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Pictet AM «Grande capacità di darsi piani di crescita ben strutturati»

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Pictet AM «Grande capacità di darsi piani di crescita ben strutturati»

Marzio Gussago, sales director di Pictet Asset Management, partecipa al Focus Cina.

Nel 2020, la Cina è stata l’unica grande economia che ha contribuito positivamente alla crescita globale. Ritenete che ciò sia ascrivibile solo alla capacità di contrastare la pandemia?

«Forse sarebbe eccessivo dire che la crescita cinese nel 2020 è ascrivibile alla capacità dimostrata dal Paese nel contrastare la pandemia, ma non se ne può negare l’efficacia, anche se si è trattato di una modalità difficile da replicare su scala globale.

Dopo l’iniziale pasticcio comunicativo e la palese mancanza di trasparenza, l’adozione di misure radicali da parte delle autorità nella lotta contro il virus ha prodotto risultati sorprendenti: che piaccia o meno, il pugno duro di Pechino ha permesso di contenere la diffusione del Covid nell’arco di pochi mesi. L’utilizzo dell’esercito, il controllo a tappeto del territorio in cui era stato identificato il primo focolaio e le rigidissime misure di contenimento hanno richiesto un intervento molto forte e autoritario da parte del governo, con una catena di comando che si è andata sempre più accorciando.

L’efficacia delle misure radicali decise dal Partito comunista costituiscono un unicum impensabile da riproporre in una democrazia occidentale. Grazie a questa capacità di reazione, la Cina ha saputo fare nascere, proprio durante la crisi pandemica, i presupposti per creare un divario nella crescita per gli anni a venire, cogliendo l’opportunità di accaparrarsi ingenti quantità di materie prime a prezzi molto contenuti. Infatti il crollo della domanda, spinto inizialmente dalla stessa Cina, che è uno dei maggiori consumatori di metalli e di petrolio al mondo, ha provocato una forte correzione delle commodity da cui il paese ha saputo trarre vantaggio.

Inoltre, non va ignorato che l’intervento chirurgico delle autorità ha permesso di non mettere in lockdown l’intero Paese e di non bloccare completamente l’attività economica. Non va poi dimenticato il funzionamento della macchina cinese con la sua capacità di darsi piani di crescita ben strutturati sui quali è possibile intervenire prontamente nel momento in cui dovesse emergere la necessità di farlo. La Cina programma la propria attività economica attraverso piani quinquennali, che si innestano su progetti di più lungo respiro, indirizzati a plasmare il modello economico del Paese». 

Le autorità si attendono una crescita del Pil  “sopra il 6%” nel 2021: come interpretate questo dato?

«La Cina non ha messo in campo grandi piani di stimolo economico-fiscale a causa del coronavirus, come hanno fatto altre economie; ciononostante i risultati sono sotto gli occhi di tutti, con i dati macro che sono costantemente rivisti al rialzo. Nel 2021 il Paese continuerà a godere di questa situazione e le indicazioni del partito di una crescita del Pil “sopra il 6%” sono un indirizzo di tendenza improntato alla cautela. Lo scorso marzo è stato approvato il 14° piano quinquennale (2021-2015) che incorpora il più estensivo e strategico Made in China 2025, finalizzato a sviluppare ulteriormente il settore manifatturiero della Repubblica Popolare Cinese, redatto nel maggio 2015.

L’iniziativa mira a garantire la posizione della Cina come potenza globale nell’industria high tech, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle importazioni di tecnologia straniera e investire in modo più incisivo in innovazione per creare aziende che siano in grado di competere a livello internazionale.

Nel piano Made in China 2025 viene enfatizzata la qualità rispetto alla quantità, ottimizzando la struttura industriale per renderla più efficiente e integrata, con la finalità di aumentare il contenuto interno di componenti e materiali principali al 70% entro il 2025.

La grande trasformazione del modello cinese avviene in un contesto di graduale e continuo aumento del reddito medio pro capite, con una classe media in crescita e il partito impegnato a migliorare le condizioni di vita ancora precarie di centinaia di milioni di persone, nonostante la povertà sia stata definitivamente sconfitta. All’interno delle riforme economiche e finanziarie, che hanno segnato la storia cinese degli ultimi decenni, va anche ricordato il costante impegno a promuovere l’internazionalizzazione della divisa cinese. L’inserimento del renminbi nel paniere Special drawing rights (Sdr) nell’ottobre 2016 ha segnato un’importante pietra miliare per la Repubblica Popolare e ha visto l’aumento della presenza della sua valuta nelle riserve ufficiali in valuta estera. Da allora il processo è continuato con gradualità e la stabilità del cambio è indubbiamente un indicatore del sempre maggiore peso dell’economica cinese».

Pensate che la Cina si stia muovendo coerentemente verso uno sviluppo più sostenibile?

«La Cina si sta muovendo in questa direzione ormai da qualche anno e ciò, ancora una volta, è chiaramente enunciato all’interno di Made in China 2025, dove si parla di sviluppo verde, energia pulita e si fa specifico riferimento alle auto elettriche, all’energia solare contestualmente alla riduzione della produzione di acciaio e carbone.

Trasformare l’economia cinese in una “green economy” o carbon neutral, è in cima alla lista delle priorità della leadership di Pechino. Secondo le direttive dello State council, la “trasformazione verde” nei settori manifatturiero, dei trasporti e dei consumi dovrebbe prendere una forma iniziale entro il 2025.

Nei 10 anni successivi  (2035) è previsto che l’industria “verde” arrivi a un livello completamente nuovo, con tutte le attività ad alta intensità energetica e inquinanti “dall’acciaio alla produzione di carta” pronte ad adottare modelli di produzione compatibili  con la riduzione di emissioni, sino a raggiungere il livello di neutralità entro il 2060.

Un’economia improntata alla sostenibilità significa stabilità per la leadership politica, focus sulle energie rinnovabili che permetta maggiore indipendenza in termini di approvvigionamento energetico e investimenti sempre più avanzati in tecnologia. Se si pensa alla sostenibilità dell’attuale modello cinese, emergono diversi punti di domanda: l’indebitamento totale del Paese, le distonie tra governo centrale e governi locali, la demografia che non gioca a favore della crescita. Tuttavia, la Cina ha le risorse economiche e finanziarie per affrontare e gestire queste criticità, anche osservando quanto è successo ai modelli di sviluppo occidentali e imparando dai fallimenti altrui».

Il valore del mercato obbligazionario cinese ha raggiunto 16 mila miliardi di dollari. Considerate le valutazioni attraenti?

«Il mercato obbligazionario cinese (onshore) ha ormai raggiunto dimensioni troppo grandi per essere ignorato: vale più di tutto il debito dei paesi emergenti. Inoltre, e non è certo un fattore di poco conto, è detenuto per il 97% da investitori domestici, elemento che lo rende meno correlato a ogni attivo di rischio. Durante il sell-off che hanno conosciuto i Treasury americani, per le attese di un’accelerazione dell’inflazione, i governativi cinesi hanno mostrato una forte resilienza. Direi che all’interno di un portafoglio rappresentano una decorrelazione con un carattere difensivo.

L’interesse nei confronti dello strumento è destinato a crescere, soprattutto da parte degli investitori stranieri, per il graduale aumento di peso dell’asset class all’interno di benchmark internazionali.

Ci sono, inoltre, opportunità da cogliere anche tra le obbligazioni societarie, grazie a un’attività di analisi approfondita che può essere però fatta solo da gestori attivi e focalizzati sul mercato».

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