Pensate che la disruption sia un fenomeno provocato solo da una sempre più rapida innovazione tecnologica o è da intendere in senso più lato?
«Per disruption si intende un processo mediante il quale un prodotto, un servizio o una soluzione cambia le regole di un mercato già consolidato. È un fenomeno riscontrabile nel corso della storia, ma l’accelerazione tecnologica che il mondo ha sperimentato negli ultimi tempi è il motivo per cui questo concetto è stato codificato solo di recente. Le ultime grandi innovazioni hanno in comune il fatto che hanno prosperato con una velocità senza precedenti e cambiato profondamente il modo in cui viviamo, consumiamo e lavoriamo. Il Covid-19 è stato un potente catalizzatore di disruption, un vero punto di svolta per il prossimo decennio. Il tema trasversale della “New home economy” è alimentato dall’accelerazione della digitalizzazione della nostra vita quotidiana, avvenuta negli ultimi mesi. La capacità di innovare e creare nuovi mercati che sfidano i modelli di business esistenti è una qualità più importante che mai, dal momento che le aziende disruptive sono in grado di rispondere alle sfide lanciate dalla crisi in modi nuovi e altamente creativi. Negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, il fenomeno della disruption ha accelerato fortemente, generando opportunità di crescita e d’investimento senza precedenti».
Come declinate il tema della disruption nelle politiche di investimento?
«Uno dei punti di forza più evidenti della disruption è la sua presenza in tutti i settori. A differenza dei nostri competitor che tendono a concentrarsi su approcci più ristretti (robotica, Ai, biotech…), abbiamo adottato un approccio olistico che copre più di 30 sottotemi, che abbiamo suddiviso in quattro dimensioni: economia digitale, salute e scienze biologiche, industria 4.0 e pianeta. Il nostro fondo, Cpr Invest-Global Disruptive Opportunities, è un azionario globale orientato alla crescita e con una propensione per le small e medium cap: non si tratta quindi di uno strumento puramente tech. Le aziende nel nostro portafoglio presentano profili altamente diversificati: da “player puri” all’origine del cambiamento a “player storici” che si adattano con successo al mutamento. Pertanto, ha un profilo di rischio/rendimento equilibrato in grado di resistere a varie condizioni di mercato e di fornire molteplici fonti di potenziale rendimento».
Quali sono i settori che ritenete più impattati?
«Sottotemi tecnologici come cybersecurity, cloud, e-commerce e fintech dovrebbero davvero crescere di importanza come componenti di un mondo post-Covid. Il cloud, in particolare, sarà la chiave per la sopravvivenza aziendale e guiderà una crescita futura profittevole. Nella sanità e nelle scienze biologiche, le piattaforme mediche e la telemedicina hanno dominato la scena durante il lockdown. Si tratta di una tendenza forte dalla quale non si tornerà indietro. L’accelerazione della telemedicina e l’aumento delle piattaforme sanitarie digitali basate sui dati faciliteranno l’accesso ai farmaci, aiuteranno a gestire meglio le malattie croniche e a ridurre i costi. Infine, ma non meno importante, la digitalizzazione è presente anche nel settore dell’istruzione. La pandemia ha causato un improvviso passaggio all’istruzione online e ha agito come un forte catalizzatore per l’adozione accelerata di Edtech. Anche in questo caso, non si dovrebbe tornare indietro».
Redazione
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