Dopo un 2022 disastroso per il complesso dei paesi emergenti, l’anno in corso vede una discreta ripresa della positività. Innanzitutto, la maggior parte delle economie di questo vasto insieme presenta fondamentali molto migliori, in rapporto ad altri periodi di crisi. Inoltre, l’inflazione è quasi sempre molto più contenuta, rispetto alle aree sviluppate.

Infine, la riapertura della Cina ha conseguenze favorevoli per tutta l’Asia e rappresenta un’opportunità di grande rilievo. Però, la ripresa non sarà uguale per tutti gli emerging, che in effetti costituiscono un gruppo estremamente diversificato. In questa logica, sembra avvantaggiato soprattutto il Sud-Est asiatico, mentre meno positiva appare la situazione per Corea e Taiwan. Previsioni sostanzialmente favorevoli anche per America Latina e India

A una prima lettura, il 2022 del blocco delle nazioni emergenti appare semplicemente disastroso. Innanzitutto, perché una delle nazioni più rilevanti di questo insieme, ovviamente la Russia, si è ritrovata (almeno nel mondo occidentale) nel ruolo di paria internazionale a causa dell’invasione dell’Ucraina.

In secondo luogo perché quella che è di gran lunga la maggiore potenza fuori dall’occidente, la Cina, fino a fine novembre ha vissuto in una realtà più simile ai primi mesi del 2021 che al quadro post-Covid al quale ci siamo abituati dalle nostre parti.

Per quanto riguarda poi lo shock ai corsi delle materie prime registrato nei primi trimestri dell’anno passato, esso ha avuto un effetto speculare a seconda che si parli di paesi importatori o esportatori di risorse naturali.

Tutti quanti, comunque, hanno dovuto gestire i danni derivanti dal super-dollaro, che è stato uno degli effetti precipui della politica monetaria della Fed più brutale da decenni. 

Con il ritorno generale della propensione al rischio nell’ultimo quarto del 2022, però, il quadro è mutato non poco. Infatti, in questo primo trimestre del 2023 un certo ottimismo sembra, se non prevalere, quanto meno farsi strada. La ragione principale del rinnovato interesse per le economie in via di sviluppo risiede nella speranza che abbiano ormai lasciato alle spalle il grosso della spinta sui prezzi e quindi del giro di vite a livello di tassi.

Storicamente, i momenti di inversione della politica monetaria statunitense hanno sempre costituito un ottimo momento per incrementare la propria allocazione negli asset emergenti, anche se a una più accurata analisi si scopre che la realtà è più complessa, rispetto a una lettura semplicistica che vede un 2022 segnato da cali generalizzati ai quali dovrebbe fare seguito una ripresa altrettanto diffusa nei prossimi mesi. 

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.