In una situazione che vede realtà diversissime tra loro, i bond emergenti, che escono da un periodo decisamente complicato, mostrano elementi di grande interesse.
Innanzitutto le cattive notizie sono già state incorporate nei prezzi e la Federal Reserve scommette sul fatto che non solo non c’è alcun rischio stagflativo, ma che il sistema è sufficientemente forte da reggere una rapida e potente azione sulla fiammata dei prezzi per tornare alla normalità entro pochi mesi, senza alcuna recessione. Se questa ipotesi si dimostrasse vera, allora probabilmente diverse nicchie del fixed income emerging rappresenterebbero oggi un’occasione più unica che rara. E, in questa ottica, c’è chi va totalmente in controtendenza puntando sulla Turchia
Quando si affronta un discorso sui mercati emergenti, qualunque sia l’asset class presa in considerazione, non si può non partire da una doverosa precisazione: si tratta di un insieme estremamente variegato, con fondamentali diversissimi fra loro. Ad esempio, se si analizzano indicatori come il livello di ricchezza complessivo, l’esposizione al ciclo globale, il fatto di essere importatori o esportatori di materie prime e il grado complessivo di solidità finanziaria, troviamo realtà molto diversificate, se non, a volte, addirittura opposte. Paesi come l’India e la Turchia puntano molto sul consumo interno, mentre alcune economie dell’America Latina dipendono in maniera notevole dal ciclo delle materie prime. Resta però di fondo, pur con i progressi di tutti questi anni, un doppio tema imprescindibile: l’andamento degli asset delle economie in via di sviluppo rimane indissolubilmente legato alle condizioni di liquidità globale e al clima di minore o maggiore propensione al rischio.
E l’ultimo anno e mezzo non è stato particolarmente favorevole da questi due punti di vista, con l’esplosione dell’inflazione globale, il repentino cambiamento di atteggiamento da parte delle banche centrali e, ovviamente, l’avvio della disastrosa invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non vi è dunque da sorprendersi se nei primi due mesi e mezzo dell’anno i bond di questo diversificato insieme di economie emessi in valuta pesante sono risultati l’asset class in assoluto peggiore. Anche se, al di fuori delle commodity, nessuno ha brillato.
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Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

