a cura di Pinuccia Parini

L’oro, anche nei primi mesi del 2024, sembra ancora nel radar degli investitori, dopo avere registrato una crescita di valore del 15% nel 2023. Fondi&Sicav ha chiesto a Diego Franzin, head of portfolio strategies di Plenisfer Investments Sgr, quali sono, secondo lui, le prospettive del metallo prezioso.
Quali sono i fattori che potrebbero sostenere o meno il valore dell’oro?
«In primo luogo, è necessario fare una premessa: se si adegua il prezzo dell’oro all’inflazione per renderlo comparabile con i valori del passato, emerge che il record messo a segno dal metallo prezioso è solo apparente e ancora lontano dai valori (normalizzati rispetto all’inflazione) toccati in occasione di precedenti picchi: circa 2.500 dollari alla fine degli anni ‘70, in occasione della crisi petrolifera, e, più recentemente, tra il 2011 e il 2014, durante le crisi dei debiti sovrani, e circa 2.350 dollari, raggiunti durante la pandemia. Quanto ai fattori che influenzano il mercato, in Plenisfer riteniamo che ve ne siano almeno tre: l’incertezza, la domanda delle banche centrali e i flussi finanziari. Questi tre elementi hanno inciso sul valore dell’oro nel 2023 e andranno, a nostro avviso, attentamente monitorati negli anni a seguire. Lo scorso anno è stato dominato, da un lato, dall’incertezza sull’andamento dell’inflazione e, conseguentemente, della politica monetaria, e, dall’altro, dal fronte geopolitico. Ma a sostenere il prezzo del metallo giallo è stato soprattutto un ulteriore fattore: la robusta domanda delle banche centrali. L’oro svolge un ruolo significativo nelle riserve di queste ultime a livello globale. Dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, abbiamo assistito a un fondamentale cambio di regime, con gli istituti di emissione che hanno progressivamente rivalutato la funzione e la rilevanza dell’oro nella gestione degli asset di riserva».
Sono aumentati gli acquisti?
«Nel dettaglio, le istituzioni centrali dei mercati emergenti hanno aumentato i loro acquisti di oro, quelle statunitensi hanno mantenuto le riserve costanti, mentre le banche centrali europee hanno cessato di vendere. Ci aspettiamo che questo trend possa proseguire, sostenuto soprattutto dagli emergenti, alle prese con un processo di dedollarizzazione, in particolare in Asia, che non ci attendiamo porti a un cambio di regime sul dollaro quale valuta di riferimento internazionale, ma che potrebbe condurre a una maggiore incidenza dell’oro sulle riserve rispetto all’ammontare di dollari detenuti dalle banche centrali».
Come spiegherebbe questo processo di dedollarizzazione?
«Dagli anni ‘70 si è assistito a un vero e proprio processo di dollarizzazione dell’economia e il biglietto verde è diventato la valuta di riserva e di scambio mondiale. Con l’inizio della deglobalizzazione e i cambi di equilibrio tra paesi, a livello mondiale è emersa la necessità di avere una divisa alternativa, che renda meno vincolante la dipendenza dal dollaro. In particolare, il fenomeno si è acuito con lo scoppio del conflitto in Ucraina, quando, alla luce delle sanzioni adottate contro la Russia, la divisa americana ha perso la sua neutralità ed è diventata quasi uno strumento geopolitico: è stata la prima volta in cui sono stati congelati i conti in dollari. Da qui, la necessità, in particolare per le economie asiatiche, di trovare riserve di valore alternative e l’oro, in questo contesto, ha una funzione importante nel momento in cui si vuole dare credibilità e stabilità a un’altra valuta».
E per quanto riguarda i flussi finanziari?
«È il terzo fattore da monitorare. L’oro sembra ancora non piacere agli investitori in Etf Il 2023 ha segnato il terzo deflusso annuale consecutivo degli Etf globali sul metallo giallo: questo fenomeno è stato guidato dal maggiore costo opportunità nel detenere questa materia prima rispetto ad altri asset, come i Treasury statunitensi, ed è stato solo in parte compensato dagli acquisti effettuati in fasi in cui l’oro assolveva pienamente alla sua funzione di bene rifugio».
Quali potrebbero essere le ragioni di questa mancanza d’interesse?
«La presenza sempre maggiore della gestione passiva all’interno dell’asset management ha portato all’accorciamento dell’orizzonte temporale d’investimento e, come conseguenza, ha penalizzato l’oro. Questo metallo prezioso è una riserva di valore che non ha un carry nel breve periodo e, per tale ragione, non trova molto spazio in un portafoglio costruito per un arco di tempo limitato, soprattutto se i tassi d’interesse sono elevati e quindi appetibili per un investitore. L’oro diventa interessante, invece, se ci si sgancia dal benchmark e si assume un’ottica di più lungo periodo, dove si possono avvicendare scenari economico-finanziari tra loro diversi: il metallo prezioso può così svolgere la sua funzione di bene rifugio. L’adozione poi di un benchmark è un vincolo importante nel processo di allocazione e, da questo punto di vista, condiziona la presenza dell’oro all’interno dei portafogli».
Alla luce dei tre fattori descritti, quali possibili prospettive per l’oro?
«Il consenso del mercato oggi prevede un atterraggio morbido degli Stati Uniti, che dovrebbe influenzare positivamente l’economia globale. Tradizionalmente, questo contesto non è particolarmente positivo per l’oro, con conseguenti rendimenti piatti o leggermente negativi. Ma ogni ciclo è diverso. L’acuirsi delle tensioni geopolitiche in un anno elettorale chiave per molte delle principali economie, combinato con i continui acquisti da parte delle banche centrali, potrebbe fornire ulteriore sostegno al metallo prezioso. Inoltre, la probabilità che la Fed guidi l’economia statunitense verso un atterraggio sicuro con tassi di interesse superiori al 5%, non è affatto certa. E una recessione globale è ancora una possibilità da monitorare. Infine, l’eventuale inversione di trend nei flussi finanziari, che hanno penalizzato l’oro nel 2023, potrebbe rappresentare un fattore positivo a supporto del metallo giallo».
Quali sono le aspettative di Plenisfer sull’evoluzione del contesto economico?
«Le aspettative del mercato sembrano indicare o un atterraggio morbido o, addirittura, un rallentamento molto contenuto dell’economia, con l’inflazione che va a scemare verso i livelli di target che si sono date le banche centrali. Noi riteniamo che, anche se i dati a oggi vanno nella direzione sopra descritta, è necessario prestare molta attenzione all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che si muove a ondate, e all’evolversi della situazione macroeconomica, che rimane molto incerta. Se si osserva quanto avvenuto in precedenza, non è mai successo che si riesca a ingegnerizzare un “soft landing”. In Plenisfer crediamo che l’inflazione si assesterà a un livello più alto rispetto alle attese degli operatori e che anche le dinamiche di crescita mostreranno fasi alterne. Ed è proprio alla luce di ciò che riteniamo importante la presenza dell’oro all’interno di un portafoglio, poiché, non essendo un “bene fragile”, svolge la sua funzione proprio durante i periodi di incertezza geopolitica, monetaria e fiscale».
Quindi vi aspettate un apprezzamento?
«Riteniamo che, nonostante l’evoluzione del contesto macro, per l’oro vi sia questa potenzialità alla luce del perdurare delle incertezze su vari fronti e dei fattori descritti. In ogni caso, pensiamo che possa stabilmente mantenersi sopra il valore di 2.000 dollari per oncia e possa, soprattutto, assolvere all’importante funzione di stabilizzatore del portafoglio degli investitori».
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Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

