Nel tradizionale approccio alla gestione dei rischi, questi ultimi vengono spesso suddivisi in tre grandi macrocategorie. I rischi di mercato, essenzialmente la possibilità che i nostri investimenti perdano rapidamente di valore, quelli creditizi, cioè il pericolo di andare a incontro a un default dei propri prestiti od obbligazioni e, infine, quelli operativi, che avvengono per il fallimento dei processi di controllo e di gestione di un’azienda o per eventi esterni. Il mondo che si è formato in questi ultimi anni, comunemente indicato come l’era della deglobalizzazione, presenta un insieme di problemi che portano a un attenuarsi delle pareti divisorie fra queste categorie.
La moderna scienza quantitativa, pur potenziata dal forte uso di big data e modelli di deep learning dal notevole potere predittivo, sta trovando sempre maggiori difficoltà a individuare l’intero spettro di effetti che sfuggono anche ai più complessi grafi sociali, per non parlare dei tradizionali modelli di covarianza/correlazione.
Il “Global Risks Report 2023”, pubblicato dal World Economic Forum(Wef), in collaborazione con Zurich Insurance Group e Marsh McLennan, cerca di portare all’attenzione un nuovo paradigma, sottolineando il concetto di policrisi e tentando di mappare le possibili interconnessioni di un sistema sempre più caotico e fragile: «Shock concomitanti, rischi profondamente interconnessi ed erosione della resilienza stanno dando origine alla possibilità di una policrisi, con un impatto complessivo previsto nettamente superiore alla somma degli effetti delle singole crisi. La riduzione della cooperazione geopolitica produrrà ripercussioni globali sul panorama dei rischi a medio termine, contribuendo anche ad alimentare una potenziale policrisi dovuta alla combinazione dei rischi ambientali, geopolitici e socioeconomici, che sono tutti correlati alla domanda e all’offerta di risorse naturali», afferma la pubblicazione.
CRESCE IL RISCHIO CREDITIZIO
Per tentare di dare una forma concreta a quanto espresso nel paragrafo precedente, pensiamo a quanto successo negli ultimi tre anni e mezzo. La pandemia prima e il desiderio di ribaltare l’ordine internazionale da parte di un grande produttore di materie prime come la Russia hanno innescato uno shock stagflativo sull’offerta di beni come non si vedeva dagli anni ‘70. Dopodiché, gli operatori, banche centrali in primis, hanno scoperto che in realtà vi era pure un problema di inflazione core di difficile risoluzione, dopo oltre un decennio di timore che il mondo stesse andando incontro a una stagnazione di tipo giapponese. La minore offerta di lavoro, unita a maggiori rivendicazioni salariali, in parte innescata dagli anni del lockdown, e la tenuta dei margini aziendali, sui quali ha influito il massiccio processo di M&A degli ultimi decenni, hanno costretto le banche centrali di tutto il pianeta a continuare con le loro severe restrizioni.
Ciò non sorprendentemente ha portato a un innalzamento del rischio creditizio globale, con alcune nicchie come il debito di diversi paesi emergenti, l’immobiliare commerciale statunitense e altri che si trovano oggi a essere osservati speciali da parte degli investitori. Dunque, una serie di macro rischi geopolitici, ambientali e sanitari che sono andati a confluire con fenomeni demografici (la diminuzione della popolazione in età da lavoro) ed economico/finanziari in corso da mezzo secolo; tutto ciò ha creato una tempesta micidiale sull’alveo del reddito fisso.
IL PRIMO GRANDE TEST
A sua volta, questo meccanismo si è trasferito in maniera piuttosto lineare e massiccia nell’ambito delle crisi operative. Il collasso di queste settimane di diversi istituti di credito americani (e non solo) probabilmente in difficoltà temporanee testimonia che una cattiva gestione delle comunicazioni agli investitori può portare al rapido crollo di una banca. Questo mondo policritico e connesso in una maniera che sfugge ai paradigmi del passato offre il primo banco di prova per il passaggio all’età adulta del comparto fintech. Spesso, si sente ripetere che l’estrema rapidità nell’onboarding dei clienti e nello spostamento della liquidità da un conto all’altro rappresentano fattori di novità in grado di rendere più rapido e imprevedibile l’avvio di una bank run.
Sicuramente in tali considerazioni c’è del vero, il quadro però è di gran lunga più complesso. È innegabile che il permanere di un costo del denaro molto più caro rispetto al passato sta provocando danni non indifferenti alle quotazioni di molti gruppi dei servizi finanziari digitali, che sicuramente rientrano nel novero delle azioni a elevata duration. Non sorprende, dunque, che nelle ultime settimane vi siano state vendite di quote di fintech a valori molto distanti dai picchi di valutazione di oltre un anno fa da parte di diversi colossi finanziari che avevano in esse precedentemente investito. Allo stato attuale, per il comparto sarebbe consigliabile evitare di affrontare un processo di ricapitalizzazione.
Fuori di metafora, il maggiore pericolo è che la svalutazione delle partecipazioni in diversi gruppi possa favorire una fuga dei depositi al di fuori delle challenger e verso i grandi giganti, un po’ come è accaduto a diversi player regionali statunitensi. Come si è visto, un simile tsunami può innescarsi all’improvviso senza neppure avere come prerequisito un marcato deterioramento dei fondamentali, perché appare sufficiente una gestione piuttosto marchiana dei rischi operativi. Nell’articolo a commento dei dati elaborati dall’Osservatorio fintech & insurtech del Politecnico di Milano (pagine 32 e 33), è stato sottolineato che sarà fondamentale, per guadagnare una precisa identità rispetto agli incumbent digitalizzati, specializzarsi in una serie di servizi finanziari e/o tipologie di clientela oggi mal servita dalle banche tradizionali. Ovviamente ciò genera diversi problemi non da poco a livello di diversificazione degli attivi.
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Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

