Una delle maniere più utilizzate per decorrelare è mettere in portafoglio un pacchetto di commodity, tra le quali l’oro è certamente quella che oggi è maggiormente sugli scudi. A parlarne è  Shawn Reynolds, portfolio manager di VanEck’s Global resources and environmental sustainability strategies di Van Eck.

Quali obiettivi un fondo come il vostro offre nello scenario di mercato che si sta sviluppando?

«Il nostro fondo investe in azioni di aziende che operano lungo la filiera di diverse risorse naturali, dall’oro e altri preziosi, come il platino, alle commodity agricole per arrivare a metalli di base come il rame, il nickel e i combustibili fossili.  A nostro avviso, l’universo investibile in cui operiamo e la nostra strategia oggi offrono un elevato potenziale di diversificazione e decorrelazione.

I rischi geopolitici allo stato attuale sono molto elevati, con la possibilità di assistere a shock significativi in diverse filiere e le condizioni attualmente presenti sui mercati sono ideali per registrare buone performance da parte delle commodity.

Se guardiamo al passato, scopriamo che non è necessario registrare imponenti spinte sui prezzi affinché le materie prime generino rendimenti consistenti: basta pensare al primo decennio di questo secolo in cui si è avuto un minimo di inflazione, ma non così intensa. Lo scenario si è poi ribaltato nel decennio 2010-2020, mentre negli ultimi cinque anni le tensioni sui prezzi sono ritornate con la contemporanea ripresa dei corsi di molte risorse».

In particolare, per quanto riguarda il petrolio, quale quadro prevedete?

«Fino a qualche settimana fa l’oro nero sembrava caratterizzato dalla sovrapposizione di molti possibili sviluppi alquanto differenziati; oggi l’evoluzione più probabile di questo mercato sembra ridotta a due opzioni praticamente opposte. Da una parte la tregua fra Iran, Usa e Israele potrebbe tenere e portare a una graduale normalizzazione del petrolio.

Dall’altra parte, è possibile che Israele continui a focalizzarsi sulla Repubblica islamica, con la conseguenza che la leadership degli ayatollah, di fronte a un quadro del genere, cercherebbe di chiudere lo stretto di Hormuz come mossa della disperazione. Le ricadute sarebbero pesantissime, visto che, attraverso questa rotta, passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Per il momento, siamo ancora piuttosto lontani dal materializzarsi di un simile disastro, tanto che le quotazioni del greggio non si sono mosse enormemente. Le probabilità di assistere a qualcosa di così grave stanno però lentamente crescendo, tanto che le grandi case che fanno trading fisico di petrolio (per esempio, Glencore o Vitol) senza evitare in toto il Golfo Persico, monitorano comunque la regione con grande attenzione»

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.