I problemi del settore bancario sono stati i protagonisti dei mercati nelle ultime settimane e, al di là dei singoli episodi, hanno fatto tornare la paura che si stesse per verificare un crollo di tutto il sistema finanziario in una fase già difficile. Negli Usa la Fed ha agito con determinazione e, pur continuando ad alzare i tassi, ha messo a disposizione degli istituti in difficoltà la liquidità necessaria, un approccio ibrido che coniuga una sorta di quasi quantitative easing con la continuazione della lotta all’inflazione. Alla base dei dissesti c’è soprattutto la precedente politica monetaria che ha creato una bolla sui bond che è fragorosamente esplosa e ha lasciato molti istituti di credito con coperture limitate. Comunque, è stato fatto notare che in fondo ad avere avuto forti difficoltà sono state soprattutto aziende di credito di modeste dimensioni

La fine di febbraio e la prima metà di marzo hanno portato a sviluppi che possono apparire completamente inaspettati e il preciso segnale di una nuova era, ma anche talmente scontati da indurre gli osservatori a chiedersi perché i problemi non siano esplosi prima. Ovviamente, il riferimento è agli spasmi del settore bancario, che hanno generato un rapido bear market del comparto su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico. Infatti, i titoli bancari dell’S&P 500 e quelli dello Stoxx europeo, nel periodo preso in esame, hanno lasciato sul terreno circa un quarto della loro capitalizzazione prima di stabilizzarsi e riprendersi parzialmente. A dominare le news è stato un mix di elementi che vanno dalla fuga dei depositi di banche regionali come Svb Bank e Signature in America, al salvataggio al volo di Credit Suisse per arrivare ai problemi sul debito e i Cds di Deutsche Bank. Come vedremo, in questo caso i due pilastri dell’occidente stanno reagendo alle loro difficoltà in maniera piuttosto differente. Resta il fatto che l’origine di tutto ciò è la stessa: la stretta monetaria dell’ultimo anno e mezzo. Nello specifico a scatenare il panico è stato il peggiore bear market obbligazionario da decenni a questa parte, che ha indotto gli investitori a focalizzarsi ossessivamente sulle perdite non realizzate e non aggiornate a mark-to-market dai vari portafogli del reddito fisso presenti nei bilanci delle banche di mezzo mondo.

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.