di Bert Flossbach

Gli scenari sull’evoluzione dei conflitti hanno una durata molto breve. Sono ancora più effimeri i loro effetti sui mercati finanziari.

La guerra in Ucraina lo ha dimostrato in modo lampante. Chi, quattro anni fa, avrebbe immaginato che i mercati azionari, dopo il record di allora, sarebbero saliti di un ulteriore 50% fino a oggi, nonostante il conflitto sia ancora in corso e le forniture di gas russo siano state fortemente ridotte?

Ciò che allora sembrava quasi impensabile è diventato realtà. Il motivo è da ricercare in un fattore noto già quattro anni fa, l’intelligenza artificiale, ma di cui quasi nessuno intuiva ancora la portata e che ha poi innescato il più grande boom di investimenti di sempre. Se ciò accadrà di nuovo, è tutto da vedere.

Recentemente è stato il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz a pesare sugli utili di numerose aziende, mettendo sotto pressione anche i prezzi delle loro azioni. Sorprendentemente, gli analisti azionari (stime di consenso di Bloomberg) non sembrano (ancora) condividere questo pessimismo. Nonostante la situazione tesa, dall’inizio dell’anno hanno ulteriormente aumentato le loro previsioni di utile per il 2026.

Per le società dell’indice S&P 500, stimano ora una crescita degli utili del 20%, rispetto al 15% circa di inizio anno. In termini assoluti, ciò significherebbe un aumento dei profitti da circa 2.400 miliardi di dollari nel 2025 a quasi 3000 miliardi di dollari quest’anno. Si tratterebbe di un aumento di quasi 600 miliardi di dollari, ossia circa 200 miliardi in più rispetto a quanto previsto solo tre mesi fa, nonostante la guerra in Iran.

Balzo degli utili  nel settore tecnologico

Da dove nasce tutto questo ottimismo? Il primo pensiero va naturalmente al settore energetico e ai grandi gruppi petroliferi, dove il rialzo del prezzo del petrolio fa lievitare immediatamente i profitti. Gli analisti hanno recentemente previsto per il 2026 un aumento degli utili pari a circa 50 miliardi di dollari. Si tratta di ben 40 miliardi in più rispetto alle previsioni di inizio anno, a condizione che il prezzo del petrolio rimanga elevato.

Alla fine, è soprattutto un altro segmento di mercato a sostenere l’ottimismo degli analisti: il settore tecnologico. Qui le previsioni sono state riviste al rialzo in modo costante nei primi mesi dell’anno. Oggi gli analisti stimano un balzo dei profitti di oltre il 50% rispetto all’anno precedente, il che comporterebbe un aumento degli utili di oltre 300 miliardi di dollari. Ciò rappresenterebbe quasi il 60% dell’incremento complessivo degli utili del mercato azionario – e in questa cifra sono già inclusi gli aumenti degli utili dei colossi tecnologici Amazon, Alphabet e Meta, poiché ufficialmente sono classificati in altri settori. 

Ma anche questa è solo una parte della storia. Le aziende dei semiconduttori, il segmento più caldo all’interno del mondo tech, potrebbero addirittura raddoppiare i loro profitti e guadagnare nel 2026 oltre 230 miliardi di dollari in più rispetto all’anno precedente. In questo modo contribuirebbero per il 40% alla crescita degli utili dell’intero mercato. E quasi la metà di questo contributo arriverebbe da una sola società: Nvidia, il designer di chip, i cui profitti potrebbero aumentare di circa 90 miliardi di dollari. Ciò significa che quasi un sesto della crescita attesa degli utili dell’intero mercato azionario statunitense dipenderebbe da una sola azienda americana: una concentrazione storicamente senza precedenti e una peculiarità certamente non così diffusa.

Cresce lo scetticismo

Il fatto che, nonostante prospettive positive, molti titoli tecnologici abbiano recentemente deluso dipende dagli investimenti giganteschi, che comprimono in modo significativo il flusso di cassa disponibile (free cash flow).

Gli ambiziosi piani di investimento nell’Ai da parte dei cosiddetti “hyperscaler” assorbono enormi quantità di liquidità. Gli utili crescono, ma alla fine nei conti bancari delle aziende arriva sempre meno denaro. Un caso particolarmente estremo è quello di Meta, dove quest’anno gli investimenti rappresentano circa la metà del fatturato. Di conseguenza, degli utili attesi per circa 85 miliardi di dollari, meno di 10 miliardi finirebbero effettivamente in cassa. Se poi si considerano anche i costi della remunerazione basata su azioni, compensati dall’azienda con massicci programmi di riacquisto, il flusso di cassa diventerebbe addirittura negativo per 30 miliardi di dollari.

A lungo termine, gli investitori potrebbero non gradire questa situazione. Il mercato osserva quindi con grande interesse se le aziende riusciranno effettivamente a ottenere la redditività sperata dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.

Se ciò non dovesse accadere, è possibile che questi titoli subiscano una correzione. Nel caso le vendite dovessero proseguire, sarebbe lecito aspettarsi tagli ai budget di investimento oppure lo sviluppo di chip proprietari più economici: una vera spada di Damocle che incombe sui titoli del settore dei semiconduttori.

I fornitori di software saranno i grandi sconfitti?

Negli ultimi trimestri, il mercato dei capitali ha operato una distinzione molto netta, all’interno del settore tecnologico, tra vincitori e vinti dell’intelligenza artificiale. Mentre i titoli delle aziende dei semiconduttori hanno guadagnato più del 50% dall’inizio del 2025, nello stesso periodo le azioni software hanno registrato un leggero calo di circa il 10%. Dalla fine di ottobre hanno perso, nel momento di massima flessione, addirittura un terzo del loro valore, anche se alcuni titoli hanno subito perdite ben più consistenti rispetto ai massimi raggiunti lo scorso anno.

È un dato notevole, perché il software aziendale è stato a lungo considerato un business stabile: le imprese cambiano software malvolentieri, perché si tratta spesso di operazioni costose e complesse. In borsa, le società di software sono state per anni tra le più affidabili in termini di redditività, grazie a ricavi simili ad abbonamenti ricorrenti.

Ora però si apre una domanda cruciale: l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare completamente questo mercato? E con quali effetti su prezzi e domanda? Una prima preoccupazione è che, grazie all’Ai, in futuro si possano replicare intere soluzioni software.

Per software applicativi relativamente semplici, costruiti su modelli web e database consolidati, non è uno scenario da escludere. Ma quando il software aziendale, come nel caso di Microsoft o Sap, è profondamente integrato nei processi operativi, si basa su dati aggiornati e richiede un elevato grado di affidabilità, anche per implicazioni legali come la redazione dei bilanci, sostituirlo con soluzioni generate dall’Ai appare un’ipotesi piuttosto audace. A ciò si aggiunge un altro fattore: i sistemi di intelligenza artificiale hanno bisogno di un’ampia quantità di dati, spesso controllati dai grandi fornitori di software, che possono così ostacolare l’accesso ai concorrenti.

Il rischio che l’Ai sostituisca a breve software così profondamente integrati appare quindi limitato. Un secondo timore è che, rendendo il software più efficiente, l’Ai consenta alle imprese di ridurre il personale. In quel caso servirebbero meno licenze software e tutti i fornitori del settore finirebbero sotto pressione.

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Redazione

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