a cura di Mark William Lowe
L’economia egiziana, già gravemente indebolita dai ripetuti impatti della pandemia di coronavirus e dall’aumento dei prezzi del petrolio e del grano, a causa della guerra tra Russia e Ucraina, sta attraversando la più grave crisi economica dalla rivoluzione del 2011.
Il Paese è in balia di una moneta debole, un’inflazione alle stelle, una carenza di valuta estera e una crisi del debito sempre più profonda. Ad aggravare ulteriormente la situazione, il numero di navi che navigano nel Canale di Suez, una fonte di reddito fondamentale per l’Egitto, è diminuito drasticamente da quando il movimento Houthi, un’organizzazione politica e militare islamista sciita ufficialmente nota come Ansar Allah, ha iniziato ad attaccare le imbarcazioni in transito nel Mar Rosso.
Secondo i dati dell’Autorità del Canale di Suez, nel marzo 2024, il numero di navi che lo hanno attraversato è diminuito del 36% rispetto all’anno precedente, poiché gli attacchi dei militanti yemeniti hanno costretto le principali compagnie di navigazione a evitare la via d’acqua. Di conseguenza, i ricavi del Canale sono diminuiti del 46,8%, privando il Paese di una fonte fondamentale di valuta estera. L’inflazione è dilagante: secondo le statistiche del governo, a febbraio ha raggiunto il livello record del 36%, rispetto al 31,2% di gennaio.
Oltre alle preoccupazioni economiche, in un paese che dipende principalmente dalle importazioni piuttosto che dalla produzione locale, dove quasi un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e un altro terzo vi si avvicina, la stabilità sociale, e quindi politica, è una questione di grande preoccupazione.
In queste condizioni, i donatori internazionali si erano stancati di finanziare il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi. L’Egitto, il secondo più grande debitore del Fmi dopo l’Argentina, aveva infatti ottenuto diversi prestiti dal Fondo e da altri finanziatori dal 2016, pur non riuscendo ad attuare una serie di difficili riforme, tra le quali la fluttuazione della moneta. Ma l’atteggiamento dei finanziatori, che temevano che l’Egitto si stesse dirigendo verso il default e il collasso economico, è cambiato dopo lo scoppio della guerra nella vicina Gaza.
preoccupazioni Usa e Ue
Le preoccupazioni americane ed europee sono state determinanti per le recenti decisioni di sostegno. Gli Stati Uniti temono che un Egitto destabilizzato possa avere ripercussioni negative su Israele e sulla regione, mentre l’Europa è intimorita soprattutto per una potenziale crisi migratoria. Per i politici di entrambe le sponde dell’Atlantico, l’Egitto è troppo grande per fallire.
Il recente aiuto finanziario al Paese ha incluso un prestito del Fondo Monetario Internazionale di 8 miliardi di dollari, un pacchetto di 6 miliardi di dollari della Banca Mondiale e più di 7 miliardi di dollari promessi dall’Unione Europea. Tuttavia, l’accordo da 35 miliardi di dollari con gli Emirati Arabi Uniti, per l’acquisto dei diritti di sviluppo di terreni privilegiati sulla costa mediterranea dell’Egitto, rappresenta l’impatto maggiore sulle finanze del Cairo e l’iniezione di liquidità necessaria per soddisfare la condizione fondamentale, e molto ritardata, del Fmi di fare fluttuare la valuta egiziana.
Il risultato è che la sterlina egiziana è scesa a circa 47 contro il dollaro, da circa 30 prima della fluttuazione. Per il momento, quindi, l’Egitto sembra avere raggiunto una forma di stabilità dopo una crisi caratterizzata da un’inflazione dilagante e da una terribile carenza di valuta estera.
Resta da vedere, tuttavia, se il Cairo continuerà a impegnarsi nell’attuazione della serie di riforme sulle quali hanno insistito i donatori internazionali o se il governo di al-Sisi tornerà alle sue pratiche precedenti. Una delle principali condizioni imposte dal Fmi è la privatizzazione delle imprese pubbliche egiziane, molte delle quali sono di proprietà dei militari o a essi ricollegabili.
In parole povere, la privatizzazione delle aziende statali o gestite dallo stato deve essere una priorità, poiché l’Egitto ha un disperato bisogno di generare le condizioni affinché l’imprenditoria possa crescere e creare maggiori opportunità di lavoro. Attuando una politica in cui il governo diventa un facilitatore piuttosto che un concorrente, il Cairo può trarre vantaggio dai prestiti ricevuti ed evitare il rischio di affrontare un’altra crisi economica.
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Redazione
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