a cura di Pinuccia Parini

Lo scorso maggio, in Tailandia, le elezioni hanno portato un’importante novità: la vittoria del Move Forward Party, formazione progressista succeduta al Future Forward Party, ha segnato una cesura dopo nove anni di potere militare nel paese.

Il partito che ha ricevuto il maggiore consenso ha sconvolto le previsioni che vedevano favorito il Pheu Thai, formazione di centro-destra la cui candidata era la figlia dall’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, Paetongtarn Shinawatra. Guidato da Pita Limjaroenrat, giovane politico e dirigente d’azienda, il Move Forward ha conseguito, indubbiamente, un risultato significativo che avrebbe potuto porre fine alla diarchia tra due forze politiche che si sono contrapposte per anni in Tailandia: da un lato, i militari e la monarchia, dall’altro, quella rappresentata dal milionario Thaksin Shinawatra. 

Ma così non è stato. Dopo avere trovato le alleanze per formare una coalizione, con l’obiettivo di riformare istituzionalmente e costituzionalmente il paese, Pita Limjaroenrat è stato sconfitto dal voto del senato. Infatti, la costituzione, approvata nel 2017, prevede che sia compito delle gerarchie militari nominare tutti i 250 membri della camera alta chiamati a decidere, insieme a 500 deputati, il primo ministro. 

Nella prima votazione, avvenuta il 13 luglio, la nomina del leader delle opposizioni è stata respinta e il 19 dello stesso mese, non si è nemmeno svolta la seconda, come era atteso. Il partito, che aveva guadagnato il 38% dei consensi, è finito così in un angolo, con il suo leader sospeso temporaneamente dal suo ruolo di deputato dalla Corte costituzionale, perché accusato di possedere quote di una rete televisiva, circostanza che è contraria al regolamento elettorale. Un’accusa, quest’ultima, che non gli avrebbe comunque impedito di diventare primo ministro. Ciò che non era ipotizzabile, cioè che ci fosse un sovvertimento della volontà popolare, è avvenuto, ponendo così fine alle speranze di cambiamento di coloro che, soprattutto tra i giovani, avevano manifestato nelle strade della capitale nel 2020-2021.

IL NUOVO PRIMO MINISTRO

Il 21 agosto il partito di centrodestra Pheu Thai, che aveva ottenuto il 28% dei voti alle elezioni di maggio e deciso di allearsi con il Move Forward, ha annunciato di volere formare una nuova coalizione con cui potere formare l’esecutivo. Vi partecipano anche alcuni partititi vicini ai vertici militari e tra essi ce n’è uno il cui candidato alla corsa elettorale era stato il primo ministro uscente ed ex generale Prayuth Chan-ocha. Il nuovo nome per la carica di capo dell’esecutivo è stato Srettha Thavisin, un magnate del settore immobiliare. 

le promesse elettorali

Molto vicino a Thaksin Shinawatra,  sembra benvoluto dalla comunità imprenditoriale tailandese. Srettha ha fatto una campagna elettorale con promesse di stimolo economico, giustizia sociale e buon governo, dichiarando che le sue priorità nei primi 100 giorni di governo sarebbero state affrontare l’aumento del costo della vita, porre fine alla coscrizione militare obbligatoria, garantire l’uguaglianza matrimoniale per le coppie omosessuali e redigere una nuova costituzione che rappresenti la volontà del popolo. Il 22 agosto Srettha Thavisin è stato nominato primo ministro e il destino ha voluto che la sua elezione sia avvenuta nello stesso giorno in cui il fondatore del Pheu Thai e divisivo ex primo ministro Thaksin Shinawatra è ritornato nel paese dopo oltre 15 anni di esilio autoimposto.

IL PROGRAMMA DEL GOVERNO

Lo scorso 11 settembre Srettha Thavisin ha presentato il piano del suo esecutivo all’Assemblea nazionale. Nel breve periodo, la priorità è incrementare le entrate del turismo con una facilitazione nel rilascio dei visti e l’esenzione dalle tasse per i viaggiatori provenienti da determinati paesi. Sono stati poi toccati più aspetti, dalla politica estera a quella economica, dagli investimenti alle riforme. Tra queste ultime, il nuovo premier ha anche promesso di discutere su un possibile referendum che inviti i cittadini a partecipare alla definizione di una costituzione «più democratica», senza però permettere emendamenti che riguardino la monarchia. Ha parlato anche di promuovere leggi a sostegno dei diritti e dell’uguaglianza delle persone Lgbtq, senza chiarire quali, di sostituire la coscrizione militare con il servizio volontario a partire dal prossimo anno e di ridurre il numero di ufficiali di alto rango. 

pesa il caro vita

Da un punto di vista economico, sono state reiterate le promesse del Pheu Thai durante la campagna elettorale, tra le quali un’elargizione di 10.000 baht (280 dollari) ai portafogli digitali di tutti i tailandesi dai 16 anni in su per stimolare i consumi in un contesto dove il caro vita sta pesando. È stato toccato anche il tema del salario minimo, auspicandone un adeguamento all’interno di una proiezione di crescita economica del 5% medio nell’arco di quattro anni. Shretta ha riconfermato l’impegno del partito sulla moratoria condizionale del debito per gli agricoltori. Non sono state precisate le misure, ma il problema dell’indebitamento delle famiglie è molto sentito, tanto che la stessa Banca centrale della Tailandia, lo scorso febbraio, ha sottolineato quanto sia importante che non vada oltre l’80% del Pil (cosa che è già avvenuta), «un livello considerato critico che potrebbe avere un impatto negativo sulla crescita economica e sulla stabilità finanziaria e rischia di trasformarsi in un problema sociale ancora più difficile da affrontare». Il primo ministro ha parlato anche di riduzione dei costi dell’energia e di riorganizzazione del consumo, con l’introduzione di fonti rinnovabili e pulite. Non sono emerse particolari novità sulla politica estera, mentre ha parlato di una diplomazia proattiva per aprire nuovi mercati e promuovere politiche di libero scambio.

LO STATO DELL’ ECONOMIA

Nel frattempo, l’economia tailandese, in base alle stime della Banca centrale (31 maggio), è attesa in crescita del 3,6% per il 2023 e del 3,8% per il 2024, con l’inflazione in discesa rispettivamente al 2,5% e al 2,4% dal 6,1% del 2022. Più ottimista, invece, la Banca Mondiale che prevede un’accelerazione al 3,9% nel 2023, grazie a una domanda più forte del previsto da parte di Cina, Europa e Stati Uniti, all’incremento dei consumi privati e alla ripresa del turismo. Secondo il rapporto, l’aumento del Pil nel 2024 dovrebbe ridursi al 3,6% e al 3,4% nel 2025. Le proiezioni per il 2023 sono state riviste al rialzo dello 0,3% rispetto ad aprile. Tuttavia, l’indebolimento della domanda nelle maggiori economie avanzate si ripercuoterà negativamente sulle esportazioni e i consumi, dopo la forte ripresa del 2022, saranno meno forti, pur rimanendo solidi. La Banca Mondiale stima che gli investimenti pubblici potrebbero rallentare a causa dei tempi lunghi necessari alla formazione del nuovo governo, anche se va detto, per onor di cronaca, che il commento è stato fatto prima che si trovasse una convergenza per la nomina del nuovo premier. Il turismo e i consumi saranno i due motori che guideranno il Pil, sia nel 2024, sia nel 2025, e dovrebbero permettere alle partite correnti, quest’anno, di tornare in territorio positivo. Il saldo della bilancia commerciale, nonostante le più deboli esportazioni, dovrebbe rafforzarsi grazie alle minori importazioni e anche il saldo delle partite correnti dovrebbe tornare positivo. Nel 2023 l’inflazione è attesa in calo al 2%, favorita dall’allentamento dei prezzi energetici globali e dai tetti sul prezzo, anche se l’inflazione di fondo è rimasta più alta rispetto a prima della pandemia. 

il debito pubblico

Il debito pubblico, per la maggior parte in valuta locale, dovrebbe raggiungere un picco leggermente superiore al 60% nel medio termine e rimanere sostenibile. Nonostante la recente ripresa, è improbabile che il livello di produzione torni al corso pre-pandemia e si prevede che rimanga al di sotto del potenziale dal 2023 al 2025. Per la World Bank le sfide strutturali, come l’invecchiamento della popolazione, il cambiamento climatico, il basso livello di investimenti di capitale, il calo della competitività delle esportazioni e l’elevato indebitamento delle famiglie possono limitare ulteriormente lo sviluppo potenziale. Anche con i miglioramenti che si sono manifestati, i rischi per la Tailandia rimangono al ribasso, poiché la crescita globale più debole del previsto e l’incertezza politica rappresentano sfide fondamentali per le prospettive a breve termine. 

La Tailandia ha finalmente un governo e la notizia è positiva per il paese, ma lascia forse un po’ di amaro in bocca. Il Pheu Thai ha rotto l’alleanza con il Move Forward, accettando così di governare in un contesto in cui la presenza militare è ancora molto forte. L’ex premier Thaksin, accusato di corruzione, ha visto ridotta la sua pena da otto a un anno. Quale equilibrio si creerà tra il partito dell’ex magnate delle telecomunicazioni e le gerarchie dell’esercito non è ancora chiaro, ma potrebbe, con il tempo, diventare fonte di instabilità. Rimane il fatto che il partito che aveva ottenuto il 38% dei consensi è ora all’opposizione.

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav