Jeroen Van Oerle, portfolio manager Global Fintech Equities di LOIM Lombard Odier investment managers
Che cosa s’intende quando si parla di fintech?
«Il termine indica tutte quelle tecnologie che consentono di ottimizzare i servizi finanziari o di crearne di nuovi. È un’evoluzione della quale siamo diretti testimoni: pensiamo a come sono cambiate le modalità con cui fare un pagamento o al mobile banking. All’interno di questa realtà, inoltre, stanno emergendo servizi e prodotti che definirei rivoluzionari, come la blockchain e le valute digitali. Il mercato globale della fintech sta crescendo molto rapidamente e stanno emergendo nuovi protagonisti, ma gli investitori devono sapere distinguere al loro interno le aziende che generano utili e sono sottese da trend sostenibili di lungo periodo da quelle che rischiano di essere solo fuochi di paglia. Lombard Odier Asset Management, per cogliere le potenzialità di questo settore, ha lanciato tre anni fa la strategia Global FinTech».
Qual è il vostro approccio all’investimento nella fintech?
«Abbiamo un approccio top-down all’interno del quale evidenziamo le tendenze che riteniamo rilevanti e identifichiamo le aziende che ne sono rappresentative; in questo gruppo operiamo un’attenta analisi e una scrematura tra quelle che riteniamo vincenti o perdenti. Abbiamo individuato cinque motori principali che, secondo noi, traineranno le opportunità d’investimento nella fintech per i prossimi 10 anni. Innanzitutto, siamo convinti che vivremo in un mondo che diventerà cashless e che la finanza digitale porterà all’inclusione finanziaria per tutti. In terzo e quarto luogo, l’ascesa degli ecosistemi tecnologici offrirà sempre più opportunità nella fintech e la digitalizzazione continuerà a ridurre le barriere in entrata, con la nascita di nuove modalità di utilizzo dei servizi. Infine, riteniamo che la cybersicurezza e le cyber assicurazioni siano necessità fondamentali all’interno delle soluzioni finanziarie offerte. Su ciascuno di questi temi produciamo dei libri bianchi, nei quali affrontiamo i temi di attualità e quello redatto recentemente riguarda l’intelligenza artificiale».
Quali sono le considerazioni che avete fatto sul tema?
«Si prevede che l’intero mercato dell’Ai, compresi servizi e hardware, raggiungerà 900 miliardi di dollari entro il 2026, con un tasso di crescita annuo del 19%. Le istituzioni finanziarie rappresentano tra il 20% e il 25% di questo mercato totale. Il machine learning è il principale motore di crescita nel settore finanziario, con le aree più probabili di implementazione che includono la prevenzione delle frodi e i servizi per i clienti. L’Ai nel comparto finanziario deve essere considerata in modo molto diverso rispetto ad altri settori, poiché implica un’interazione complessa tra input e output oggettivi e soggettivi, con considerazioni anche sulle normative. L’Ai generativa probabilmente non avrà un impatto rivoluzionario in finanza, ma sarà utilizzata per migliorarne l’efficienza. Questi modelli sono noti per la loro tendenza ad “allucinare”, il che limita drasticamente la loro utilità nelle applicazioni che richiedono risultati basati su fatti, come nel segmento dei servizi finanziari. Si prevede che l’entusiasmo per l’Ai porterà a soluzioni di raccolta dati, poiché alcune istituzioni finanziarie non hanno ancora risolto questo nodo, né dispongono degli strumenti necessari per utilizzarli».
A proposito di quest’ultimo tema, abbiamo visto sui mercati che l’interesse degli investitori si è concentrato su pochi nomi (negli Usa conosciuti come i “magnifici sette”), le cui valutazioni sono salite parecchio. Qual è la sua opinione su questo fenomeno?
«Si evidenzia una discrepanza tra le valutazioni delle aziende esposte all’Ai e il resto del settore tecnologico, con alcune società quotate a livelli simili a quelli della bolla del 1999. Bisogna prestare attenzione e non investire in azioni di società ad alto tasso di crescita che perdono denaro solo perché utilizzano frequentemente il termine intelligenza artificiale nelle loro comunicazioni: è importante esaminare più approfonditamente come questa tecnologia influisce veramente sui fondamentali delle imprese. Per quanto riguarda i “magnifici sette”, posso dire che sono senz’altro gruppi di qualità, ma la questione è quanto si è disposti a pagare per detenerli in portafoglio. Il mercato è diventato più volatile con l’aumento dei tassi d’interesse dal 2021 e questi titoli hanno attratto l’interesse degli investitori per le loro caratteristiche di solidità, redditività e posizione dominante. Ma la tecnologia non può essere certo circoscritta a un insieme così ristretto. Il nostro punto di vista è che si possono trovare opportunità d’investimento in società di qualità con valutazioni più contenute che appartengono ad altri segmenti, ma che utilizzano sistemi tecnologici avanzati, tra i quali l’intelligenza artificiale, che permettono di gestire e fare crescere la loro attività».
Quindi, molta attenzione nella scelta dei titoli quando si parla di intelligenza artificiale?
«Credo che sia necessaria e il mercato sta iniziando a considerare diversamente le aziende in base alla reale capacità di generare utili che siano sostenibili, come sta già avvenendo in maniera molto evidente e netta nel segmento del private equity, dove le valutazioni sono in calo in modo significativo e si registrano alcuni fallimenti».
Quali sono le aree di investimento di Global Fintech?
«Abbiamo definito un universo investibile di aziende dinamico e in costante mutamento che, di conseguenza, richiede forti competenze e una conoscenza approfondita dei servizi finanziari e della tecnologia. Al suo interno sono state identificate tre aree equamente suddivise: pagamenti digitali, software e cybersecurity e le tecnologie dirompenti, tra le quali l’intelligenza artificiale».
Tornando al mondo della fintech, quali sviluppi vi attendete in futuro?
«Le prospettive più promettenti vengono dal segmento dei pagamenti, dove è continuo il passaggio dall’utilizzo del cash a quello della moneta elettronica. È un fenomeno che, a livello globale, cresce tra il 9% e il 10% all’anno, anche se in modo non omogeneo tra le diverse aree geografiche, a causa della differente penetrazione dei pagamenti digitali. Per questa ragione, il nostro interesse si concentra sulle aziende che si occupano dell’elaborazione di questi flussi e che possono beneficiare di un’elevata leva operativa».
Voi investite anche nelle infrastrutture digitali; quale crescita vi attendete?
«Prendiamo in considerazione soprattutto le società che offrono flussi di Etp o Etf o che vendono dati, come nel caso di Nasdaq, che è uno stock exchange di cui l’85% del fatturato deriva proprio da questa voce. Ci aspettiamo una crescita delle vendite del 10% per l’intero portafoglio, non solo per questo segmento, e un incremento degli utili compreso tra il 12% e il 15% nell’arco del ciclo».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

