A colloquio con Laura Biancato, portfolio specialist del portfolio solutions group
di Morgan Stanley Investment Management
Quali sono le vostre scelte attuali in termini di asset allocation?
«Per rispondere a questa domanda, bisogna partire da una constatazione: riteniamo che stiamo andando potenzialmente incontro a un periodo di mercato più volatile a causa, in parte, dell’incertezza derivante dalle decisioni politiche e dalle discussioni all’interno delle maggiori economie mondiali, in particolare negli Stati Uniti. A ciò bisogna aggiungere un ulteriore elemento, che, come vedremo, è correlato al tema dei rischi geopolitici: il persistere di un livello più elevato di inflazione rispetto a quanto era comune nel recente passato. Ad esempio, i recenti dati del Cpi statunitense, intorno al 3%, mostrano una spinta sui prezzi ancora robusta. In un simile contesto, crediamo che la Federal Reserve mostrerà una grande cautela nell’abbassare i tassi, che quest’anno potrebbero venire mantenuti al livello attuale. Di conseguenza, preferiamo l’azionario rispetto al reddito fisso: le aziende sono in grado di traslare una crescita nominale piuttosto robusta in un aumento dei profitti. Dall’altra parte, è molto difficile che i Treasury continuino a generare una parte importante dei propri rendimenti tramite la duration, come è avvenuto nelle fasi passate di riduzione del costo del denaro. La componente principale dei rendimenti verrà quindi dalle cedole, il cui rendimento reale rischia però di essere fortemente eroso dall’inflazione. Se guardiamo al passato e specificatamente agli anni ‘70, che presentano alcune caratteristiche in comune con il mondo di oggi, vediamo che in quel periodo l’equity ha sovraperformato significativamente l’obbligazionario. Detto ciò, riteniamo che l’approccio giusto sia costruire un’asset allocation dinamica in grado di sfruttare occasioni tattiche a livello regionale e settoriale».
Quale impatto pensa che le politiche della nuova amministrazione statunitense, oltre a innalzare la volatilità di breve, possano avere sulla performance dell’S&P 500?
«Le linee politiche indicano che la nuova amministrazione statunitense considera prioritario il sostegno del mercato azionario. Uno degli elementi chiave del primo mandato del presidente Trump è stato il supporto alla solidità dei mercati finanziari statunitensi e riteniamo che questo rimanga un obiettivo fondamentale anche durante la seconda legislatura. Un fattore determinante per l’andamento del mercato sarà l’impatto del programma economico annunciato ed è importante analizzare i tre pilastri sui quali si basa: deregolamentazione, tasse e dazi, e le sfide per realizzarlo.».
Possiamo focalizzarci su questo ultimo punto?
«Il possibile taglio dell’aliquota fiscale sugli utili societari, dal 21% al 15%, potrebbe comportare per gli Stati Uniti alcune difficoltà fiscali. Il deficit federale è infatti attualmente già circa al 6% del Pil con pressioni strutturali al rialzo, quali, ad esempio, l’invecchiamento della popolazione che sta allargando la spesa pensionistica pubblica. Gli altri due elementi fondamentali sono, da una parte, l’idea di varare una più forte deregulation e di snellire e rendere più efficiente il governo federale e, dall’altra, l’intenzione di coprire parte del disavanzo pubblico con i dazi. In pratica, l’obiettivo dichiarato è spingere l’acceleratore sulla crescita, aiutati dai dazi doganali che concorrono ai costi di questo stimolo fiscale. Quest’ultima manovra è però potenzialmente incompatibile con il ruolo di valuta di riserva globale del dollaro, oltre al tema del livello inflativo in un’economia che presenta ampi deficit commerciali con tutti i propri principali partner».
Ritenete che la rotazione al di fuori delle Magnifiche sette continuerà in America?
«Sì, è oggettivamente difficile pensare che questo ristretto novero di titoli possa continuare a fornire una quota così elevata dei rendimenti dell’S&P 500. A tale proposito, guardiamo con molto interesse a diversi nomi nell’ambito delle mid cap. Preferiamo, infatti, quest’ultima asset class rispetto alle small per due motivi. Innanzitutto, fra le mid si trova un maggiore numero di aziende di maggiore qualità, una caratteristica che oggi riteniamo importante per un adeguato stock picking. Inoltre, in questo spazio si hanno spesso previsioni di utile decisamente contenute, con, di conseguenza, probabilità elevate di vedere importanti sorprese positive».
Le prime settimane dell’anno sono state caratterizzate da un rally del value europeo, dopo un anno difficile. Pensate che si tratti di un movimento di breve periodo oppure il tema potrebbe proseguire per il resto del 2025?
«Crediamo molto in diversi comparti ciclici dell’economia europea. Ciò perché i dati macroeconomici dell’Ue stanno mostrando segnali di miglioramento con diverse Pmi manifatturiere che sono tornate sopra la soglia di 50. A ciò si aggiunge il fatto che, a differenza della Fed, la Bce sta tagliando il costo del denaro con decisione e rapidità. Di conseguenza, puntiamo, ad esempio, su diversi gruppi bancari. Questo settore ha già sperimentato un importante rerating dovuto all’aumento del margine di interesse degli ultimi anni. La prossima fase della crescita dovrebbe essere però guidata dal miglioramento dei conti delle imprese e dall’espansione del credito, conseguenza del miglioramento delle Pmi cui abbiamo accennato. Gli stessi driver dovrebbero sostenere anche la ripresa delle costruzioni: pertanto opportunità si trovano anche nell’ambito delle costruzioni e materiali, specialmente in Europa».
Un’altra delle grosse sorprese di questi mesi è stata la forte ripresa dei titoli tecnologici cinesi; qual è la vostra view al riguardo?
«Su questo tema siamo decisamente più cauti, in quanto la situazione dei consumatori nel Paese rimane complicata: gli effetti della bolla immobiliare non sono stati ancora smaltiti. Ricordiamo che nel real estate le famiglie locali hanno allocato circa i tre quarti della loro ricchezza e le conseguenze sui consumi si stanno rivelando significative. Inoltre, permane un rischio politico non indifferente in Cina: quando emergono eccellenze tecnologiche locali, come, ad esempio, DeepSeek, spesso seguono maggiori pressioni e controlli normativi. In Asia preferiamo il Giappone che, fra le altre cose, sta traendo beneficio dal processo di reshoring verso nazioni affini».
Al di là delle migliori prospettive delle azioni rispetto ai bond, dove ricadono le vostre preferenze nell’obbligazionario?
«Come specificato in precedenza, siamo sottopesati di duration americana. In compenso, però, abbiamo un overweight su quella dei governativi dell’area euro, poiché sicuramente la politica monetaria nell’Eurozona è molto più espansiva. Nel credito troviamo occasioni nell’ambito di alcune Abs, che sono caratterizzate da una duration modesta. In questo segmento, guardiamo con particolare interesse ai rating BBB, la fascia bassa dell’investment grade. In generale, oggi siamo meno ottimisti, rispetto al passato, nei confronti dell’high-yield, a causa di spread troppo compressi: gli investitori che non hanno problemi a gestire un simile profilo di rischio trovano allo stato attuale opportunità più interessanti nell’azionario».
Infine, qual è oggi l’evento disruptive che forse i mercati non stanno adeguatamente prezzando?
«La risposta al quesito la si può trovare analizzando i dati dell’ultimo decennio del Vix, il più comune indicatore del livello di volatilità implicita sulle azioni americane. In particolare, se osserviamo il valore medio registrato durante il primo mandato di Trump, si scopre che è risultato inferiore a quello equivalente durante l’amministrazione Biden. Il dato può sembrare sorprendente, se si pensa agli occasionali momenti di paura generati, ad esempio, dall’annuncio nel 2018 delle tariffe anti-Cina. La volatilità spesso si innalza in maniera consistente e prolungata a fronte di sorprese negative nella politica monetaria, come è successo con l’esplosione dell’inflazione circa tre anni fa. Oggi il rischio è lo stesso, e con una combinazione di nuove politiche statunitensi che hanno il potenziale di interrompere l’attuale processo di disinflazione, nonostante non sia certo questa l’intenzione. Di conseguenza, non sarebbe sorprendente vedere una posizione più intransigente da parte della Banca centrale Usa».
leggi il numero 172
Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

