Fideuram Ispb AM, «Attenti al pilastro social»

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Simone Chelini, head of Esg & strategic Activism Fideuram Ispb AM, partecipa al focus sostenibilità

Environment, social e governance: su quale di questi tre aspetti si concentrerà maggiormente la vostra attenzione nel 2021?

«Quando si parla di Esg, è sempre dalla lettera “g” che si parte, anche perché ha una più lunga storia e principi maggiormente consolidati. La governance, infatti, detta le norme e i principi che regolano e orientano la strategia di una società. Queste norme e principi si sono consolidati nel tempo e ormai non solo gli investitori, ma anche gli stessi consigli di amministrazione delle imprese li considerano un imperativo aziendale. Lo stesso non si può affermare per gli altri due pilastri dell’acronimo: il sociale e l’ambientale. La ragione di ciò va probabilmente ricercata nella maggiore difficoltà a stabilire le metriche, a misurare l’impatto e a declinarlo nelle scelte d’investimento attraverso l’analisi della materialità finanziaria degli indicatori di sostenibilità. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore attenzione verso le tematiche di carattere ambientale, vista anche la più elevata sensibilità collettiva che si è creata su questi argomenti. Con lo scoppio della pandemia si è restituita centralità e importanza al capitale umano e alla componente sociale. Noi, ad esempio, stiamo lanciando un nuovo fondo Esg, che investirà nelle aziende più attente al pilastro social nelle sue diverse declinazioni, che vanno dalla salute all’educazione, con un focus particolare sul corretto sviluppo intellettuale ed emotivo di bambini e adolescenti. Ovviamente investirà negli emittenti più virtuosi anche dal punto di vista ambientale. Riteniamo che sia opportuno guardare con attenzione all’aspetto sociale della sostenibilità, perché elementi come le politiche retributive, la parità di genere e la difesa della diversità costituiscono, tra gli altri, pilastri fondanti del successo economico di lungo termine di un’azienda. Siamo convinti, inoltre, che, in merito a questo aspetto, non ci siano particolari criticità sulla solidità e attendibilità dei dati, diversamente da quanto accade per molte metriche di carattere ambientale. Ciò detto, l’assunto di fondo è che le imprese debbano integrare la sostenibilità nelle loro strategie, pensando anche a un nuovo modello di economia come quella circolare, per capire non solo come smarcare  i rischi futuri, ma per cogliere le enormi opportunità che si presenteranno».

Ritiene che il greenwashing e il socialwashing possano essere fenomeni che minano la credibilità dell’investimento sostenibile?

«Pensiamo che rappresentino un enorme rischio. Noi crediamo fermamente che la sostenibilità sia un percorso strategico di lungo termine  per una società che non deve  essere affrontato in modo opportunistico e tattico o peggio ancora per finalità puramente commerciali. La sostenibilità deve essere integrata nella strategia aziendale e nell’ambito di un modello di business con una chiara visione sul futuro dell’impresa. Chi cerca di cavalcare l’onda di un fenomeno che sta riscontrando un consenso sempre crescente sul mercato, senza effettivamente crederci, mina la credibilità della sostenibilità e la delegittima alla radice. È importante comprendere, inoltre, che la sostenibilità serve proprio a salvaguardare il futuro del sistema economico capitalistico, riequilibrando lo sbilancio sempre più ampio fra utilizzo delle risorse ambientali e la loro disponibilità». 

La sostenibilità è diventata un tema guida anche per gli investimenti obbligazionari: quali sono le sue considerazioni in merito?

«È un tema articolato, perché pensiamo che si debba fare una distinzione tra il mondo del credito e quello dei governativi. Nel primo il tema della sostenibilità trova una declinazione simile a quella che avviene nel mercato azionario, ovviamente con effetti diversi, visto che si tratta di due distinti asset, quindi, con modalità di valutazione differenti. I governativi e i sovranazionali, invece, mostrano aspetti più compositi, anche perché non è certo semplice affrontare un tema come la governance cui fa riferimento il 50% del rating. Non va dimenticato che ogni paese deve essere considerato all’interno del proprio contesto storico e da questo punto di vista valutato. L’aspetto che rende più complessa l’analisi di sostenibilità dei titoli di stato è la necessità di ulteriori progressi nell’identificare metriche che abbiano materialità. Ovviamente, sia per le azioni, sia per le obbligazioni, vale la capacità di sapere leggere, nei dati raccolti, l’importanza delle fasi di transizione che un emittente attraversa all’interno di un percorso guidato da criteri sostenibili».

A marzo entrerà in vigore il nuovo regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (Sfdr). Quali sono gli impatti che si attende per i gestori, i distributori e la clientela finale?

«L’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari ha una finalità altissima: è ispirata da un principio nobile, che è introdurre la trasparenza totale sui temi di sostenibilità per combattere fenomeni come il greenwashing e il socialwashing. Tuttavia la Sfdr è anche un regolamento molto complesso, che si rivolge, sia ai cosiddetti financial market participant (principalmente asset owner e asset manager), sia ai distributori e ai financial advisor, ma con equilibri e interpretazioni che devono essere ancora trovati. L’adempimento non è quindi semplice, perché è un regolamento che perimetra la trasparenza, richiede di dichiarare le modalità con cui si decide di operare e ne vuole il pieno rispetto. Va sicuramente nella giusta direzione, ma ci vorrà tempo prima che si rendano omogenee le singole posizioni».

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