Intervista a Bob Gruendyke, senior portfolio manager and co-head of the Dynamic Growth Equity team di Allspring.

Abbiamo assistito, nell’ultimo anno, a un’elevata concentrazione dell’interesse su alcuni titoli del listino Usa. Ritiene che si possa parlare di un’aberrazione?

«La concentrazione cui si è assistito sugli ormai noti “magnifici sette” è stata considerevole, forse più pronunciata di quanto non sia mai avvenuto in passato. Questi titoli hanno fatto registrare un’incredibile performance, ma per una valida ragione: una robusta crescita che ha generato un forte ritorno sul capitale. Noi riteniamo che vi sia la possibilità che il divario creatosi sul mercato a causa del rialzo di un numero limitato di titoli possa essere colmato. Nello specifico crediamo che, in termini relativi, si siano generate alcune opportunità per le società di media e piccola capitalizzazione. Le valutazioni di queste ultime sono sotto la media degli ultimi 20 anni, mentre quelle dell’intero universo large cap sono decisamente più elevate. Le ragioni di ciò, a nostro parere, vanno ricercate anche nel contesto che ha caratterizzato gli ultimi due anni, nei quali si è assistito a un consistente e ripetuto rialzo dei tassi d’interesse. Non è un caso che la dispersione nel mercato sia iniziata quando la Fed ha cominciato a inasprire la politica monetaria». 

C’è una ragione del perché ciò è avvenuto?

«Perché le aziende a bassa e media capitalizzazione generano cash flow più in là nel tempo e i tassi in salita hanno un impatto consistente sulle valutazioni dei loro titoli. La Banca centrale Usa ha di recente indicato che non dovrebbero esserci ulteriori aumenti e, se ciò avvenisse, si creerebbero le condizioni per riconsiderare queste azioni che sono state ignorate dal mercato, senza preoccuparsi troppo del fatto che le valutazioni si siano compresse. Inoltre, la performance di alcuni dei famosi sette titoli ha già iniziato a mostrare un indebolimento nella forza dei corsi, indicando che, da ora in poi, nei loro confronti bisognerà essere maggiormente selettivi. Ci aspettiamo che la crescita di queste azioni e quella del resto del mercato sia sempre più simile e che si allarghi il numero dei titoli che parteciperanno al rialzo degli indici di borsa. Lo abbiamo già visto accadere un po’ nel quarto trimestre del 2023 e nei primi mesi di quest’anno».

Ciò comporta che i “magnifici sette” usciranno dal vostro radar?

«Non necessariamente. Siamo ancora investiti in alcune di queste azioni, come nel caso di Microsoft. È il titolo con il peso maggiore nel nostro portafoglio, perché siamo molto fiduciosi sulle prospettive future dell’azienda e sulle sue potenzialità; a essere sincero, se qualcuno mi avesse detto anni fa che la società sarebbe cresciuta così velocemente, non ci avrei mai creduto. Microsoft ha compiuto un’operazione incredibile nel cambiare il proprio modello di business e nell’aprirsi alle nuove opportunità offerte dal mercato, come ha fatto per l’intelligenza artificiale (Ai) e la realizzazione delle infrastrutture a essa legate: i dati del quarto trimestre del 2023 mostrano una crescita del 30%, di cui ben sei punti sono riconducibili all’Ai. Ciononostante, è bene ricordare che circa il 30-35% del fondo è investito in piccole e medie aziende (per queste ultime il nostro parametro di riferimento è una capitalizzazione superiore a 15 miliardi di dollari)».

C’è quindi la possibilità che, visto il divario di valutazione che si è creato, possiate aumentare l’esposizione a mid e small?

«Non allochiamo le nostre risorse in base alla capitalizzazione dei titoli. Quando presentiamo la nostra filosofia d’investimento ai clienti, sottolineiamo l’esposizione costante e coerente del portafoglio, perché non vogliamo assumere rischi eccessivi. Attraverso Dynamic All Cap Growth Equity Strategy, offriamo un’esposizione al mercato tramite società le cui valutazioni presentino un divario tra il tasso di crescita futura e le aspettative del mercato e il nostro approccio ai listini avviene attraverso uno stile d’investimento growth».

Che cosa intendete per stile d’investimento growth?

«Il nostro è un approccio bottom-up, caratterizzato da uno stile growth, che per noi significa cercare imprese che abbiano una crescita secolare, collocabile nel primo quartile all’interno di un determinato universo di società comparabili. In termini di qualità, cerchiamo aziende la cui crescita sia sostenibile, non legata principalmente al ciclo economico e non dipendente dalle decisioni di politica monetaria. Infine, adottiamo una stringente disciplina per quanto riguarda le valutazioni, atteggiamento che è essenziale quando si investe in titoli growth, che a volte possono raggiungere livelli molto elevati. Guardiamo a società che, nel caso delle piccole-medie capitalizzazioni, anche se non generano molta cassa o utili, hanno la potenzialità di farlo nel futuro, perché, analizzando le caratteristiche del loro modello di business, ne intravediamo l’evoluzione».

I consumi negli Usa hanno ben sostenuto la crescita locale. Avete rilevato anche aumenti di produttività?

«Sicuramente i consumatori americani sono stati più resilienti di quanto non ci saremmo potuti attendere due anni fa e il mercato del lavoro è ancora molto forte. In merito alla produttività, riteniamo che sia un effetto secondario dell’aumento dei tassi che ha spinto molte aziende a guardare con attenzione ai costi, a doversi confrontare con una situazione in cui non era possibile l’accesso al mercato dei capitali e a fare i conti con la redditività. Ciò ha permesso di aumentare la produttività, l’efficienza e crediamo che l’Ai non farà altro che corroborare questo trend».

Avete evidenze in merito? 

«Si è iniziato a riparlare di Ai circa un anno e mezzo fa. Si sta assistendo alla costruzione di imponenti infrastrutture per fare sì che le applicazioni dell’intelligenza artificiale possano essere fruibili. La prossima fase sarà l’utilizzo di queste infrastrutture da parte delle aziende, che stanno già discutendo dei benefici che questa tecnologia può apportare. Un esempio da citare è il settore del software, in cui l’attività di generazione di codici potrebbe conoscere un’accelerazione grazie all’Ai: si parla di un miglioramento che va dal 30% al 50% nell’attività di coding e sviluppo. È un risultato significativo per chi opera in questo ambito, perché permette di ridurre i costi e accelerare i tempi di realizzazione di un prodotto. Inoltre, siamo tutti consapevoli che, con il passare del tempo, l’intelligenza artificiale non potrà che migliorare».

Quale tipo di performance si attende dal mercato in questo contesto?

«È difficile dire quale direzione prenderà l’economia, ma i titoli growth, solitamente, si comportano molto bene quando la crescita del Pil è contenuta. Se si guarda al periodo tra il 2010 e il 2020 negli Usa, la crescita è stata costante, ma ridotta e, in queste condizioni, le azioni growth hanno conosciuto un decennio di bull market. Pensiamo che si stia ritornando in uno scenario di bassa crescita e ciò costituisce una condizione favorevole a questa tipologia di titoli, perché sono meno sensibili al rallentamento dell’attività economica: se c’è una scarsità di crescita nell’economia, i titoli growth diventano più attrattivi».

C’è la presenza di qualche tema all’interno del vostro fondo?

«Ci sono titoli che possono essere ricondotti a determinate tematiche, come l’intelligenza artificiale o l’obesità, ma non sono frutto di una scelta fatta a monte e, come menzionato pocanzi, sono decisioni prese dopo un disciplinato processo di analisi compiuto a vari livelli. Fatta questa debita premessa, ritengo che i due temi citati possano diventare i più importanti che abbia mai visto in 15 anni di gestione del fondo. L’ Ai si presenta con grandi potenzialità perché, teoricamente, ogni azienda al mondo potrebbe utilizzarla, mentre i farmaci per curare l’obesità potrebbero diventare i più grandi blockbuster che ci siano mai stati».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav