Singapore, un’isola ad aria condizionata

a cura di Pinuccia Parini

«Ogni città ha un suo modo di presentarsi, di farsi vedere al suo meglio. Quello di Singapore è l’aeroporto. Io, data la mia condizione di appiedato, non potevo entrare da lì e, come tutti gli altri indesiderabili (…) arrivai a Singapore dalla porta di dietro (…) Singapore mi si presentò come ogni altro posto dell’Asia: con le baracche dei poveracci, i cumuli di immondizie, i bandoni arrugginiti e le chiazze di vegetazione ed erbacce, resti di una natura ancora sempre pronta a riguadagnare terreno se lasciata a se stessa. I primi singaporiani che vidi dal treno erano come quelli di una volta: ciabatte di plastica, calzoncini neri e maglietta bianca (…) (…) La stazione, invece, aveva un’aria cadente che mi piacque (…) Con la Singapore di oggi quella vecchia stazione non ha più nulla a che fare: è imbarazzante, come un parente povero». Con queste parole, Tiziano Terzani descriveva Singapore nel 1993, quando la rivide dopo 15 anni dall’ultima volta che vi era stato. Vi arrivò via terra, per avere deciso di dare ascolto alla profezia che un indovino un giorno gli disse di non prendere voli durante quell’anno. Se Terzani la rivedesse oggi, farebbe ancora più fatica a riconoscerla dall’alto del Marina Bay Sands, il famoso e lussuosissimo hotel di Singapore, con annesso casinò, che si trova nella parte storica della città-stato. Dall’alto del resort si può godere la vista di ciò che la città è diventata, con i suoi 64 grattacieli con un’altezza superiore a 140 metri, il parco Gardens by the Bay, che si estende per 101 ettari, costellato da strutture a forma di albero, le due bellissime serre disegnate da Wilkinson Eyre e il museo dell’arte e della scienza, con la sua forma a fiore di loto che sembra galleggiare sull’acqua.
Singapore è una ricca città-stato nel Sud-est asiatico. Un tempo stazione commerciale coloniale britannica, oggi è un fiorente centro finanziario globale e descritta come una delle tigri economiche dell’Asia. La sua prosperità ebbe inizio grazie al fatto di essere un porto franco e un importatore di materie prime, lavorate a sua volta sul territorio. Quando divenne indipendente nel 1965, Singapore era conosciuta per la sua industria di assemblaggio e per la raffinazione del petrolio. Il suo sviluppo fu tale che, grazie alle politiche governative e a forti incentivi fiscali, riuscì ad attrarre molte aziende del comparto elettronico, che gli permisero di diventare un attore mondiale nel settore. Successivamente, società farmaceutiche e finanziarie decisero di aprire le loro attività nella città-stato, stimolandone la crescita economica. Il Pil crebbe del 6,7% all’anno tra il 1980 e il 1990 e del 7,6% nel periodo 1990-2000. Alla fine degli anni ’90 si assistette a un cambiamento delle politiche del governo che miravano a fare diventare Singapore un centro di generazione di idee e servizi di altissima qualità e non solo di produzione qualificata ed efficiente. Nell’arco di tre decenni, il volto della nazione era completamente mutato.

RIPRESE RAPIDE DALLE CRISI
Singapore non è rimasta indenne dalle crisi che hanno colpito l’economia globale e i mercati finanziari: ha sofferto durante la crisi asiatica per lo scoppio della bolla tecnologica e durante la recente grande crisi finanziaria, ma si è sempre ripresa in tempi molto rapidi e, soprattutto, cercando di puntare a un rilancio del suo ruolo nel Sud-est asiatico. L’economia di Singapore ha beneficiato di un forte afflusso di capitali esteri diretti grazie al suo attraente contesto di investimenti e alla sua fiscalità. Non è un caso che la composizione delle esportazioni di Singapore sia cambiata negli anni da beni ad alta intensità di lavoro a prodotti ad alto valore aggiunto. L’impatto dei servizi sull’economia è cresciuto e rappresenta circa il 75% del Pil totale. I più importanti contributori sono i bancari e i finanziari, la vendita al dettaglio e i trasporti. L’industria manifatturiera pesa quasi un quarto del reddito totale ed è guidata dai settori elettronico, chimico e delle biotecnologie. La città-stato oggi è il quarto principale centro finanziario del mondo e il suo porto è tra i primi cinque per attività e traffico a livello internazionale. La popolazione è di 5,7 milioni di individui, di cui oltre il 30% non residenti, e per il 75% è composta da cinesi singaporiani, 15% malesi e 7,4% indiani. Tutto ciò fa di Singapore un centro cosmopolita in tutti i sensi.

LO STESSO PARTITO DAL 1959
Ma Singapore ha un’altra caratteristica che la rende unica: è governata dal 1959 dallo stesso partito, il Pepople’s action party (Pap). Durante le ultime elezioni, tenutesi nel settembre del 2015, ha raccolto il 69,9% del consenso. Tutto il sistema politico si basa su principi meritocratici che, negli anni, hanno permesso di identificare le persone di maggiore talento e di farle diventare l’élite che guida il paese. Il successo del Pap, il partito politico più longevo al mondo a capo di un governo, è da ricercare in principi quali la meritocrazia, l’incorruttibilità e l’efficacia delle politiche intraprese. Misure anticorruzione complete ed efficaci combinate con alti salari fanno di Singapore uno dei governi più liberi dalla corruzione al mondo. Una democrazia parlamentare, senza alternanza di forze politiche al governo, è un caso pressoché unico, soprattutto se si pensa che a capo dell’esecutivo si sono quasi sempre alternati membri appartenenti alla stessa famiglia. L’attuale primo ministro, Lee Hsien Loong, è in carica dal 2004 e dovrebbe cedere il suo ruolo al ministro delle finanze, Heng Swee Keat, nelle elezioni che si terranno quest’anno. Se così avvenisse, sarebbe la seconda volta che la città-stato è governata da qualcuno al di fuori della famiglia Lee, sin dai tempi dell’indipendenza. Il sistema politico parlamentare di Singapore è stato quindi letteralmente dominato dal Pap e dalla famiglia dell’attuale premier. Se è vero che il partito ha consentito il pluralismo politico (nove partiti hanno partecipato alle ultime elezioni) e una prosperità economica, ha contestualmente creato un sistema di potere che gli permette il pieno controllo del paese. Vari fattori hanno contribuito a garantirne la posizione dominante: le risorse finanziarie, l’influenza sui tribunali, sui mass media, con restrizioni sui film politici e i programmi televisivi, e la minaccia di diffamazioni. Il tessuto imprenditoriale è strettamente legato all’élite politica. Tutti i giornali nazionali, le stazioni radio e i canali televisivi sono di proprietà di società collegate al governo. L’informazione è sempre a sostegno delle politiche statali e l’autocensura è una pratica comune. Le elezioni non hanno mai fatto registrare vere e proprie anomalie, ma Singapore manca di una commissione elettorale indipendente e il dipartimento elettorale è un ente governativo annesso all’ufficio del primo ministro. L’esecutivo usa le tensioni razziali o religiose e la minaccia del terrorismo per giustificare le restrizioni alla libertà di parola.

L’OPPOSIZIONE CRESCE
L’opposizione ha fatto progressi organizzando campagne elettorali più incisive, alla ricerca di un maggiore consenso, ma con scarsi risultati. Il modello economico della città è stato vincente: massimizzare la crescita e il benessere, grazie anche a una forte immigrazione che ha raddoppiato, in termini di popolazione nei primi 10 anni del XXI secolo. Ma i salari non sono cresciuti in linea con la ricchezza del paese, rendendo difficile la vita per le persone con un reddito medio-basso e che vivono nelle case a edilizia agevolata. Anche Singapore si trova a subire quindi gli impatti e le contraddizioni creati della globalizzazione. Punto di incrocio tra oriente e occidente, approdo per India e Cina, hub della innovazione tecnologica, soprattutto in campo finanziario, il paese soffre per la concorrenza della regione, per la diminuzione della mobilità sociale e necessita di un vero e proprio sistema di welfare.
Le prossime elezioni saranno un banco di prova anche per le capacità che l’onnipresente attore di governo, il Pap, avrà di dare risposte adeguate. ll rischio maggiore per l’economia locale rimane la fragilità dell’ambiente esterno, la prospettiva di una crescita globale anemica tra incertezze per le tensioni Usa-Cina, al di là del commercio, il rallentamento della Cina e i rischi geopolitici che potrebbero continuare a pesare sulla fiducia delle imprese e dei consumatori. Il 2019 non è stato però un anno facile per l’economia del paese, con una crescita dello 0,8% nel quarto trimestre che porta a un dato complessivo per l’anno dello 0,7%, un tasso decisamente inferiore al 3,1% del 2018 e il più basso dell’ultimo decennio. Le ragioni del rallentamento sono da ricercare soprattutto negli effetti della disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti e nel rallentamento del ciclo nel settore elettronico.

GLI EFFETTI DEL CORONAVIRUS
Il 2020 era iniziato con dei dati incoraggianti, soprattutto dopo l’annuncio, a metà gennaio, in cui gli Stati Uniti e la Cina dichiaravano di essere pronti a firmare la prima fase di un accordo commerciale, con quest’ultima pronta a nuove misure per sostenere la propria economia. Poi è arrivato il coronavirus, i cui effetti non sono ancora pienamente misurabili, ma sufficienti perché il governo abbia annunciato una revisione al ribasso delle stime di crescita, portandole all’interno di una fascia tra -0,5% e l’1,5%. L’epidemia ha interrotto le catene di approvvigionamento e creato effetti a catena su altri settori. Il budget del 2020 ha stanziato 4 miliardi di Sgd per stabilizzare l’economia, tra le incertezze a breve termine causate dal Covid-19. Nel pacchetto sono presenti misure a sostegno dell’occupazione, con una serie modulata di aumenti salariali, e delle imprese. Nello specifico, sono state decise sovvenzioni alle aziende per mantenere i posti di lavoro in questa fase di incertezza e sostegni per le società che intraprendono processi di trasformazione, invitandole a rivedere le compensazioni salariali in linea con gli incrementi di produttività. Sono previsti inoltre sgravi fiscali per le aziende e finanziamenti agevolati.
Cinquant’anni fa, come ricorda sempre Tiziano Terzani, il grande merito di Lee Kuan Yew (fondatore della città-stato) fu avere capito come realizzare il sogno di tutti gli emigrati cinesi che avevano lasciato la loro terra: fare i soldi. «Presto quella cultura dei soldi e del benessere materiale divenne la loro cultura». Lee realizzò nella sua piccola isola-città-stato, abitata da coolies il sogno di ogni migrante, non solo di Singapore, ma del resto dell’Asia. E così Singapore divenne «la capitale della Terza Cina». All’attuale governo tocca ora ripensare a quale sarà il sogno che alimenterà le aspettative dei suoi cittadini negli anni futuri.

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