Raiffeisen CM: «Avanti tutta sull’Esg, nonostante la guerra»

Donato Giannico, country head Italy di Raiffeisen Capital Management.

Il conflitto in Ucraina, nella sua tragicità, ha fatto emergere nuove riflessioni e ha probabilmente rafforzato la necessità di procedere con sempre maggiore convinzione verso una crescita sostenibile. Forse è proprio questo il momento in cui rilanciare con più forza il percorso verso la sostenibilità?

«Direi che, per rispondere a questa domanda, ci si debba chiedere prima quale strada si voglia intraprendere: quella della coerenza o quella del compromesso? Penso che oggi ci si trovi di fronte a questo dilemma e ritengo che sia necessario fare una profonda riflessione in merito. Il conflitto in Ucraina ha posto sotto i riflettori, con grande vigore, il problema della dipendenza energetica e lo ha fatto a livello mondiale. Prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la questione era nota, ma non così cogente come l’evoluzione della situazione sta facendo emergere. E parlare di dipendenza energetica significa, necessariamente, affrontare il tema dello sviluppo sostenibile. È così accaduto che il percorso intrapreso della transizione energetica si è rivelato sì un processo da accelerare, ma che è anche particolarmente lungo. Uno shock sul lato dell’offerta, causato dalle ricadute dello scontro in corso, potrebbe comportare, nel breve, un maggiore utilizzo di combustibili fossili anche particolarmente inquinanti, come il carbone. La preoccupazione, lecita, è che il passaggio verso un’energia pulita possa rallentare. In questi ultimi anni, ad esempio, le società petrolifere hanno iniziato a cambiare il proprio modello di sviluppo, avvicinandosi sempre più alle rinnovabili. Il rischio, forse solo teorico, è che questo processo possa conoscere una battuta d’arresto. L’altro aspetto emerso è che, proprio per le ricadute a livello geopolitico che ci saranno, un aumento della spesa per armamenti possa dirottare risorse verso un ambito che, per diversi aspetti, collide con la sostenibilità. Come tutto ciò si articolerà negli anni a venire è ancora da chiarire.  A oggi possiamo rilevare che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, la Germania ha deciso di allocare il 2% del Pil alla spesa militare e che si pone più enfasi sulla realizzazione di un sistema di difesa europeo anche se, a onore del vero, ciò non dovrebbe tradursi necessariamente in una maggiore spesa. Ecco, io ritengo che, proprio in questo momento così critico, sia necessario fare precise scelte: occorre capire che non ci devono essere tentennamenti, perché la decisione presa è di medio-lungo termine, anche se nel breve i ritorni sugli investimenti sostenibili possono essere inferiori a quelli, ad esempio, dei titoli legati agli idrocarburi».

Ma se si guarda alla tassonomia, la Commissione europea ha deciso che, sia il gas, sia il nucleare, sono fonti energetiche utili alla transizione ecologica e possono avere, a determinate condizioni, l’etichetta Ue per gli investimenti verdi. 

«Esatto, e non è detto che ciò non possa succedere anche per gli armamenti. È proprio per questo motivo che parlo di dilemma: quanto effettivamente si vuole perseguire una crescita pienamente sostenibile e quanto si è invece disposti a cedere, facendo alcuni compromessi, per raggiungere l’obiettivo? Credo che sia ora più che mai importante decidere, come investitori, quale percorso si voglia intraprendere e dichiarare apertamente le proprie posizioni in merito, allo scopo di rendere il più trasparente possibile il mercato e lo si sgombri da distorsioni».

Ma proprio perché si è di fronte a questo dilemma tra coerenza e compromesso, pensa che potrebbe nascere una sostenibilità 2.0?

«La sostenibilità è una sola e non deve essere diluita. Non nascondo un timore di fondo, cioè che si possa assistere a una battuta d’arresto nel rigore con cui devono essere rispettati i principi che regolano gli investimenti Sri. È però altrettanto possibile che, da questo momento difficile, la sostenibilità possa uscire rafforzata, ma, affinché ciò avvenga, sono necessari due attori: i governi e la finanza. Se questi continuassero a mantenere gli impegni presi, allora si potrebbe veramente dire che la sostenibilità è un processo irreversibile, che potrà essere declinato in nuovi paradigmi».

Qual è, da questo punto di vista, il vostro impegno?

«Bisogna fare in modo che emerga la coerenza di chi ha abbracciato uno stile di investimento sostenibile e dare la possibilità, a chi sottoscrive un prodotto, di avere gli strumenti per valutare. Noi ci impegniamo a fare comprendere ciò, sia ai sottoscrittori, sia alle nostre controparti. Facciamo cultura di sostenibilità e formazione, in modo da offrire tutti gli strumenti affinché, chi si avvicina ai nostri prodotti, sappia esattamente quale tipo di investimento ha scelto. Il mercato, in materia di Esg, è ancora relativamente giovane e non è una novità che, con la nuova regolamentazione, sono comparsi sì molteplici soluzioni che si richiamano alla sostenibilità, ma è emerso anche il fenomeno del “greenwashing”. Siamo inoltre consapevoli che la stessa Sfrd non è particolarmente stringente, per il momento. Basta, infatti, pensare che, per essere classificato come articolo 8, è sufficiente essere conforme a uno dei sette criteri stabiliti da Eurosif. Noi abbiamo tre database, alimentati da tre agenzie che si occupano di misurare la sostenibilità: dalla quantificazione di CO2 per arrivare agli armamenti. Complessivamente, utilizziamo 330 indicatori che danno l’evidenza del livello di sostenibilità dei nostri prodotti. Ed è proprio qui che entra in campo la coerenza, cioè la volontà di abbracciare in pieno la sostenibilità e di adottare un approccio che possa essere anche misurato, al di là delle etichette che gli vengono affibbiate. Pensiamo che questo debba essere un passo importante, soprattutto per evitare mistificazioni e sgombrare il campo da eventuali conflitti di interesse».

Ma come si potrebbe tradurre tutto ciò?

«Noi stiamo pensando a uno strumento che analizzi i nostri fondi, attraverso parametri forniti da fonti indipendenti, che permettano a chi vi investe di misurare effettivamente il grado di sostenibilità rispetto agli appartenenti alla stessa categoria. È un’operazione di trasparenza dove mettiamo in gioco la nostra coerenza e anche la nostra credibilità». 

Una provocazione. I titoli sostenibili, negli ultimi mesi, non stanno più registrando l’outperfomance che li ha caratterizzati nel periodo precedente. C’è il rischio di disinnamorarsi?

«Chi sposa la sostenibilità lo fa perché ha un obiettivo di lungo termine. Poi si possono presentare situazioni come quella attuale, ossia lo scoppio di una guerra che, per le dinamiche a essa legate, penalizza gli investimenti Esg. Ciò però non significa che le scelte fatte in precedenza debbano essere rinnegate. Per utilizzare un gioco di parole, la sostenibilità deve essere sostenibile, ovvero deve creare portafogli che siano stabili e poco volatili, con un rischio contenuto: spesso ci si concentra troppo sulla performance, dimenticando quest’ultimo aspetto. Ed è proprio nei momenti più difficili che bisogna reiterare il proprio convincimento, soprattutto per due motivi. Il primo è l’arco temporale dell’investimento, che non deve essere rivisto per il fatto che le condizioni di mercato offrono opportunità di breve: non si deve essere catturati dalla convenienza del momento. Il secondo è l’aspetto valoriale. L’investimento in strategie Sri comporta una scelta di fondo sul mondo che si vorrà nel futuro, facendo innovazione e promuovendo il cambiamento. Un modello economico sostenibile a lungo termine è possibile solo se si rispettano i limiti ecologici e si promuovono i sistemi sociali. E questa è la scelta di campo che l’investitore decide di compiere: abbracciare la sostenibilità è una scelta che vuole orientare il mondo in una determinata direzione».

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