Con quale strategia affrontare le decisioni di investimento nell’attuale fase di transizione verso un nuovo modello di crescita e di equilibri internazionali tutti da ricostruire è il tema che viene trattato da Mauro Ratto, co-founder e chief investment officer di Plenisfer Investments Sgr.
Quale fase stanno attraversando i mercati finanziari?
«Siamo a un crocevia da cui emerge in modo chiaro che i paradigmi che hanno funzionato nel passato non sono più validi e non producono più risultati efficaci. È un’evidenza emersa negli ultimi anni e si sta accentuando. Prendiamo, ad esempio, la strategia d’investimento 60/40: è risultata valevole dallo scoppio della crisi finanziaria globale per ridurre la volatilità attraverso la diversificazione, ma oggi è inefficiente, perché la correlazione inversa tra le due classi di attivo si è rotta. Lo abbiamo visto nel 2022 quando, come ci aspettavamo, dopo le misure fiscali straordinarie post pandemia, l’inflazione ha rialzato la testa e le banche centrali hanno aumentato i tassi ben al di sopra di un livello per molti anni considerato invalicabile. Per noi è stata la conferma di un cambiamento strutturale in corso».
Come si è arrivati al cambio di paradigma?
«Bisogna tornare all’inizio di questo secolo, quando la globalizzazione toccò il suo apice, cui poi seguì una serie di fenomeni che fecero presagire un aumento dei prezzi al consumo: dalle prime tensioni che crearono incrinature nelle catene di approvvigionamento alla crisi demografica cinese che ha rallentato la crescita del Paese. Adesso si sta vivendo il punto più acuto del cambiamento in corso, con chiari segnali che indicano la necessità di gestire un contesto radicalmente diverso rispetto al precedente. a tutto ciò si aggiunge il quadro geopolitico che esacerba la situazione. I processi di globalizzazione non sono spariti, ma hanno ceduto il passo alla regionalizzazione degli interessi: non godono più dello stesso sostegno politico del passato e devono fare i conti con un nazionalismo sempre più diffuso che, da un punto di vista economico, si traduce in protezionismo. E la frammentazione del sistema commerciale ha come effetto una pressione sui prezzi di beni e servizi che si traduce in inflazione più elevata. C’è una sola grande economia che non è toccata da questa dinamica ed è la Cina, che soffre invece di deflazione. È indubbio che le tensioni geopolitiche abbiano poi spinto nella stessa direzione, rendendo più impervio il cammino della globalizzazione e le dinamiche che l’hanno caratterizzata, indipendentemente dai recenti sviluppi in Medio Oriente o in Ucraina. Quando ci sono due potenze economiche, come nel caso di Stati Uniti e Cina, in forte competizione, è verosimile che la priorità data agli interessi interni produca forme di isolazionismo economico. Le ricadute di questa corsa sono visibili a livello globale: i prezzi delle materie prime e dei prodotti, semilavorati e finiti, sono in salita».
Ma la chiusura dello Stretto di Hormuz, per tornare al contingente, peggiora la situazione…
«La situazione che si è venuta a creare è manifestamente critica, perché non riguarda solo il trasporto del greggio, ma di tutta la serie dei derivati della materia prima che hanno un’importanza fondamentale nei processi produttivi: dall’elio, che allo stato liquido, ad esempio, è indispensabile per raffreddare i macchinari che producono semiconduttori, ai fertilizzanti (circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti azotati e urea passa dallo Stretto), dal metanolo allo zolfo, usato nella filiera delle batterie per veicoli elettrici e nello stoccaggio di energia rinnovabile. A fare da sfondo a questa situazione ci sono bilanci pubblici che si sono deteriorati drammaticamente, aspetto quest’ultimo cui non viene prestata particolare attenzione, nonostante pesi sulla crescita di un paese: più aumenta più ne condizionerà il futuro sviluppo. Infatti, se il debito diventa eccessivo, l’unica cosa che si può fare è ridurlo: ciò significa risparmiare e, di conseguenza, ridimensionare la spesa e i consumi. Poi ci sono i metodi indiretti: un’inflazione elevata abbatte il valore del debito. Il risultato è un’attività economica più contenuta, che è il nostro scenario di medio periodo, che potrebbe evolvere in stagflazione».
Quindi, quale approccio occorre nei confronti degli investimenti?
«Buona parte dei temi sinora toccati sono stati oggetto di ampie riflessioni, analisi approfondite e confronti serrati con i cofondatori di Plenisfer. E, proprio da queste riflessioni, è emersa la decisione di creare il diverso approccio d’investimento che avrebbe caratterizzato la nostra società di gestione. La consapevolezza di essere dinnanzi a un cambio di paradigma e, di conseguenza, di dovere rivedere il modo con cui guardare alla realtà e interpretarla, ha cementato, sette anni fa, la nostra decisione di adottare un metodo flessibile, attivo e svincolato dai benchmark. Plenisfer è nata proprio da questi brainstorming continui e dal desiderio imprenditoriale di dare una forma alle nostre idee. Ma, per potere gestire senza vincoli, occorre avere una disciplina e agire in modo molto serio per implementare nei portafogli la visione macro che ci aspettiamo, all’interno della quale, coerentemente, vengono prese le decisioni di breve termine».
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Redazione
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