FOCUS SALONE: ora si vedrà chi è davvero bravo

a cura di Pinuccia Parini

Sono passati circa sei mesi dall’ultimo Salone del risparmio, ma sembra una vita. Nel settembre scorso, quando questo evento ha riaperto i battenti dopo la sospensione per il Covid, era palpabile un diffuso sentimento di ottimismo.

C’era innanzitutto la chiara speranza che la pandemia sarebbe stata presto alle spalle e che fosse imminente la fine di un incubo. Ma non solo: si cominciava già a parlare di inflazione e di interventi imminenti delle banche centrali, ma quasi nessuno pensava che l’incremento del costo della vita potesse diventare un problema pesante: si riteneva che nelle principali economie si potesse arrivare per breve tempo al 2-3%, ma che in pochi mesi si sarebbe tornati, se non a una situazione di deflazione, a un trend appena un po’ più vivace rispetto agli anni passati. Era già arrivato il caro-petrolio, ma in fondo una quotazione del Brent intorno a 70 dollari, come era allora, non era poi così terribile da affrontare.

Infine, la grande speranza Esg. Il mondo, con l’Europa in testa, avrebbe spinto la sostenibilità con un’ampiezza di mezzi senza precedenti: sia la finanza, sia gli stati avrebbero messo a disposizione gli enormi capitali necessari non solo a tagliare le emissioni di CO2, ma a ridisegnare l’intera società su nuove basi sociali e di governance. Di fatto l’intero insieme finanziario si stava impegnando con grande convinzione a realizzare e a collocare prodotti Esg, che non soltanto avrebbero reso migliore il nostro ambiente, ma avrebbero costituito un affare senza precedenti per chi investiva in questo tipo di prodotti. La vulgata era che non soltanto l’Esg era giusto e morale, ma anche un ottimo affare, perché le imprese che rispettavano i criteri ambientali, sociali e di governance erano più resilienti di fronte alle eventuali crisi, più all’avanguardia nel gestire problemi molto complessi, più trasparenti nei confronti di tutti i loro stakeholder. Il tutto in un quadro di ripresa che avrebbe dovuto fare recuperare in breve tempo le enormi perdite provocate dal Coronavirus. In concreto, forse per la prima volta, si vedeva la finanza partecipare con i cittadini a un grande processo di rinnovamento: c’era l’idea che l’etica potesse diventare anche un grandioso affare per tutti.

Sei mesi più tardi, è indubbio, è sceso il grande gelo. Soprattutto la guerra in Europa, con tutti i massacri e le atrocità che ogni conflitto armato moderno porta con sé, ha cambiato tutto. La ripresa, appesantita anche dall’inflazione, dai colli di bottiglia, da costi energetici alle stelle e dalle nuove politiche restrittive della banche centrali, è stata certamente ridimensionata e l’ottimismo di sei mesi fa appare molto sbiadito. In un quadro di questo genere i mercati obbligazionari e azionari sono scesi in maniera decisa.

TUTTO DA RIFARE?

Tutto da rifare, quindi? Le forze oscure del male si stanno prendendo la loro rivincita e bisogna abbandonare ogni speranza di sostanziale cambiamento? I risparmiatori che avevano puntato i loro capitali su una ripresa all’insegna di una vera e propria rivoluzione si sono visti surclassare, sul piano dei ritorni, da tutti coloro che avevano scelto di mettere i loro soldi sugli asset più tradizionali e inquinanti. Chi ha puntato sulle strategie del passato, come petrolio e armi, sul piano strettamente finanziario ha fatto la cosa giusta, almeno per il suo portafoglio.

A questo punto, da parte di tutti è il momento delle grandi scelte. Come il Covid ha lasciato in tutto il mondo un’impronta che non potrà mai essere cancellata del tutto (il ritorno tout court alla situazione pre-pandemia viene ritenuto semplicemente un sogno), altrettanto la guerra lascerà la sua impronta futura. Ma non è detto che dalle crisi si esca più deboli: qualche volta succede che, sia pure con grande fatica, con un mondo magari profondamente cambiato, si riesca a creare una società migliore.

LA FINE DELLE ILLUSIONI

E la fine delle illusioni per gli europei è possibile che dia quella spinta di cui si sentiva la mancanza. La creazione di strutture di difesa un po’ meno labili rispetto a quelle che abbiamo avuto finora può essere un primo passo importante. Finora il Vecchio continente, ben lungi dall’essere pacifista, ha delegato la propria difesa ad altri, si è limitato a vivere sotto l’ombrello della Nato, che altro non è che gli Stati Uniti. Ed è curioso che il maggiore gigante economico del pianeta debba affidare la propria sicurezza a un paese che, sia pure alleato, è pur sempre un concorrente.

Ma questa presa di coscienza è ancora ben lontana dal portare soluzioni pratiche di una qualche efficacia. Un esercito o una serie di eserciti non si costruisce da un giorno all’altro. Con un pugno di carri armati si gioca a Risiko, non si fa una seria politica di difesa. Come minimo, occorre che a muoversi su questo piano sia l’intera Europa unita. Nessuno oggi è in grado dare risposte difensive serie da solo, anche se è la potente Germania. 

Sarà necessario un coordinamento strategico, e di conseguenza economico, unico. Appare molto improbabile che l’attuale struttura decisionale europea sia compatibile con i tempi rapidi di risposta di un esercito, ma anche della sanità, dell’economia, della politica estera. In pratica, occorre un vero governo europeo, controllato da un vero parlamento europeo. Se non si arriva a ciò, si rischia di fare solo una montagna di chiacchiere. Anche la sfida ambientale e sociale, resa difficilissima dal costo dell’energia e soprattutto dal fatto che l’Europa è totalmente dipendente in questo campo da altre potenze, rischia di essere perduta in partenza. L’elettrificazione del parco auto, un obiettivo considerato strategico nell’Unione europea, oggi è resa quasi impossibile dalla mancanza di infrastrutture adeguate. Ma non solo: la nostra industria, almeno per tanti anni ancora, dovrà mendicare i componenti più importanti da paesi che non è detto che siano sempre amici (vedere Russia…).

Insomma, un enorme bagno di realtà.

IL RUOLO DELLE SOCIETÀ

E tutto ciò che cosa c’entra con il Salone del risparmio? In questa enorme serie di cambiamenti, quale può essere il ruolo delle società finanziarie e, soprattutto, dei risparmiatori? Nella realtà, a potere fare qualcosa sono proprio i cittadini, non soltanto con la loro spinta politica, ma con la loro forza economica. Tocca a loro dire che i grandi progetti di cambiamento non sono stati messi in soffitta e che proseguono nonostante le avversità. È compito delle società che hanno la responsabilità di fare fruttare i risparmi tenere la barra del timone ben fissa sugli obiettivi più importanti, quelli che davvero possono cambiare in meglio il mondo. Può darsi che Putin ci abbia tolto qualche illusione, ma ha messo tutti davanti a scelte ineludibili. Se saremo capaci di farlo davvero, se ognuno riuscirà a fare la sua parte, c’è caso che questa sia l’unica azione positiva compiuta dal presidente russo.

E gli interventi che seguono, in questo Focus Salone, da parte di alcuni dei maggiori asset manager del mondo, partono tutti da questa presa di coscienza di una realtà che si è fatta complessa, che è diventata dura, ma che si può affrontare con tutta la forza che è necessaria. Anche con gli investimenti giusti, che possono essere vere e proprie armi a favore di un mondo migliore. E a quel punto si vedrà chi è davvero bravo a prendere le decisioni giuste.

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