La tregua della guerra nel Golfo, negli Usa, ha contribuito a una ripresa dei corsi azionari, in particolare dei titoli tecnologici, cui ha fatto eco anche un ritorno d’interesse verso i consumi discrezionali. Questa fase è succeduta a una precedente in cui l’ascesa della volatilità aveva visto le società difensive fare meglio. E, sul mercato obbligazionario, sebbene la tendenza di fondo sia l’irripidimento della curva dei rendimenti, non sono mancati momenti di appiattimento che fanno presagire un aumento dei tassi d’interesse. In un contesto in subbuglio a livello mondiale, la Fed si trova dinnanzi a una transizione molto fragile, con un nuovo presidente in arrivo che dovrà leggere lo stato di salute dell’economia americana e decidere quale direzione dare alla politica monetaria. In altre parole, toccherà a Kevin Warsh stabilire se dare la priorità alla lotta all’inflazione, che potrebbe risalire oltre i livelli desiderati, o alzare lo sguardo verso le future dinamiche del mondo del lavoro
Se si analizza quanto è successo sui mercati nell’ultimo mese, grosso modo da quando è iniziata la tregua fra Usa e Iran, si scopre un coacervo di fenomeni che riflettono speranze e paure degli investitori oggi come non mai sottoposti a input contraddittori. Il primo dato che salta agli occhi è la ripresa fenomenale dei titoli growth, alla base della rinascita dell’S&P 500, che è riuscito a realizzare nuovi massimi storici tornando sopra quota 7.000. Al recupero dell’equity made in Usa hanno fatto seguito un’ascesa similare da parte del Nikkei 225 e del Kospi, anch’essi protagonisti di nuovi record nella seconda metà di aprile.
A fare da colonna vertebrale della rinascita è stata ancora la tecnologia, con il suo corollario di titoli growth. In pratica anche questa volta a farla da padroni sono stati i listini che puntano sull’ascesa dell’Ai come motore primo e ultimo dell’economia di quest’epoca. A latere, si è avuto, non sorprendentemente, anche un ritorno di fiamma delle aziende legate ai consumi discrezionali. Tutto ciò si è accompagnato a fenomeni collaterali la cui correlazione non stupisce più di tanto: il calo del Vix e dei difensivi (energia in primis) nei giorni di speranza, con brevi ritorni alla paura di marzo ogni volta che le parti in gioco nel conflitto mediorientale straparlavano più del dovuto.
Curva dei Treasury ripida
In parallelo, però, forse lo sviluppo più significativo si sta formando sulla curva dei Treasury statunitensi, che appare spinta da una tendenza di fondo all’irripidimento e che si scontra, però, con temporanee pulsioni di bear flattening. Nel primo caso, la logica alla base di questo fenomeno vede come probabile un rallentamento economico cui la Banca centrale americana dovrebbe fare fronte con un abbassamento del costo del denaro. Il tutto, però, si trova in contraddizione con un paradigma di medio-lungo periodo incentrato su dinamiche del costo della vita non troppo benigne. La convergenza al ribasso dei corsi di tutte le scadenze del debito pubblico degli Stati Uniti implica, infatti, che molti istituzionali ritengono che si sia sull’orlo di una stagflazione temporanea, che andrebbe a sommarsi alle magagne appena enunciate sul fronte dell’inflazione strutturale. Vale la pena, peraltro, di tentare di elaborare una breve spiegazione del perché si fa fatica a lasciarci alle spalle il carovita, anche in assenza di una geopolitica folle.
Al riguardo, arriva in soccorso Frédéric Leroux, head of cross asset team e fund manager di Carmignac, che invoca una serie di fattori destinati a giocare un ruolo cruciale nella costruzione dei portafogli azionari: «Diverse forze strutturali, che vanno oltre il ciclo macroeconomico di breve periodo, indicano un ritorno duraturo di un’inflazione ciclica. Le più significative sono: le dinamiche demografiche che riducono la quota di risparmiatori; la fine della Pax americana e il riemergere di tensioni geopolitiche strutturalmente inflazionistiche; l’avvio della deglobalizzazione, che pone fine alla disinflazione ricardiana; la transizione energetica; i massicci investimenti ad alta intensità di risorse ed energia richiesti dall’intelligenza artificiale; i cambiamenti sociologici meno favorevoli all’efficienza economica».
Un nuovo 2022
La piaga dello shock di Hormuz, dunque, costituisce uno dei tanti venti non favorevoli che rischiano di trasformarsi in tempesta. Peraltro, conviene non farsi un eccesso di illusioni sulla normalizzazione prossima ventura dei prezzi dell’oil&gas, visti i danni generati a diverse infrastrutture e siti produttivi lo scorso marzo. Marco Giordano, investment director di Wellington Management, infatti afferma: «Da alcuni anni la nostra visione prevede un’inflazione strutturalmente più elevata, con il rischio di livelli persistentemente sopra il 2%, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Politiche fiscali attive, catene di approvvigionamento meno efficienti, mercati del lavoro rigidi ed effetti di secondo livello continuano a sostenere le pressioni sul carovita. L’intelligenza artificiale potrebbe mitigare queste dinamiche, ma l’impatto nel breve periodo resta incerto. Anche nel caso di una rapida normalizzazione geopolitica, i prezzi energetici potrebbero restare elevati nel medio termine».
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Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

