Fino a pochi mesi fa investire nel Far East significava puntare quasi esclusivamente sulla Cina, ma oggi, con il Dragone che sembra dibattersi nelle difficoltà, sta crescendo l’interesse nei confronti di diverse altre realtà, in maggioranza concentrate nel Sud dell’Asia.  A parlarne è Sukumar Rajah, senior managing director e director of portfolio management di Franklin Templeton Emerging Markets Equity.

Come gestite il vostro portafoglio sulle azioni asiatiche?

«Va premesso che gestisco dal 2013 una strategia incentrata sulle azioni indiane e dal 2018 anche una strategia con focus sui mercati asiatici. Il punto fondamentale della nostra filosofia di investimento è focalizzarsi sul valore intrinseco delle società sulle quali investiamo, con l’obiettivo di costruire le nostre posizioni quando le valutazioni sono convenienti rispetto al potenziale di crescita. La nostra attenzione è rivolta ad aziende solide, con modelli di business competitivi e in grado di generare un elevato e consistente incremento dei profitti. Di conseguenza, il nostro portafoglio è incentrato su posizioni di lungo periodo: basti pensare che deteniamo l’azione di Infosys, il maggiore gruppo It indiano, da circa 30 anni. Durante questo periodo la capitalizzazione è passata da circa 100 milioni di dollari a 100 miliardi. Il nostro obiettivo è individuare storie di crescita secolare di questo tenore». 

L’Asia continua a essere l’area economicamente più dinamica del mondo, ma la leadership della crescita sembra passata dalla Cina ai paesi più a sud. Come giudica la situazione?

«Sicuramente oggi la Repubblica Popolare costituisce l’elemento di incertezza maggiore che pesa sui mercati asiatici. Si tratta di un paese che ha fatto enormi investimenti in istruzione e che vanta capitale umano vasto e di qualità eccellente. Di conseguenza, sicuramente sul medio e lungo termine, probabilmente nel corso del prossimo decennio, l’economia cinese riuscirà a venire fuori dalle difficoltà che oggi la attanagliano. Ciò che però ha sorpreso gli investitori è il fatto che i problemi sono esplosi tutti contemporaneamente. Ad esempio, che la demografia locale fosse molto preoccupante non era certo una novità, così come si conoscevano da tempo le criticità del comparto immobiliare, ma le autorità si stanno trovando in difficoltà a gestire insieme un improvviso e più rapido invecchiamento della popolazione e la crisi di alcuni grandi gruppi del real estate scoppiata di recente».

Ritenete che il deterioramento delle relazioni con l’occidente sia un fattore destinato a pesare a lungo?

«Ovviamente, la questione delle tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti ha aggiunto un ulteriore dimensione di incertezza al quadro: questi ultimi, ad esempio, non avevano mai affermato ufficialmente che avrebbero difeso Taiwan militarmente in caso di conflitto. Da questo punto di vista, però, non condividiamo il cupo pessimismo che si legge in molte analisi. Al di là degli atteggiamenti da falco dei rispettivi politici, la diplomazia sta continuando a lavorare nell’ombra per tenere i canali di collaborazione aperti ed evitare una crisi disastrosa per l’economia globale».

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.