Allianz GI: «Nuove sensibilità stanno guidando gli investitori»

Filippo Battistini, head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors

Il contesto attuale presenta diverse criticità che si intersecano tra loro: rallentamento della crescita, inflazione più elevata delle attese e rischio geopolitico. Come affrontate questa situazione?

«Penso che la situazione attuale abbia diverse analogie con ciò che si è verificato verso la fine degli anni ’70, l’epoca della seconda crisi energetica e della guerra fredda, che aveva portato a una vera e propria rincorsa agli armamenti. Allora, le asset class che beneficiarono del contesto economico e della situazione geopolitica furono le obbligazioni a tasso variabile, l’oro, i titoli del settore energetico, in particolare i petroliferi e quelli legati alla difesa. Credo che la storia non si ripeta, ma è indubbio che ci siano diverse analogie tra la situazione odierna e quella di circa quarant’anni fa. Ciononostante, il mercato è cambiato e nuove sensibilità stanno guidando gli investitori nelle loro decisioni, come ad esempio il tema della sostenibilità e l’utilizzo dei criteri Esg nella scelta dei titoli. Ciò fa sì che, per quanto i momenti storici abbiano alcune similitudini, non necessariamente le decisioni di investimento debbano riproporsi in modo analogo. Proprio alla luce di questa considerazione, siamo convinti che, in questa fase, si debbano trovare alternative valide a petrolio e armamenti, settori che stanno registrando buone performance relative. Nel fare ciò, identifichiamo due temi che riteniamo di estrema attualità: la transizione energetica e la sicurezza informatica».

Ma se dovesse dare indicazioni su un portafoglio teorico da suggerire, quali asset class inserirebbe?

«In un’ottica di medio-lungo termine, suggeriremmo un’esposizione azionaria tematica del 70% (transizione energetica e sicurezza informatica, rispettivamente al 40% e al 30%), con la rimanente parte allocata per il 20% nelle obbligazioni a tasso variabile, visto il cambio di politica monetaria da parte della Fed già in atto e quello prossimo della Bce, e per il restante 10% nelle materie prime. In quest’ultimo ambito, anziché l’oro puro, come negli anni ‘70, preferiremmo aziende che operano nel settore minerario e nell’estrazione. Noi riteniamo che, nel contesto odierno di elevata incertezza e con una serie di incognite per il futuro, sia fondamentale fornire un contributo concreto nell’individuare i valori e gli obiettivi di vita ai quali ancorare le proprie decisioni di investimento».

Il suo riferimento è al goal based investing?

«Esatto. Proprio la ricerca dei valori e di obiettivi di vita ci ha spinti a lanciare due anni fa il laboratorio sul goal based investing, nato dalla collaborazione tra Allianz Global Investors e Luciano Sciré, fondatore appunto di Goal Based Investing Italia. Il messaggio emerso con grande vigore da questa esperienza è che i mercati finanziari possono essere utilizzati come macchine del tempo. Ciò implica che avere un’ottica di investimento di medio e lungo termine permette di “viaggiare nel futuro” e di realizzare progetti e obiettivi di vita nel tempo. Inoltre, è interessante evidenziare che chi sposa quest’ottica risulta sempre più propenso a investire in classi di attivo rischiose, come le azioni».

Quindi, oggi più che mai, l’orizzonte temporale ha un peso nell’identificazione degli obiettivi da perseguire. Qual è la vostra opinione in merito?

«Gli eventi più recenti ci offrono un importante momento di riflessione. Se si applica l’ottica del goal based investing allo scenario attuale, si possono individuare diverse valide occasioni di investimento, che rappresentano interessanti alternative ai titoli legati alle energie fossili o alla difesa, ma non bisogna avere un’ottica di breve periodo. Ed è proprio per questa ragione che abbiamo evidenziato il tema della transizione energetica, perché permette di investire nelle energie rinnovabili, che andranno a sostituire buona parte della quota che è attualmente coperta dagli idrocarburi. Ciò significa, ad esempio, identificare aziende che realizzano sistemi molto efficaci per lo stoccaggio, come le batterie, o che operano per l’utilizzo dell’idrogeno come fonte energetica pulita o che producono sistemi a propulsione elettrica.

Nelle nostre decisioni, quindi, decidiamo di pensare a quella che sarà l’evoluzione attesa nei prossimi anni, anziché fermarci a guardare le reazioni del momento, legate a situazioni contingenti. E questo atteggiamento è quello che utilizziamo anche quando consideriamo il settore della sicurezza informatica, perché riteniamo che, guardando al futuro, sarà fondamentale avere sistemi adeguati a proteggere dati e a garantire la sicurezza delle istituzioni, delle imprese e dei singoli cittadini: è presumibile supporre che, vista la progressiva digitalizzazione dei processi, vi saranno importanti investimenti da fare in più aree.

Se poi pensiamo ai potenziali rischi geopolitici, crediamo che i conflitti si combattano anche in questo ambito: forse la notizia non ha avuto molta risonanza, ma di recente è stato pubblicato un decreto legge, il 21/2022, che riguarda la pubblica amministrazione per una serie di aspetti tra cui quello della cybersecurity. In esso è indicato che tutte le amministrazioni dovranno tempestivamente diversificare strumenti e servizi tecnologici legati alla sicurezza informatica prodotti da imprese collegate alla Federazione russa, una misura che va letta come volontà di mitigazione del rischio».

Quali saranno le ricadute sul tessuto economico e sui mercati finanziari del rallentamento della crescita, dell’inflazione più elevata e del rischio geopolitico?

«Noi riteniamo che l’invasione dell’Ucraina, da parte delle forze armate russe, rimodellerà l’economia mondiale, mettendo la parola fine alla globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 30 anni. Pensiamo, perciò, che le aziende e i governi guarderanno con maggiore attenzione alle loro dipendenze dalle altre nazioni. Un cambio di prospettiva di tale portata sarà la premessa per un’accelerazione dell’inflazione.

Di conseguenza, sono probabili un ulteriore aumento dei prezzi al consumo e il rialzo delle materie prime e, soprattutto, quelle necessarie alla produzione di beni ad alta intensità tecnologica avranno un impatto determinante sull’economia globale (per le commodity legate all’energia e all’alimentazione vediamo il rialzo più come un fenomeno di breve periodo). Per quanto riguarda, invece, i rischi geopolitici, identifichiamo due tendenze: un aumento del peso dell’area Asia-Pacifico, perché strategica per la concentrazione di produttori di semiconduttori, e la ridefinizione delle catene di approvvigionamento, con un accorciamento delle filiere, per ridurre appunto la dipendenza dall’estero. È possibile che questi due aspetti porteranno a una rimodulazione del commercio globale e a rivedere gli attuali legami tra i vari paesi, ridisegnandone gli equilibri.

Nel caso dell’Europa, si potrebbe creare una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti, ma anche da altri paesi dell’America centrale e meridionale. Rimane poi l’incognita di che cosa farà la Cina e come vorrà riposizionarsi sullo scacchiere mondiale, alla luce anche del conflitto tra Ucraina e governo di Putin, e come rivedrà le sue iniziative strategiche, quali la Belt and Road Initiative. Come si porrà Pechino nei confronti di Mosca? Sino a che punto l’amicizia sarà tale da provocare sanzioni da parte dei paesi occidentali? Sarà importante monitorare l’evoluzione della situazione».

Il rischio politico è sempre più imprevedibile. Come lo affrontate?

«Pensiamo che il rischio politico, per sua natura, sia impossibile da gestire, proprio perché scarsamente prevedibile. Per questo motivo, è necessario accantonare l’emotività e adottare una visione lucida e prospettica. Per fare ciò è fondamentale attingere anche all’esperienza del passato che mostra che il Pil mondiale, esclusa l’inflazione, è cresciuto più di nove volte dal 1960 a oggi, nonostante i conflitti e gli eventi drammatici che hanno segnato il periodo. In questi 62 anni si sono verificati solo due cali del Pil a livello globale: tra il 2008-2009 e nel 2020. Inoltre, se si è diversificato il portafoglio e non si disinveste, nel lungo termine si vince sempre, indipendentemente dai livelli di acquisto: i ribassi vanno letti come un’opportunità incrementale di rendimento».

leggi gli altri contributi