L’Osservatorio Fintech&Insurtech del Politecnico di Milano è una delle realtà più consolidate per quanto riguarda la raccolta dei dati e l’analisi dei trend che stanno ridefinendo il futuro della finanza nell’era digitale.
In otto anni di attività, ha costruito un ecosistema fatto di centinaia di partnership e sponsorizzazioni per aiutare a sviluppare un segmento che è partito con molto ritardo e in maniera alquanto timida nel nostro Paese, ma che sta ora vivendo una fase di crescita decisamente intensa.
In questa intervista, Marco Giorgino, docente di Financial Markets & Institutions e Financial Risk Management del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Fintech&Insurtech, delinea alcuni tratti fondamentali di questo processo di trasformazione.
Come è nato l’Osservatorio Fintech e come si sta espandendo?
«L’Osservatorio Fintech è nato nel 2015 sulla base di un’intuizione del gruppo fondatore, del quale faccio parte. A quell’epoca, infatti, appariva evidente che la tecnologia digitale stava cominciando ad affermarsi in maniera sempre più decisa in ambito bancario, assicurativo e finanziario. Va sottolineato, peraltro, che questo vasto comparto è sempre stato caratterizzato da una forte attenzione e ampi investimenti nei confronti dell’informatizzazione.
Nell’ultimo decennio, però, è esploso un processo di digitalizzazione dei servizi offerti, con la nascita e l’affermazione di player nati senza alcuna infrastruttura fisica. Per rispondere alla seconda parte della domanda, non si può non ricordare la crescita del numero e della varietà di stakeholder dell’Osservatorio, che oggi ha stabilito un rapporto proficuo con neobanche, gruppi insurtech, player finanziari tradizionali che stanno riconfigurando il proprio modello di business verso una centralità del digitale e gruppi di consulenza. Il lavoro portato avanti in questi anni ci ha permesso di diventare un punto di riferimento nel monitorare l’evoluzione di questa industria. Per il 2023, prevediamo di espandere i rapporti internazionali e di dialogare sempre di più anche con le autorità di controllo, quali Bankitalia e la Consob, per aiutarle a mettere a punto il quadro più favorevole alla crescita e alla stabilità del settore».
In questo contesto, quali sono i vostri servizi che vengono maggiormente apprezzati?
«Come abbiamo visto, interagiamo con dozzine di partner che operano in differenti ambiti, le cui esigenze ovviamente possono essere molto diversificate. Possiamo, però, identificare tre aree particolarmente apprezzate. Innanzitutto la nostra ricerca, che si articola, da una parte, sui grandi temi strutturali e continuativi della fintech e dell’insurtech: monitorare in maniera puntuale le trasformazioni in questo ambito permette ai nostri partner di prendere decisioni più razionali, il che è a dir poco fondamentale, visti anche gli investimenti necessari. Dall’altra parte, ci focalizziamo anche sulle tecnologie di frontiera: pensiamo, ad esempio, alla blockchain e a quello che potrà essere il loro impatto futuro sul complesso dei servizi finanziari. Il secondo servizio sul quale puntiamo è la capacità di offrire workshop di approfondimento su temi di attualità. Grazie a essi, i protagonisti di questo segmento hanno la possibilità di confrontarsi e approfondire le dinamiche in atto in una logica precompetitiva. Infine, avere puntato sull’organizzazione di visite all’estero in poli particolarmente innovativi (ad esempio nel Regno Unito e in Spagna e, virtualmente, in Asia) offre l’opportunità di interfacciarsi con partner stranieri, un’attività che diversi nostri partner e sponsor da soli magari farebbero fatica a portare a termine».
Soffermiamoci sui servizi bancari: in questo ambiente la fintech si è concentrata all’inizio sui servizi di pagamento, mentre oggi si registra una forte crescita nelle attività di prestito. Pensa che si stia assistendo a una rivoluzione da parte del cosiddetto neolending?
«Per rispondere a questo quesito partiamo dal quadro generale: da parte degli operatori vi è una presa di coscienza sempre maggiore dell’importanza e della valorizzazione dei dati. In particolare, in una logica di erogazione creditizia, l’uso avanzato di modelli predittivi basati su big data costituisce un vantaggio competitivo fondamentale. Basti pensare all’importanza che ciò potrebbe avere nell’individuare fenomeni di deterioramento del credito in anticipo. Al centro di questo modello, risiede la disponibilità e la capacità di integrare database fra loro molto diversi, finanziari e non strettamente tali. Pensiamo, ad esempio, ai report sulla sostenibilità di un’impresa. A questi sviluppi si accompagna l’ascesa sempre maggiore di paradigmi basati sul banking as a service, con il quale anche aziende che non sono operatori bancari possono offrire servizi di questo tipo, usufruendo di una piattaforma white label fornita da terze parti e concentrandosi sul marketing e sull’acquisizione della clientela. Per questi motivi vediamo certamente all’orizzonte cambiamenti profondi nelle attività di credito».
Si può affermare che le Pmi, che (specialmente in Italia) storicamente soffrono di maggiori difficoltà nell’accesso ai finanziamenti, potranno trarre forti vantaggi da questo processo di innovazione?
«Senza dubbio: la possibilità di lavorare con una quantità di dati molto maggiore che in passato e da diverse fonti permette di arrivare a una decisione più rapida e puntuale nell’erogazione di credito alle piccole e medie imprese. Il digital lending rappresenta per questo pilastro dell’economia italiana una grande occasione, specialmente in una fase storica come questa, nella quale vi è stato, e continua tuttora, un processo di consolidamento del sistema bancario e di riduzione delle filiali fisiche».
Si sente spesso parlare di un duplice paradigma: da una parte la disruption pura, in cui i player digitali andranno a occupare il mercato che oggi è degli istituti tradizionali, dall’altra la cosiddetta coopetition, che vede i grandi player finanziari affrontare la digitalizzazione attraverso l’acquisizione di fintech. Secondo voi, quale approccio alla fine risulterà vincente?
«C’è spazio per tutti e due i modelli: ci sono infatti neobanche che sono in grado di competere in maniera molto valida da sole. Dall’altra parte, però, non va dimenticato che i grandi gruppi dei servizi finanziari hanno a disposizione una grande quantità di risorse e investono moltissimo in tecnologia da decenni e hanno quindi sviluppato anch’esse in house un forte know-how digitale. Sempre di più, però, il management di questi soggetti comprende che non si può sviluppare ogni servizio internamente e pertanto sta dedicando una quantità crescente di risorse all’acquisizione di società innovative, in una logica, perciò, di coopetition. Inoltre, non va dimenticato che una start-up digitale deve costruire il proprio business da zero: il marketing e le attività di acquisizione del cliente in generale rappresentano una voce di spesa importante per i gruppi fintech e insurtech. I player tradizionali, invece, possono fare leva su una base di clienti già molto ampia e fidelizzata, che può quindi essere accompagnata nella transizione».
In tutto ciò prevede un ruolo centrale per modelli di business progressivamente incentrati sull’open banking?
«L’open banking ha un potenziale di sviluppo enorme in termini di nuovi servizi. Oltre a fornire una spinta a quel processo di uso e di maggiore integrazione dei big data: la grande quantità di informazioni che è possibile ricavare dall’unificazione dei dati dei conti correnti può costituire la base per la creazione di una serie di business di consulenza evoluta che, in particolar modo per le piccole e medie imprese, potrebbe favorire di molto l’accesso a varie forme di liquidità. Pensiamo, ad esempio, alla possibilità di offrire, in maniera rapida ed economica, servizi di pianificazione finanziaria quali il cash flow modelling. Si tratta di un tipo di reportistica che sempre più spesso le banche richiedono e che però tuttora una grande percentuale di Pmi italiane non è in grado di generare. Chi saprà sfruttare l’open banking in questa direzione, si ritroverà ad acquisire un vasto vantaggio competitivo; viceversa, chi considera questa innovazione solo un onere aggiuntivo in termini di compliance è destinato a rimanere indietro».
Quale è la posizione del settore bancario italiano? Le nostre industrie fintech e insurtech sembrano decisamente vivaci; stiamo recuperando il gap?
«Sicuramente il Paese si sta muovendo nella direzione giusta, con un’esplosione di domanda e un’offerta di servizi finanziari digitali ai quali si sta accompagnando una sempre maggiore maturità dell’industria. Anche nel 2022, nonostante le difficoltà economiche e geopolitiche, vi è stato un volume di investimenti in questa industria pari a circa un miliardo di euro. Va detto, però, che questa cifra fa capo a un numero concentrato di operazioni. Come abbiamo visto, sono necessari budget importanti per l’innovazione, ma, ancora di più, occorre una solida cultura in questo senso. Va infatti ricordato che il paradigma di coopetition di cui abbiamo parlato in precedenza non è appannaggio solo dei colossi: diversi istituti di piccole e medie dimensioni si stanno muovendo in maniera valida su questo fronte».
Infine, se dovesse identificare un trend in nuce destinato a esplodere nei prossimi tre-cinque anni, dove ricadrebbe la vostra scelta?
«La crescita della blockchain è destinata ad avere un impatto esplosivo sul sistema finanziario. In particolar modo, prevediamo che la trasformazione in token degli asset finanziari potrebbe portare alla creazione di mercati liquidi in ambiti dove ancora questi non esistono. Pensiamo che si tratti di un trend estremamente importante per tutto il comparto del risparmio gestito, che solo ora sta cominciando a muovere i primi passi».
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Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

