Ungari VontobelCosa fare sui mercati finanziari quando le notizie che si avvicendano possono cambiare lo scenario di fondo è una domanda lecita, ma è pur vero che non si possono rincorrere gli accadimenti per decidere dove investire. Fondi&Sicav ha affrontato il tema con Gianluca Ungari, responsabile degli investimenti per l’Italia  presso Vontobel.

Il rischio geopolitico è sempre più presente sui mercati?

«Il rischio geopolitico si è esacerbato e gli effetti si sono visti sui mercati finanziari: dall’introduzione dei dazi all’attacco all’Iran. Il vero problema, quando si parla di rischio geopolitico, è come prevederlo e come misurarne gli effetti secondari e terziari. Nella situazione attuale, ciò che sta influenzando il posizionamento degli investitori è l’aumento del costo del petrolio e i suoi effetti sull’inflazione, che si sono riflessi sul mercato obbligazionario, più sensibile ai cambiamenti macroeconomici. I titoli del reddito fisso hanno così cominciato a scontare un cambio di politica monetaria, gli indici azionari, invece, sono saliti perché sostenuti dagli utili aziendali: 28% di crescita dell’Eps per l’equity Usa nel primo trimestre, con le società tecnologiche che hanno fatto registrare +42%. Per il 2026 le previsioni sono di + 20% per gli Usa e +11% per l’Europa, dati che dipingono un contesto economico solido e sorprendente (20% di earning surprise negli Usa), visto che le stime sono state riviste al rialzo con la guerra nel Golfo in corso. Una parte della crescita degli profitti è legata all’aumento del fatturato (+10% circa), ma c’è stata anche un’espansione dei margini, fenomeno che indica uno scaricamento a valle, ossia al consumatore finale, del rialzo del costo di alcuni beni di produzione».

Il mercato però non sembra preoccupato per questi aumenti Come mai?

«A mio avviso, gli operatori stanno ancora valutando quali saranno gli impatti della crisi energetica sull’economia reale: a livello sia top-down, sia bottom-up, i segnali rimangono positivi. Questa è forse la ragione per cui l’ipotesi che ci si possa trovare in uno scenario di stagflazione non si riscontra ancora nel mercato obbligazionario».

Come si costruisce un portafoglio in un periodo in cui molti fattori confliggono tra di loro?

«In qualità di gestore multi-asset, questo è il problema principale che affrontiamo quotidianamente. Il mandato che abbiamo ricevuto è di proteggere il patrimonio degli investitori e ciò fa sì che le nostre decisioni d’investimento siano improntate più a contenere i rischi di ribasso che di rialzo. In aggiunta, le obbligazioni, che erano un’importante risorsa per la diversificazione del portafoglio, ancora una volta non stanno funzionando. Le aspettative d’inflazione sono subito scontate da questa classe di attivo e solo quando i rendimenti raggiungono determinati livelli anche le azioni ne risentono. Ciò fa sì che, al momento, manteniamo un’esposizione all’azionario e ad alcuni prodotti a spread, mentre investiamo nei governativi per ragioni di carry. La diversificazione viene fatta attraverso la costruzione di scenari tattici, perché le correlazioni che una volta esistevano tra le diverse classi di attivo non funzionano più. Ciò significa che, nel caso di escalation della guerra in Medio Oriente, si sovrappesa il dollaro americano, il petrolio, il settore energetico, le materie prime e gli Stati Uniti. La tecnologia, infatti, che è una parte preponderante del mercato Usa, viene considerata una sorta di porto sicuro in cui investire. Nel caso si palesi uno scenario di de-escalation e di apertura dello Stretto di Hormuz,  verrebbe privilegiato l’euro, oltre che il settore energetico. che pensiamo possa continuare a fare bene sino alla fine dell’anno; al contrario, bisognerebbe prestare maggiore cautela all’investimento in petrolio che diventa più volatile».

Come valuta i mercati a spread in questa fase?

«Mi sembra sia difficile pensare che si possa stringere ulteriormente lo spread per gli emittenti di qualità che, peraltro, hanno un carry non particolarmente attrattivo. Diversa è la situazione dei titoli high yield, così come per i bond emergenti, dove lo spread è invece tale da sopportare meglio un ritorno di volatilità.

E per quanto riguarda l’oro?

«Ritengo che il movimento dell’oro in questi due mesi rifletta più che altro un problema di prezzo. Lo scorso anno, quando il metallo giallo saliva insieme agli indici azionari, nessuno si interrogava se la materia prima avesse perso il suo ruolo di decorrelazione rispetto agli attivi tradizionali. Ora che il prezzo è sceso, si percepisce un generalizzato disorientamento sul perché di questo comportamento. Forse la ragione è da ricercare nei forti acquisti di oro che sono avvenuti durante lo scorso anno, cui ora sta facendo seguito una fase di consolidamento. Penso che questa asset class continui a fungere da strumento per stabilizzare i portafogli, ma non è semplice trovare il momento in cui questo ruolo possa essere pienamente espletato. Inoltre, non va dimenticato che la volatilità del prezioso è superiore al 20%».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav