattivo e di allocare risorse su beni rifugio come oro e dollaro americano».

Perché detenere oro?

«Stiamo assistendo, alla luce delle tensioni geopolitiche, al fenomeno di economie emergenti come la Russia e la Cina, che stanno sempre più cercando di emanciparsi dal dollaro come valuta forte e investono nel metallo giallo. Pensiamo che tale esposizione possa essere creata, sia attraverso l’acquisto diretto di questa materia prima, sia tramite aziende che si occupano della sua estrazione».

In riferimento alle materie prime, ritenete interessanti anche quelle direttamente coinvolte nella transizione energetica?

«Si, ma in questo caso investiremmo solo in modo indiretto, privilegiando il settore minerario e le società che beneficiano di questo macro-trend».

Alla luce di quanto affermato, puntate su una duration corta?

«Sì, soprattutto in una situazione in cui le curve dei tassi sono invertite: non c’è valore nel posizionarsi su scadenze più lunghe ed è molto rischioso. Preferiamo le emissioni denominate in euro, perché crediamo che vi sia, attualmente, sufficiente valore offerto dalla curva dei rendimenti senza dovere assumere anche un’esposizione valutaria. Come tipologia di titoli, privilegiamo la componente governativa e investment grade, sebbene raccomandiamo di detenere, in maniera residuale, anche titoli high yield, poiché non ravvisiamo particolari rischi che possano portare a un allargamento degli spread».

Nella componente azionaria, quale regione preferite?

«Attualmente sovrappesiamo gli Usa, rispetto all’Europa, la cui esposizione, insieme al Giappone, è stata leggermente ridotta. La nostra preferenza per l’azionario americano è legata alla forza del Paese, al suo ruolo di grande protagonista a livello globale e al suo primato nella tecnologia: la nostra idea è che gli Stati Uniti continueranno a essere un motore di innovazione. Inoltre, si sta costruendo un’esposizione in titoli emergenti, in particolare cinesi, a causa delle valutazioni che ci sembrano interessanti. La Cina è stata sinora penalizzata e, visto che l’economia è prevista in crescita intorno al 5%, pensiamo che possa essere giunto il momento di posizionarci su questo mercato».

Come strumento di diversificazione dei portafogli multi asset, prendete in considerazione anche quelli privati?

«Certamente, ma all’interno della globalità di un portafoglio. I private asset sono strumenti illiquidi e, di conseguenza, hanno peculiarità molto dissimili da quella che di solito caratterizzano una soluzione multi asset. Preferiamo, perciò, strategie alternative liquide, proprio per la loro liquidabilità».

Avete alcuni temi d’investimento che sono per voi cruciali?

«Sono quattro e trovano anche espressione in nostre soluzioni d’investimento dedicate. Il primo è l’eccezionalismo americano, con il suo primato economico e geopolitico, che trova esplicitazione all’interno della nostra strategia Allianz Income & Growth: è un prodotto multi asset, focalizzato sulla crescita, che ha un rendimento cedolare periodico. Il secondo è la tecnologia, in particolare per quanto riguarda l’intelligenza artificiale e la cybersecurity, in cui le decisioni d’investimento non riguardano solo il settore tecnologico, ma anche le aziende di altri settori che la utilizzano nei propri processi produttivi e all’interno della loro catena del valore. Il terzo è la scarsità, che ci porta a investire nelle imprese minerarie, come citato in precedenza, e nell’acqua, nello specifico nelle società che si occupano di efficientamento delle risorse idriche. Infine, il quarto tema è la transizione verso net-zero: da un’economia fortemente basata sull’utilizzo degli idrocarburi a una in cui l’obiettivo è la riduzione dell’impronta carbonica. Gli ambiti che vengono toccati sono diversi: dall’efficienza energetica alle fonti rinnovabili o alternative, come l’idrogeno o il nucleare. Sono tutti temi che avranno un peso sullo sviluppo economico nei prossimi decenni».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav